lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Amore naturale
e famiglia Mulino Bianco
Pubblicato il 21-10-2015


Il punto non è se Papa Francesco abbia ragione o torto (io, lo confesso, provo un’istintiva simpatia per questo personaggio carismatico che, con umiltà e coraggio, vuole riformare la Chiesa cattolica). Il punto è un altro: ha un’organizzazione religiosa – direttamente o tramite i suoi fedeli impegnati in politica – il diritto di imporre la propria visione morale allo Stato, ovvero alla totalità dei cittadini? Io, da buon laico, dico di no. Lo Stato ha un solo compito: far rispettare una morale laica universale, che è quella espressa nella sua Costituzione e nelle sue leggi.

La questione del matrimonio omosessuale non ha nulla a che fare con la verità. Ha invece tutto a che fare con la libertà di scelta nella sfera umana la più intima, quella che riguarda gli affetti. Io non penso che la mia visione del mondo sia più giusta di quella cattolica o musulmana. So di essere fallibile! Rivendico solo il diritto sacrosanto di vivere secondo il mio concetto di moralità, giusto o sbagliato che sia per gli altri. Non temo il tribunale divino – dubito che esista quel Dio tirannico e capriccioso che alcuni religiosi evocano. Temo ben di più il tribunale degli uomini. Ed è per questo che sono lieto di vivere in una città secolare, in cui i giudici si occupano di questioni penali e civili, non di etica, che è affare privato. Papa Francesco ha un animo mite, e la Chiesa cattolica non è più sul piede di guerra – grazie a Giovanni XXIII ha fatto i conti con la modernità, benché non fino in fondo. Ma non dimentichiamo che lo Stato laico è una grande conquista di civiltà, e va sempre tutelato. Il principio laico-liberale è superiore a quello clericale in questo: se vince il laico, l’integralista potrà continuare a professare la sua fede; se vince l’integralista, il laico verrà menomanto nelle sue libertà: la sua morale sarà fuori legge.

Quando si discute, anche fra laici, di verità morale, mi viene in mente la formidabile domanda retorica rivolta da Ponzio Pilato a Gesù: quid est veritas? Noi liberal-socialisti, figli dell’illuminismo, dobbiamo molto allo scetticismo pagano. È ovvio che siamo debitori anche nei confronti del cristianesimo e dell’ebraismo – il concetto di caritas è la scintilla del nostro amore laico per l’umanità. Ma la caritas non può fugare il dubbio razionale che è in me. L’unica cosa di cui sono certo sono le mie incertezze (e infatti mi definisco agnostico: anche nella professione di ateismo c’è troppa sfrontata certezza). Per rimanere in tema: uno dei miei dubbi riguarda proprio le cosiddette sempiterne leggi di natura. Che la riproduzione fra maschio e femmina sia il meccanismo che consente la continuazione della specie è lapalissiano. Ma cosa c’entra questo con il matrimonio omosessuale? Una dignitosa legge libertaria che consenta a persone dello stesso sesso di sposarsi porterà all’eguaglianza dei diritti, non all’apocalisse. Dire che il riconoscimento giuridico del rapporto tra due Adamo e due Eva equivale all’estinzione della razza umana è un argomento deboluccio visto che il nostro pianeta ha il problema opposto: è sovrappopolato. Nel mondo reale, poi, avviene che molti omosessuali si sposino e abbiano prole, quindi il problema non si pone. Nessuna norma giuridica può garantire o pregiudicare la continuità della specie. Se il mondo intero scivolasse nell’omosessualità nessuno potrebbe impedirlo, statene pur certi. In un’ottica liberal-socialista (espressa magnificamente nei principi fondamentali della Costituzione italiana), le leggi mirano ad assicurare la pace sociale in un clima di libertà e di giustizia. Il diritto non crea i fenomeni sociali o morali, semmai li regola.

È assurda la convinzione tradizionalista secondo cui lo Stato, contrattualizzando l’unione tra due persone dello stesso sesso, sovvertirebbe l’ordine naturale delle cose. Qui si dà per scontato che l’amore eterosessuale rispecchi l’ordine immutabile del creato. Ciò confligge con la scienza: vari etologi sostengono, prove empiriche alla mano, che l’omosessualita esiste anche fra gli animali. Dacia Maraini, in un bel articolo (“La difficile chiarezza sull’amore naturale”, Il Corriere della Sera, 6.10.2015), va diritto al cuore della questione. Il matrimonio non è forse un contratto? E allora “cosa c’è di naturale in un contratto?” E soprattutto “chi stabilisce cosa è naturale e cosa non lo è?” Aggiungo un’altra domanda: cosa è più conforme a natura, la famiglia patriarcale – quella dei nostri nonni, in cui l’uomo era il dominus incontrastato, la moglie e i figli essendogli pressoché asserviti, tanto che l’esercizio della patria potestà puzzava di arbitrio e sopraffazione – oppure la famiglia moderna di oggi, che è caratterizzata da una sostanziale parità fra i coniugi? Un fatto è certo: la famiglia Mulino Bianco è una finzione (ricordate quella pubblicità che presenta un incantevole, quasi fiabesco scorcio di natura toscana?). Se un bambino ha bisogno del padre e della madre – lungi da me voler negare così elementare ovvietà da libro Cuore –, che dire delle famiglie monoparentali, che in alcuni Paesi occidentali sono ormai numerosissime e non rappresentano più l’eccezione? Forse, secondo certi religiosi, dovremmo sanzionarle o guardarle in cagnesco perché, essendo formate da un solo genitore e uno o due figli, rappresentano una degenerazione dell’archetipo ideale. Io, in un’altra vita, ho fatto l’educatore in una comunità per adolescenti, e la famiglia Mulino Bianco non l’ho mai incontrata. Ho conosciuto invece una miriade di famiglie con la mamma e il papà in cui avvenivano abusi e violenze terrificanti. Aveva ragione Tolstoj: tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro; ogni famiglia infelice è disgraziata a modo suo. Questo sarebbe un bel tema su cui riflettere: come possiamo ridurre l’infelicità dovuta alla povertà, al disagio sociale, all’ignoranza, alla discriminazione?

Riconosciamolo: la famiglia è l’organizzazione più innaturale che esista. Eppure una famiglia sana e unita è un pilastro della società (neanche questo concetto esiste in natura: gli animali non sono propensi a stipulare contratti sociali!). I figli hanno bisogni materiali e psicologici che possono essere soddisfatti solo in un ambiente armonico, colmo di affetto. La famiglia si rivela un inferno per chi ha la sventura di avere i genitori sbagliati. È quindi giusto, per il benessere della comunità umana, resistere agli impulsi e alle pulsioni che proviamo. Per noi uomini sarebbe naturale avere molti partner al di fuori del matrimonio. Poter procreare con tante donne, tra l’altro, sarebbe utile e salutare per la mescolanza dei geni. La promiscuità sessuale non è forse un meccanismo naturalissimo per il miglioramento della nostra specie? Ma la società, giustamente, ha elaborato norme e convenzioni innaturali per proteggere il delicato equilibrio del nucleo famigliare. L’esperienza ci ha insegnato che la monogamia funziona meglio della poligamia. Nello stato di natura le bestie si accoppiano liberamente, e accudiscono i loro cuccioli solo finché glielo detta l’istinto. Nulla di lontanamente paragonabile alla famiglia umana.

Se c’è qualcosa di naturale, per la nostra specie, è l’amore che proviamo per i nostri simili. Non so che tipo di affettività avessero i nostri progenitori, quando erano ancora bruti nelle caverne, nella delicata e misteriosa transizione dal Neanderthal all’Homo Sapiens. Fatto sta che oggi quel sentimento così essenzialmente umano esiste, e rende la vita degna di essere vissuta. La famiglia più naturale è quella cementata dall’amore, non importa se etero o omo. Spetta a voi, cari conservatori o tradizionalisti, dimostrare che un omosessuale ha – congenitamente – una capacità minore di amare rispetto a un eterosessuale.

Edoardo Crisafulli

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Commenti all'articolo
  1. Uno Stato laico, per sua stessa natura, non può essere uno Stato etico, ma non è detto che debba respingere a priori qualsiasi principio che abbia una qualche radice etica, perché in tal caso commetterebbe, almeno così mi sembra, l’errore simmetricamente inverso a chi volesse obbligatoriamente immettere le regole etiche nella vita dello Stato.

    Da inesperto, perché non sono uno storico, mi par di ricordare che, se andiamo indietro nel tempo, molte civiltà abbiano ispirato le loro prime forme organizzative a dettami e precetti religiosi, e dunque etici, che anche nel seguito hanno poi continuato ad intrecciarsi con i principi civici, nel senso che si sono integrati a vicenda e hanno agito anche da reciproco contrappeso, il che ha talvolta permesso di raggiungere equilibri importanti nel procedere di una società (tradottisi anche nelle convenzioni e tradizioni, che io non mi sento di vedere in maniera negativa).

    Quello che riesce più difficile da comprendere, e lascia un po’ perplessi, è il fatto che la politica possa avere un duplice atteggiamento di fronte agli “insegnamenti” etici, i quali, volta a volta, vengono giudicati inopportune ingerenze o, viceversa, impiegati all’ incontrario come utile supporto al proprio operato, a seconda delle convenienze del momento.

    Paolo B. 23.10.2015

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