sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Cgil. Oltre 5 miliardi
di Cig in 5 anni
Pubblicato il 09-10-2015


Ad agosto si è chiuso il quinquennio in corso della cassa integrazione: in questi cinque anni, spiega un rapporto della Cgil, sono state autorizzate 5,176 miliardi di ore di Cig: interessate oltre 500.000 posizioni lavorative a zero ore l’anno. I lavoratori coinvolti a zero ore sui 5 anni hanno sofferto una perdita di reddito di oltre 40 mila euro al netto delle tasse. La mancata produzione al sistema economico connessa alla cassa integrazione ha determinato una perdita di reddito complessivo per oltre 20 miliardi di euro al netto delle tasse, si legge nel rapporto della Cgil, “ma le perdite sarebbero state ancora maggiori se la Cig non avesse svolto il suo compito, tamponando la crisi economica ed industriale più pesante dal dopoguerra ad oggi, consentendo di mantenere in vita occupazione e aziende, permettendo al sistema produttivo di restare in standby ma vivo e in attesa di una ripresa”.
Ma, sottolinea il sindacato, “si poteva e si doveva fare molto di più da subito, se la crisi già evidente dal 2008, non fosse stata colpevolmente ignorata, da molti personaggi politici fino a ieri al governo del Paese”. Questo quinquennio di cassa integrazione “si chiude comunque con un trend in netto miglioramento, evidente in questi mesi del 2015, dove si consolida una riduzione delle ore di Cig, segno del progresso nei parametri economici, ma per attraversare il deserto c’è ancora molta strada da fare”.

Pensioni. Nessuna contrapposizione Renzi-Padoan

Il governo, sul tema della flessibilità delle pensioni, ”è coeso e impegnato a trovare soluzioni possibili e compatibili con i vincoli di finanza pubblica”. Lo affermano fonti Mef, secondo le quali ”non c’e’ alcuna contrapposizione” tra quanto detto dal premier Matteo Renzi ieri e quanto affermato dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan nell’intevista a Repubblica. Padoan, sul profilo twitter, ha anche spiegato che ”sono possibili correttivi per chi è vicino ai requisiti ma in difficoltà con il lavoro”. Sulle #pensioni sono possibili correttivi per chi è vicino ai requisiti ma in difficoltà con il #lavoro @repubblicait — PCPadoan (@PCPadoan) 20 Settembre 2015. Sarebbero due le direttrici sulle quali sono al lavoro il Governo, il ministero dell’Economia e quello del lavoro. E sono tutte e due ricordate in tweet del ministro Padoan che riportano i contenuti dell’intervista. Il primo che – ha scritto il ministro – “il sistema previdenziale dev’essere legato a durata lavoro e aspettative di vita”. Quindi non è possibile scardinare questo che è un principio cardine delle ultime riforme pensionistiche. La seconda direttrice – ha ricordato da una altro tweet è che le modifiche possibili alla legge Fornero, che si stanno studiando, potrebbero riguardare soltanto chi è in difficoltà con il lavoro, perché magari ha perso il posto e, essendo vicino all’età pensionistica, non riesce a trovare altra occupazione. Di certo qualsiasi intervento sarà all’interno della cornice di obiettivi e vincoli concordata e prefigurata nella nota di aggiornamento del Def.

Padoan: un rischio toccare le pensioni – Le pensioni e l’ipotesi di introdurre flessibilità in uscita? “È fondamentale non deragliare da un principio fondamentale: vanno legate le prestazioni pensionistiche alla durata del tempo di lavoro e alla aspettativa di vita. Detto questo non c’è nulla di male a esaminare possibili correttivi che riguardano individui che si trovano vicini alla pensione ma con una prospettiva occupazionale difficile. Ma va considerato naturalmente che questo ha un costo e l’equilibrio di finanza pubblica deve essere mantenuto”. Intervistato recentemente da Repubblica il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha avvertito sui rischi di un intervento sulle pensioni, sottolineando la necessità di non far saltare i conti. La crescita? “E’ a mio avviso il risultato più importante e che ci dà più soddisfazione”. “C’è più crescita perché c’è più lavoro, buona parte della crescita aggiuntiva è perché c’è più occupazione rispetto al cosiddetto andamento tendenziale. Poi certo ci sono le tasse, che stiamo abbassando. Ma non abbiamo cominciato adesso, all’improvviso. Abbiamo iniziato appena questo esecutivo è stato costituito, fa parte di un percorso che abbiamo iniziato e che continueremo sino alla fine del mandato”. E ha nuovamente confermato: “interverremo come già annunciato sulla prima casa, Tasi, Imu agricola e imbullonati”. Le critiche da sinistra, secondo cui ridurre le tasse a tutti non è democratico? “La strategia economica per rilanciare l’Italia è complessa e comprende anche l’abbassamento dei prelievi erariali. Soprattutto se questi tagli aumentano la fiducia delle famiglie” e “creano le condizioni per avere più posti di lavoro e di migliore qualità. Aiutare le famiglie e sostenere il lavoro: sono cose di sinistra o no?” “Un’altra colonna della nostra strategia – ha detto Padoan – è quella di sviluppare la finanza per la crescita, misure che favoriscano la capitalizzazione delle imprese italiane. Vogliamo incentivarle ad andare in Borsa e utilizzare anche canali alternativi al credito bancario”. Quanto all’aspetto fiscale “stiamo studiando come ridurre dal 2017 le imposte sugli utili aziendali”.

Pensioni. Cantiere Flessibilità: le ipotesi

Una nuova ”opzione donna” per favorire l’uscita in anticipo delle lavoratrici con una penalizzazione massima del 10% e l’arrivo di un analogo meccanismo per i disoccupati senior, che hanno perso il lavoro a pochi anni dalla quiescenza per i quali si studia anche un assegno di solidarietà. Sono queste alcune delle novità sul tavolo dei tecnici e che il governo potrebbe valutare nell’introdurre una maggiore flessibilità per l’uscita dal mondo del lavoro.
Opzione donna : L’esecutivo lavora all’uscita anticipata delle donne dal lavoro dal 2016 a 62-63 anni, quindi con tre anni di anticipo, e con 35 di contributi. E’ una nuova versione della vecchia ”opzione donna” che prevedrebbe una diminuzione dell’assegno legata alla speranza di vita e non più un ricalcolo della pensione su base esclusivamente contributiva. La riduzione si attesterebbe a circa 10% per tre anni di anticipo rispetto all’età di vecchiaia (contro il 25-30% di taglio che arriverebbe con il sistema contributivo). La proposta affronta lo ”scalino” che la riforma Fornero prefigura per le donne: le lavoratrici del settore privato dal prossimo anno dovranno attendere un anno e 10 mesi in più con il passaggio dell’età di vecchiaia da 63 anni e 9 mesi a 65 anni e 7 mesi mentre le lavoratrici autonome dovranno attendere un anno e 4 mesi in più (da 64 anni e 9 mesi a 66 anni e un mese). Nel lungo periodo l’operazione dovrebbe essere neutra per i conti dello Stato ma per i primi anni di utilizzo dell’opzione bisognerà trovare una copertura perché i trattamenti pensionistici conseguenti, anche se più bassi, si pagheranno in anticipo e per un tempo più lungo.

L’opzione uomo per disoccupati senior: Per i lavoratori che perdono l’occupazione a pochi anni dalla pensione si studia ‘l’opzione uomo’, ovvero la possibilità di accedervi con 3 anni di anticipo in confronto al requisito anagrafico richiesto per l’assegno di vecchiaia (66 anni e 7 mesi dal 2016) con una contrazione del trattamento legata non al ricalcolo contributivo, ma all’equità attuariale, cioè al tempo più lungo di percezione della prestazione previdenziale. Il Governo vaglierebbe anche il prestito pensionistico e una sorta di indennità economica di solidarietà per le situazioni di maggiore disagio, da restituire una volta che si maturano i requisiti di pensione. Ipotesi nel cassetto: Sembrano archiviate scelte più radicali, riguardanti i lavoratori in generale: quella avanzata in Parlamento da Damiano-Baretta (2% di taglio per ogni anno di anticipo con un limite dell’8%) e quella sulla “quota 100” tra età e contributi per i costi che potrebbero avere. Secondo i calcoli dell’Inps, esposti dal presidente Boeri in un’audizione alla Camera a giugno, le due ipotesi costerebbero a regime rispettivamente, se tutti coloro che ne hanno diritto utilizzassero l’opzione, 8,5 e 10,6 miliardi l’anno. Troppo per i conti dell’Italia.

Pensioni: verso ritocchi per donne e senza lavoro 

La possibile reintroduzione della cosiddetta “opzione donna” per favorire un’uscita anticipata per chi ha già tanti anni di lavoro alle spalle e l’introduzione di una “flessibilità” limitata solo ai lavoratori che a ridosso della pensione perdono il lavoro e non riescono a trovarne altri. Sarebbero questi i due principali interventi sui quali sono al lavoro i tecnici di Palazzo Chigi e dei due ministeri dell’Economia e del Lavoro. I dossier erano aperti con l’obiettivo di studiare una soluzione da introdurre entro fine anno, ma la risposta del premier Matteo Renzi ad un lettore dell’Unità ha dato una nuova accelerazione ai progetti di flessibilità in uscita. Si lavora per portare le misure già al varo della prossima legge di Stabilità. I tempi però sono strettissimi. Servono simulazioni e calcoli precisi. Così non è escluso che le novità possano essere introdotte con un emendamento nel corso del’iter della manovra. Nella quale il governo punta anche a reperire le risorse per finanziare la ‘salvaguardia’ per l’ultimo pacchetto di esodati rimasti intrappolati senza lavoro e senza assegno previdenziale dagli effetti della riforma Fornero. I paletti sono chiari. La flessibilità possibile, per ora, sarà limitatissima. Dovrà essere compatibile con i conti e le priorità (prima tra tutte la cancellazione della Tasi) previste dalla Legge di Stabilità. Per questo affronterà situazioni di emergenza.

Tra queste quella delle donne e dei disoccupati anziani. Per le donne il 2016 prospetta al momento l’arrivo di uno “scalone” per andare in pensione. Da gennaio serviranno quasi due anni in più per uscire dal lavoro. Più precisamente per le lavoratrici del settore privato l’aumento è di 1 anno e 10 mesi con il passaggio da 63 anni e 9 mesi a 65 anni e 7 mesi. La pillola potrebbe essere resa meno amara consentendo ancora l’applicazione della cosiddetta Opzione Donna che consente di andare in quiescenza con 57 anni d’età e 35 di contributi, ma con tutto il trattamento calcolato col metodo contributivo (e quindi con una perdita media del 25%-30%). E’ un’opzione possibile – ha detto lo stesso presidente dell’Inps, Boeri – ma certamente è molto penalizzante. Ma andrebbe incontro alle lavoratrici che, come ha spiegato Renzi recentemente, magari sono disponibili a rinunciare ad un pezzetto di pensione per fare la nonna e guardare i nipotini. L’altra ipotesi di flessibilità è finalizzata ai senza lavoro che a 2-3 anni dalla pensione non trovano nuova occupazione. Per loro si era valutata la possibilità di varare il cosiddetto “prestito pensionistico” studiato dall’ex ministro Giovannini: un assegno di alcune centinaia di euro da restituire poi quando si prenderà la pensione. Sembrano archiviate invece scelte più radicali: quella avanzata in Parlamento da Damiano-Baretta (2% di taglio per ogni anno di anticipo con un limite dell’8%) e quella sulla “quota 100” tra età e contributi per i costi che potrebbero avere. Secondo i calcoli dell’Inps, esposti dal presidente Boeri in un’audizione alla Camera a giugno, le due ipotesi costerebbero a regime rispettivamente, se tutti coloro che ne hanno diritto utilizzassero l’opzione, 8,5 e 10,6 miliardi l’anno. Troppo per i conti dell’Italia.

Carlo Pareto  

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