domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Chi ha ucciso il comune di Roma?
Pubblicato il 12-10-2015


Il cadavere – leggi il Comune di Roma – è sulla scena, coperto da un telo. Intorno a lui, gli ultimi che l’hanno frequentato da vivo: il sindaco Marino, il mediatore Orfini, il Pd, Renzi. Sullo sfondo, il loro pubblico. A commentare le loro parole, il Coro.

Entra per primo Marino.  “Signori della giuria, io vengo qui come vittima. Mi sono presentato alle primarie e alle comunali, vincendole, all’insegna della discontinuità. Non ho avuto né cercato il sostegno del Pd locale. Dopo l’ho trovato contro. Assieme a vigili, dirigenti di aziende, costruttori, sindacalisti, ambulanti, abusivi di ogni tipo. Li ho combattuti a viso aperto. E da solo. Senza il sostegno del governo.

“Mafia capitale” ha confermato la giustezza delle mie posizioni. Avevo ragione. E perciò avevo vinto. Ma proprio quando mi preparavo a raccoglierne i frutti, tutti, governo compreso, mi si sono apertamente rivoltati contro; fino a costringermi alle dimissioni.

Ma che non si illudano perché non mi arrenderò. Gridando fin sui tetti la mia verità nel processo su mafia capitale. E nel memoriale che ho già cominciato a scrivere a sant’Elena, volevo dire alle Bermude”.

Entra il Coro. “ Ci parli di discontinuità. Ma le rivoluzioni democratiche, non si fanno da sole. Nascono da una attesa; vogliono il coinvolgimento della città intorno ad un progetto. E tu, sindaco Marino queste cose non le hai avute perché non le hai mai richieste.

Non sei stato designato dal popolo a combattere il sistema. Ma da chi questo stesso sistema aveva costruito per scopi del tutto oscuri. Non sei stato oggetto di attese e di speranze così da vincere, ma per la debolezza dei tuoi avversari e senza particolare concorso di popolo.  Hai indetto molte crociate: ma le hai condotte in modo da non portarne a termine nessuna.

Non ti appartiene quindi la scoperta di Mafia capitale o lo sradicamento del sistema di malaffare; perché, se così fosse, i tuoi avversari non ti avrebbero potuto, prima metterti sotto tutela e poi cacciarti per incapacità,  con tanta facilità. In conclusione hai suggerito che,  le tue dimissioni rappresentano una sorta di vittoria di questo sistema: se così fosse avresti dovuto rifiutarle o fare appello al popolo perché ti conceda l’occasione per la rivincita. In questo caso, non saresti solo. Ma non lo farai.

Ecco il mediatore Orfini: “Mi avevano assegnato il compito – e io non rifiuto mai i compiti che mi assegnano – di riconciliare Marino con la sua giunta e con il Pd e il Pd con Marino  e con sé stesso. Per poi riconciliare Renzi con Roma e viceversa. Mi pareva di esserci riuscito. E, invece, ho scoperto che ho ottenuto i risultati opposti a quelli che mi ero prefisso. Comunque ce l’ho messa proprio tutta e spero di avere dal Capo una seconda possibilità. Non saprei cos’altro aggiungere”

Il coro: “Nemmeno noi”.

Entra il Pd romano. O meglio, non entra. Si sentono solo rumori confusi, vociare, segni di concitazione. Ma, alla fine compare solo l’usciere della federazione. “Noi le elezioni le avevamo vinte; anzi avevamo fatto cappotto. Segno che avevamo fatto bene in passato; e che, passata la parentesi di Alemanno, tutto sarebbe tornato alla normalità. Poi è crollato il mondo e tutti ci hanno dato addosso. Addossandoci le colpe di non sappiamo quale disastro. E non abbiamo ancora capito perché. Per ora, non abbiamo altro da dire”.

Il Coro. “Il disastro, intendiamo quello che si è verificato al Comune di Roma è in corso da molti anni. E non ve ne siete accorti. E questo vi rende oggettivamente colpevoli. Se, poi, non riuscite a dire nulla sulla crisi presente, temiamo che abbiate perso la capacità di gestirne gli sviluppi futuri. A partire da quelli relativi al prossimo appuntamento. Chi tace in circostanze decisive, perde il diritto di parlare”.

“Ultimo ma non ultimo”, Renzi. “Mi avevano detto di tenermi alla larga da Roma. Se n’era già occupato Berlusconi ai tempi di Alemanno e con risultati rovinosi. Nello specifico, non avevo nulla contro Marino. Tra l’altro, elettrone libero, in contrapposizione a quel Pd, a me da sempre  avverso e, oggettivamente, candidato alla rottamazione.

E alla larga mi sono tenuto. Anche dopo il dibattito sul bilancio che aveva dimostrato, e poi coperto, lo stato disastroso delle finanze della città e delle aziende controllate. E, aggiungo, anche dopo l’inchiesta su Mafia capitale che offriva ampie motivazioni per lo scioglimento dell’amministrazione.

A spingermi ad intervenire, allora, è stata soltanto l’Italia. La nuova Italia che rinasceva sotto la mia guida e che era mio dovere presentare al mondo col volto rinnovato della sua capitale. Potevo, allora, tollerare un sindaco che (come feci nel caso di Letta) avevo già bollato come incapace, se il primo appuntamento con l’universo fosse avvenuto, forse, nel 2024, ma la cosa era impensabile con il Giubileo alle porte. Ho offerto, allora a Marino di fare un passo indietro: a lui la fascia tricolore con gli annessi e connessi; a me o meglio ai miei inviati, la gestione del Giubileo. Ma, a quanto sembra, la generosità della mia offerta gli ha dato alla testa. Per questo ho voluto le sue dimissioni. Per questo – e cioè per amore di un Paese che vince – ritengo di avere il diritto-dovere di scegliere chi lo sostituirà. Farò così le veci – nel suo stesso interesse – di un partito che, da tempo, non è più in grado di svolgere questo ruolo; e di uno strumento – le primarie – divenuto oramai incontrollabile”.

Il Coro. “Non abbiamo motivo di contestare la tua narrazione. Ma è il tuo punto di vista che ci lascia perplessi. Abbiamo come la sensazione che non sia di tua competenza dimissionare o nominare i sindaci, in base ad obbiettivi e codici di condotta su cui la collettività locale non avrà alcuna voce in capitolo. Che dirà la gente di tutto questo?”.

Entra, allora, una rappresentanza del “popolo di sinistra”. Ma non sembra in grado di parlare in modo coerente o anche solo intelligibile.

La seduta è dunque sospesa “sine die”.

 Alberto Benzoni

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