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Opinioni e commenti
 

Mankell, romanzo di denuncia non solo ‘giallo’
Pubblicato il 05-10-2015


Henning MankellIl giallo, come spesso accade, è una scusa. Utilizzata dall’autore per coinvolgere i lettori in qualcosa di avvincente, rapido e poco impegnativo, o dagli editori per incrementare le vendite e avere accesso a un pubblico più vasto, la trama “noir”, poliziesca, investigatrice, è in realtà un modo come un altro (forse più piacevole di altri) per parlare di situazioni, descrivere un modo di vita, denunciare un disagio. Così è stato per lo svedese Henning Mankell, morto di cancro a 67 anni, autore di una trentina di libri con oltre 30 milioni di milioni di copie venute in 40 lingue. La sua battaglia contro la malattia è stata il suo ultimo crudo racconto, una sorta di diario sul quotidiano svedese Göteborgs-Posten: “L’ho fatto perché tanta altra gente prova la mia sofferenza”.

Noto al pubblico grazie alla serie del commissario Kurt Wallander, che ci ha offerto un quadro della Svezia contemporanea per la gran parte sconosciuto ai più, Mankell in realtà non era solo un giallista, bensì un autore che ha usato il genere giallo per farsi conoscere a un pubblico più vasto e poter così pubblicare, anche all’estero, gli altri suoi romanzi, quei bellissimi affreschi dell’Africa contemporanea (l’autore viveva tra la Svezia e il Monzambico), le storie-denuncia dei bambini di strada, che sono “Comédia infantil” e “Il figlio del vento”, o gialli che hanno criticato il potere e i suoi lati oscuri come ne “Il cervello di Kennedy”, romanzo sul cui sfondo c’è un’altra sua storica battaglia, quella contro l’Hiv, o come il suo ultimo libro, “La mano”, pubblicato nel 2013. Filo conduttore di tutti i suoi scritti un profondo afflato nei confronti dei senza voce, dei più deboli, degli indifesi.

Un impegno letterario accompagnato da precise scelte politiche, come quando nel 2010 si era unito alla Freedom Flotilla nel tentativo di forzare il blocco navale israeliano attorno alla Striscia di Gaza. Mankell, scoperto dalla Marsilio, è stato il primo dei giallisti svedesi che oggi invadono le librerie con il loro best seller: thriller ben confezionati, spesso inutilmente cruenti, sempre privi del suo spessore politico. Ed è stato proprio Mankell, con il suo commissario Wallander, a rompere quell’immagine collettiva della Svezia vista come paradiso assistenziale, dove il cittadino è iper-protetto e assicurato, dove non esiste povertà, dove la tolleranza e l’integrazione sono assolute.

A spiegarci che nel “Paese delle meraviglie”, dove tutti si danno del tu e ognuno si fa i fatti suoi, la vita è tutt’altro che allegra. A illustrarci le difficoltà della maggior parte della popolazione a potersi permettere consumi che qui da noi diamo per scontati. Dall’acquisto di una macchina, a quello di una lavatrice o di un paio di scarpe per i quali lo stipendio medio, levate le onerosissime tasse e i vari contributi assistenziali, è totalmente insufficiente. Il cittadino svedese ha accesso a una sanità pubblica gratuita, a prestiti per gli studenti, a alloggi a buon mercato, a un reddito minimo garantito, all’istruzione, a tutto ciò, insomma, che è necessario e indispensabile, ma non può assolutamente permettersi il “superfluo”.

A questo si aggiunge (o genera?) un disagio e una solitudine che colpiscono soprattutto i giovani. Il suicidio o il tentato suicidio, che da noi è l’evento, nel piccolo paesino della Scanja, dove sono ambientati i romanzi di Mankell, è la routine quotidiana. Così come l’alto numero di divorzi, o il cercare rifugio nell’alcool o nella religione intollerante e assolutista. Ma ciò che colpisce di più è l’aumento della criminalità, l’impotenza della polizia a corto di personale e di mezzi, la paura e il senso di insicurezza quotidiani in cui vive una popolazione sempre più chiusa in se stessa e più diffidente. Come se la “società perfetta” fosse un posto dal quale fuggire al più presto e il più lontano possibile.

Cecilia Sanmarco

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