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Opinioni e commenti
 

Conferenza programmatica – Luigi Covatta – Governare il cambiamento
Pubblicato il 29-10-2015


Luigi Covatta

Governare il cambiamento

Roma, 30 ottobre 2015

Governare il cambiamento era il titolo della prima conferenza programmatica del Psi, quella di Rimini del 1982. Il titolo lo scelse Craxi. Io proponevo Rifare l’Italia, ed in cuor mio pensavo a quel Changer la vie col quale l’anno prima Mitterrand aveva portato al successo l’unione della sinistra. Lui mi obiettò che il riformismo non poteva essere più dirigista, perché la società stava cambiando da sola. Alcuni anni dopo il concetto sarebbe stato ripreso da Alberto Benzoni in un prezioso pamphlet sul craxismo: il riformismo non poteva più essere “il superamento dell’ordine esistente attraverso l’azione cosciente della politica”. Ora si trattava “di capire, sostenere ed eventualmente orientare l’evoluzione spontanea e multiforme della società”.

Al di là della nostalgia, lo slogan di allora è di evidente attualità. Ma ancora più attuale, per quello che ci riguarda, è recuperare lo spirito col quale lavorammo in quell’occasione. Si trattava di modificare sia la percezione che di noi avevano gli altri partiti, sia la percezione che noi avevamo di noi stessi: lasciandoci alle spalle una stagione in cui eravamo stati una sinistra nel governo, ma non una sinistra di governo.Nei vent’anni precedenti, infatti, eravamo stati una sinistra che si sforzava di aggiungere all’agenda di governi diretti da altri proposte che in gran parte venivano elaborate da altri ancora. Ora invece l’agenda pretendevamo di proporla noi.

Gli osservatori più attenti, anche i meno vicini, se ne accorsero subito. Sulla Repubblica, per esempio, Giuseppe Turani segnalò che, proponendo “minor costo del denaro, maggiore flessibilità del fattore lavoro, spesa pubblica e assistenziale meno dispendiosa“, il Psi voleva “consentire al sistema economico di correre più in fretta e meglio” verso la sfida della terza rivoluzione industriale. Mentre Miriam Mafai colse nei nostri discorsi “il riconoscimento di una complessità sociale sulla quale non è pensabile intervenire con un rigido disegno programmatore”: per cui “la forte carica programmatoria che nel primo centrosinistra era indirizzata verso il sistema economico si trasferiva sul problema delle istituzioni e del funzionamento dello Stato”.

La Mafai registrò anche “una visione della società che fa tabula rasa non solo delle tradizionali analisi della sinistra, ma anche di ogni forma di antagonismo sociale”: tanto che “alla contrapposizione destra-sinistra si è sostituita la contrapposizione vecchio-nuovo”. Sembra scritto ieri.

Nella nostra visione, tuttavia, la contrapposizione vecchio-nuovo non si sostituiva a quella destra-sinistra, ma la integrava e la rafforzava. Nella storia del movimento socialista, infatti, l’alleanza fra merito e bisogno (fra chi può e chi deve cambiare) viene prima della “pietrificata sociologia marxista delle classi” che Martelli ci invitava a superare. La sua proposta si collocava quindi nel perimetro della sinistra, senza però temere di farsi ennemis à gauche: anzi, sfidando quanti si ostinavano ad inseguire “una rivoluzione che non c’è” invece di cercare di governare “la rivoluzione che è in atto”. Ed anche questo sembra detto ieri.

Così come sembra scritta ieri, anche se sotto altre testate e contro altri obiettivi, la replica ottusa dell’Unità, che per la penna di Antonio Caprarica accusava Martelli di spiegare “che le classi non esistono”, e irrideva a Francesco Alberoni, colpevole sia di avere “riscoperto la forza dello sviluppo dell’individuo in società che si avviano lungo la strada ella demassificazione”, sia di avere appena rilasciato “un’intervista ad Amica corredata dalle foto di modelli del noto stilista Versace”.

Nonostante la modestia degli avversari, tuttavia, quella sfida alla fine fu persa, come sappiamo fin troppo bene. Ma si deve ancora stabilire se fu persa perché osammo troppo o perché osammo troppo poco. Personalmente, penso che osammo troppo poco: ed è per questo, fra l’altro, che non nutro nessuna nostalgia per l’accomodante socialismo pre-craxiano, e mi preoccupo quando la vedo riaffiorare nel socialismo post-craxiano.

Osammo troppo poco in attacco: nel 1985, quando rinunciammo a scommettere fino in fondo su quella maggioranza riformista che si era manifestata nel referendum sulla scala mobile; e nel 1987, quando rinunciammo a sfidare fino in fondo la pretesa partitocratica di De Mita e del suo “patto della staffetta”, e non riuscimmo a sottoporre direttamente il governo Craxi al giudizio degli elettori.

Ed osammo troppo poco anche in difesa: quando nel 1991 rinunciammo a provocare le elezioni anticipate che avrebbero evitato il referendum sulla preferenza unica; e quando nel 1993 non reagimmo allo strappo costituzionale operato da Scalfaro sul “decreto Conso”.

Non era facile, peraltro, osare. Proprio nel 1987, per esempio, il direttore di Panorama Claudio Rinaldi ammoniva Craxi a non osare troppo: perché “l’Italia, anche per merito del governo Craxi, è il quinto paese più industrializzato del mondo”, e di conseguenza “sono pochi quelli che davvero avvertono la necessità di tessere una seconda Repubblica”. Come invece sappiamo, la tela della seconda Repubblica fu paradossalmente tessuta proprio da De Mita e da quanti avevano perso il referendum del 1985: il che forse spiega la salute malferma di cui essa ha sofferto nel ventennio in cui è vissuta, anche se non spiega l’assenza di prospettiva che caratterizzò quel concepimento tutt’altro che immacolato.

Il sistema politico della seconda Repubblica, infatti, non si è formato secondo una qualche prospettiva individuata da chi lo aveva creato, ma attraverso quella che Gramsci avrebbe definito una “rivoluzione passiva” e Darwin un adattamento opportunistico all’ambiente: a quell’ambiente creato dalla geometrica potenza dell’intreccio fra introduzione del maggioritario e fine della conventio ad excludendum.

Il maggioritario della legge Mattarella (insieme con l’evaporazione della Dc) consentì il gioco di prestigio con cui Berlusconi mise insieme Lega, Alleanza nazionale ed elettorato moderato, tirando fuori dal cappello quel centrodestra che in Italia non c’era mai stato: come, alla vigilia dell’approvazione della nuova legge elettorale, segnalò nella generale indifferenza Ernesto Galli della Loggia, che fece presente come l’elettorato conservatore fosse stato “per decenni convogliato forzatamente al centro”. Mentre la fine della conventio ad excludendum (del tutto preterintenzionale, peraltro, per quanto li riguardava) convinse i postcomunisti di disporre di una cultura di governo bell’e pronta che solo a causa dell’odiosa discriminazione non aveva potuto manifestarsi prima.

Fu così, come scrisse allora Mauro Calise, che milioni di italiani ebbero l’opportunità “di liberarsi del proprio passato depositando nell’urna, a costo zero, una scheda sacrificale”. Con la conseguenza che la mitica “società civile” ebbe la possibilità non solo di autoassolversi, ma di consolidare la propria dimensione corporativa: lasciando alla Kasta (con la k, come Kossiga) il compito di sbrigare gli affari correnti e l’onore di fare da capro espiatorio quando qualcosa non funzionava. Del resto il popolo dei fax, le migliaia di tricoteuses che seguivano le cronache di Paolo Brosio sul Tg4, le oceaniche maggioranze referendarie si guardarono bene dall’investire anche qualche spicciolo sul Mosè che li aveva liberati dalla cattività della prima Repubblica: e cioè su quel Mario Segni che rientrò in Parlamento solo grazie all’esecrata quota proporzionale. Mentre scienziati della politica che ancora imperversano dalle cattedre dei principali quotidiani potevano sostenere sul Mulino, prima delle elezioni del 1994, che “la destra non può vincere le elezioni”, e che “solo la sinistra, se ci mette molto impegno, può sperare di perderle”.

E’ anche grazie a questa genetica desertificazione della cultura politica, del resto, che il nuovo sistema ha potuto sopravvivere a lungo al tradimento delle promesse che lo avevano giustificato e legittimato. Ricordiamole solo per un attimo, quelle promesse. Innanzitutto, la fine della corruzione. Poi, la governabilità. Poi ancora, la semplificazione del sistema dei partiti. Infine, un rapporto più diretto fra eletti ed elettori.

Della corruzione e della governabilità è meglio che non parliamo. Così come è meglio che non parliamo del rapporto fra eletti ed elettori, visto che si è passati da quella vera e propria scuola di paracadutismo che fiorì col Mattarellum per consentire di lottizzare i collegi sicuri fra i numerosi commensali coalizzati al più ordinato afflusso di nominati nelle aule parlamentari regolato dal Porcellum.

Solo nel 2008, invece, si arrivò ad una relativa semplificazione del sistema dei partiti (di cui furono vittime, come sappiamo, anche i socialisti). Ma non è un caso che quella legislatura produsse il disastro del 2011, con l’avvento di un governo “tecnico” dopo numerose scissioni di partiti e cospicue transumanze di parlamentari: a dimostrazione che i partiti della seconda Repubblica avevano la bocca più grande dello stomaco.

L’unica promessa effettivamente mantenuta è stata quella dell’alternanza: ma, a ben vedere, più per merito della legge del pendolo che dell’ingegneria elettorale, visto che in vent’anni non è mai capitato che il governo uscente venisse confermato dagli elettori.

Neanche il governo in carica, del resto, sembra che aspiri ad essere confermato dagli elettori in quanto tale: mentre vi aspirano con tutta evidenza il suo leader ed il partito di cui è segretario. Il paradosso è che questo partito ora governa (con successo) alla guida di una coalizione che non si è formata nelle urne ma è il frutto di diverse manovre di palazzo: mentre il partito che pretende di rappresentare in esclusiva il governo davanti agli elettori ha il suo punto debole proprio al proprio interno.

Discuteremo oggi pomeriggio se questo paradosso giustifica una correzione della legge elettorale, in modo che sia la coalizione di governo a sottoporsi al giudizio degli elettori. Ma è indiscutibile che, qualunque sia la soluzione cui si perverrà, non sarà essa a sciogliere il paradosso.

Qualche settimana fa Michele Salvati si chiedeva sul Corriere perché Renzi, oltre a vincere, non riesce a convincere. Prima però bisognerebbe chiedersi perché Renzi riesce a vincere: e la risposta è perché opera nel vuoto della politica. Perché ha per avversari principali un blog e un algoritmo (a meno che non vogliamo prendere sul serio le opposizioni interne che minacciano sfracelli per un listino piuttosto che un listone). Renzi vince, cioè, perché non si deve confrontare con “classi dirigenti adeguate”: senza le quali, però, difficilmente un abile uomo politico si trasforma in grande statista, come dice Salvati citando Raffaele Mattioli; e senza le quali, appunto, si vince ma non si convince.

Solo nel caso del Jobs Act, in realtà, Renzi ha vinto e convinto: ma in questo caso erano innanzitutto i sindacati a non disporre di “classi dirigenti adeguate”, se è vero come è vero che si sono attardati nella difesa dell’articolo diciotto invece di cogliere l’occasione per svuotare la sacca di precariato che si era formata a partire dal pacchetto Treu del primo governo Prodi: a testimonianza che non c’è niente di peggio della flessibilità in deroga al posto della flessibilità regolata.

Sulla scuola, invece, Renzi non ha né vinto, né convinto. Non ha vinto, perché le mediazioni cui è stato costretto in Parlamento hanno castrato la riforma della sua finalità (quella di attuare davvero l’autonomia scolastica), fino a ridurla a una maxisanatoria, per giunta sporcata dall’uso disinvolto di legge 104, certificati medici e affini. Ma non ha neanche convinto, se è potuto capitare che Repubblica definisse “la svolta americana” l’esperimento con cui al liceo Parini di Milano si stanno applicando né più né meno che i principi cui si ispirava la “buona scuola”: a testimonianza che, con buona pace degli esperti di comunicazione di cui si circonda, il capo del governo non è riuscito neanche a tutelare un copyright al quale teneva moltissimo.

Eppure, nel caso della scuola, era stato condotto un sondaggio di massa attraverso la mitica rete, quasi imitando i rituali a cinque stelle: che evidentemente non bastano, però, a fare cultura politica, e neanche ad acquisire consenso.

Non è il metodo, infatti, a garantire consenso a Grillo. Sempre con buona pace dei sullodati esperti di comunicazione e di altri tardi epigoni di McLuhan, infatti, in questo caso il mezzo non è il messaggio. Ed il messaggio di Grillo, al di là delle apparenze e della stessa decenza estetica, è estremamente attuale: nel senso che si adatta alla perfezione al contesto in cui si svolge oggi la nostra vita politica.

Cito ancora Mauro Calise (che cito spesso non perché è ischitano, ma perché è uno dei rari politologi che non si diletta ad inventare trappole elettorali). Sul Mattino di lunedì ha individuato in Beppe Grillo “un vero e proprio specialista del lessico multipartito”, tanto che “continua a pescare a piene mani tra gli elettori ex di destra ed ex di sinistra”. Secondo Calise il contesto che valorizza l’abilità di Grillo è quello per cui “si fa ormai fatica a posizionare i tre poli sull’asse destra-sinistra”, mentre “si sta disintegrando in Italia anche l’asse centro-periferia, che era tenuto insieme dai partiti, fin quando hanno funzionato”.

Per capire meglio questa seconda affermazione, citofonare Orfini: il quale ha scoperto ad ottobre del 2015 quello che per noi era chiaro a maggio del 2013, e cioè che non si poteva votare per un Marino che si promuoveva con lo slogan “Non è politica, è Roma”. E che però ha fischiato il game over solo dopo la storia degli scontrini, quasi interinando l’etica pubblica dei 5 stelle.

D’altra parte è inutile rincorrere Grillo anche sull’altro terreno, quello del “multipartito”: almeno fin quando la rigidità dei meccanismi elettorali terrà artificialmente in piedi il teatrino della politica degli ultimi vent’anni, nel cui cartellone il bipartitismo imperfetto è stato sostituito dal bipolarismo coatto. E’ questa restrizione artificiale dell’offerta politica, infatti, che fa la fortuna di Grillo. Ed è sconcertante vedere tanti scienziati della politica discettare di ripristino del bipolarismo senza considerare che ormai i poli sono tre, e che tutti e tre insieme, comunque, faticano a governare una conflittualità sociale che per ora è puntiforme, ma che i numerosi fattori di crisi presenti in Italia e fuori possono generalizzare da un momento all’altro.

Personalmente sono rimasto molto colpito vedendo il video del capo del personale di Air France che scavalca in mutande un cancello per sottrarsi alla furia dei dimostranti: proprio in Francia, cioè nel paese in cui il bipolarismo cartesiano della quinta Repubblica era riuscito perfino a far durare soltanto un mese il mitico maggio del ’68. La rivista che oggi indegnamente dirigo fu la prima, quarant’anni fa, a violare il tabù della “centralità del parlamento” e a criticare – anche ispirandosi al “modello francese” – la democrazia consociativa. Non siamo sospettabili, quindi, di essere vittime del “complesso del tiranno” se ora proponiamo di voltare pagina, e di valutare con l’opportuno disincanto gli esiti di una stagione che noi stessi abbiamo in qualche modo inaugurato.

In un contesto come quello che abbiamo davanti, infatti, non c’è bisogno di essere dei rottami della prima Repubblica come me per auspicare l’avvento di un sistema politico più flessibile di quello che ci si prospetta, e la rivalutazione dei pregi della democrazia parlamentare: anche considerando che la promessa della governabilità attraverso il maggioritario non è stata mantenuta, e che in questi vent’anni sono nati più partiti degli eletti che partiti degli elettori.

La questione, come si può capire, trascende ampiamente sia la disputa in corso sull’assegnazione del premio di maggioranza, sia le iniziative avviate in sede giurisdizionale contro l’Italicum: che potrebbero anzi rivelarsi improvvide se rigettate per motivi procedurali, e devastanti per l’autonomia del potere legislativo se valutate nel merito. La questione, anzi, trascende la stessa materia elettorale, se è vero che un sistema politico non si forma solo attraverso le regole che misurano i rapporti di forza, ma anche (se non soprattutto) fissando i criteri che regolano i rapporti fra le forze. Tanto che oggi l’obiettivo della “democrazia governante” – che abbiamo indicato noi per primi, e che per noi resta valido anche a quarant’anni di distanza – in Germania si mostra compatibile col proporzionale e con la forma parlamentare di governo, mentre in Francia si allontana sempre più dall’orizzonte.

Finora mi sono dilungato sulle cause endogene della crisi del nostro sistema politico. Ad esse ovviamente vanno aggiunte le cause esogene. Non solo quelle derivanti dalla tempesta perfetta che sta scuotendo la comunità internazionale, che pure, con la crisi dei migranti, ha avuto un tale impatto sugli Stati membri dell’Unione europea da giustificare l’affermazione del nostro presidente del Consiglio quando ha individuato nella linea di frattura che distingue gli uomini dalle bestie un nuovo criterio di selezione delle forze politiche. Soprattutto quelli legati alla nostra cessione di sovranità all’Unione europea. E’ infatti evidente che da essa sono condizionate l’efficienza e l‘autorevolezza dei sistemi politici nazionali, ma non ancora l’identità delle forze politiche nazionali, visto anche il deficit democratico che affligge la governance dell’Unione. A questo proposito sarebbe ormai tempo che la sezione italiana del Pse – e cioè il Psi e il Pd – sollecitassero la convocazione di un congresso straordinario del Pse per discutere della crisi che sta scuotendo l’Unione. E pazienza se un’iniziativa comune del Pd e del Psi fa venire in mente l’unione fra l’elefante e la farfalla: tutti sanno quanto può far male una farfalla che vola a Singapore.

Come si vede, ce n’è abbastanza per aprire una grande stagione costituente: magari individuando sedi che ci mettano al riparo dalle umilianti pratiche cui abbiamo assistito nell’esercizio del potere costituente da parte di un Parlamento di dubbia legittimità e di incerto indirizzo politico. Dopo il colpo di piccone della riforma del Senato, che bene o male ha aperto il cantiere, c’è infatti da ristrutturare l’intero edificio istituzionale, se si vuole garantirne l’equilibrio e migliorarne la funzionalità.

Lo si è visto già in sede di approvazione della stessa legge Boschi, quando il governo non si è opposto all’ordine del giorno presentato dal senatore Ranucci sull’accorpamento delle regioni. E pazienza se due anni fa, quando una proposta simile venne avanzata dalla Società geografica italiana, la stampa trattò la notizia come un serpente di mare, e solo Mondoperaio la prese sul serio dedicandole un dossier. Questo è pur sempre il paese in cui i “federalisti” della Lega, invece di trasferire i poteri del governo centrale alle regioni, trasferirono gli uffici del governo centrale nelle regioni. Ed in cui altri federalisti improvvisati, per fare dispetto alla Lega, approvarono il nuovo Titolo V della Costituzione con quattro voti di scarto.

Ma ci sono molte altre questioni da regolare. Per esempio l’ampiezza della cessione di sovranità nei confronti dell’Unione europea, che non può essere definita solo dall’articolo 11 o dall’articolo 81 riformato; la razionalità degli assetti del potere locale, che non si può determinare solo con l’abolizione delle province; l’omogeneità fra sistemi elettorali locali e sistema elettorale nazionale, senza la quale si incentiva il cacicchismo e si ostacola il ruolo nazionale dei partiti; l’esondazione del potere giudiziario, che non può ridursi a questione di efficienza del sistema giustizia. Resta anche (e soprattutto, con l’aria che tira) l’opportunità di confermare i principi della prima parte della Costituzione: che non sono affatto scontati in una situazione in cui, oltre alla coesione sociale, sembra a rischio la stessa coesione culturale della nazione.

Non sembri inappropriato o contraddittorio, a questo proposito, rivendicare anche il ruolo dei partiti: magari cominciando a dare attuazione all’articolo 49 della Costituzione e ponendo fine a pratiche destrutturanti e delegittimanti quali quelle che hanno punteggiato il ventennio che abbiamo alle spalle. Infatti il concetto di partito non è necessariamente divisivo, come vorrebbe il manzonismo degli Stenterelli della seconda Repubblica, per i quali si è tanto più “partito” quanto più ci si colloca “o di qua o di là”, e soprattutto quanto meno numerosi sono i posti a tavola. Il concetto di partito è invece unitivo, come insegna la grammatica della politica democratica: perché in prima approssimazione unisce una porzione della cittadinanza attorno a un’idea e ad un programma; e in prospettiva consente alle diverse porzioni della cittadinanza di unirsi per perseguire il bene comune. Ed è tanto più unitivo nella società della disintermediazione, in cui inevitabilmente perdono peso i corpi intermedi legati alla rappresentanza di interessi, e sono invece più praticabili di un tempo le aggregazioni di opinione e le comunità elettive. Tanto che può darsi che siano proprio partiti dotati della necessaria cultura politica a creare quel ”consenso d’opinione” che sul Corriere dell’altro ieri evocava Giuseppe De Rita nel prendere atto da un lato dell’obsolescenza del “consenso organizzato” e del “consenso di fatto”, e dall’altro della necessità di “collettive intenzioni” per accelerare la ripresa economica.

A questo punto qualcuno mi accuserà di astrattismo e di megalomania, vista l’evidente sproporzione fra gli obiettivi che ho suggerito e la forza di questo piccolo partito. Ma un piccolo partito può portare a casa la legge sulla responsabilità civile dei giudici che tanto angoscia l’Anm: così come, d’altra parte, può alzare un polverone sulla gestione dell’agenzia delle entrate alla vigilia della discussione della legge di stabilità.

Il fatto è che c’è piccolo partito e piccolo partito: c’è chi può vantare nel proprio albero genealogico sia Agostino Viviani che Giuliano Vassalli, e chi può vantare si e no la Severino. Ed un piccolo partito ha diritto di esistere solo se è portatore di un grande messaggio: altrimenti si colloca nella storia del ceto politico, non in quella della nazione.

Senza dire che il ceto politico in carica è così mediocre da essere stato scalato non solo, a suo tempo, da un quasi outsider come Berlusconi, ma più di recente da due outsider autentici come Matteo Renzi e Beppe Grillo. E che è perfino possibile che un anziano signore con le idee giuste mandi all’opposizione la corazzata del Pd: come, con l’appoggio dei socialisti, è accaduto qualche mese fa a Matera. Ai blocchi di partenza, quindi, non manca una relativa uguaglianza delle opportunità.

A Napoli c’è una storiella un po’ volgare, ma che rende bene l’idea di quanto i ruoli siano relativi. Nelle acque maleodoranti di un porto galleggiano numerosi rifiuti organici. Ma a un certo punto da una nave cade in mare una cassa di arance, che in napoletano si chiamano purtualle, e che a loro volta finiscono per galleggiare nel porto. Per cui un rifiuto organico dice sorridente all’altro: Simme tutte purtualle. E nelle acque poco limpide in cui si è insabbiata la seconda Repubblica, che ci siamo caduti o che ci fossimo già, simme tutte purtualle.

E comunque sia, per me vale sempre la battuta di Manieri in uno dei primi film dei fratelli Taviani, San Michele aveva un gallo. Manieri era un patriota condannato all’ergastolo, che sopravviveva facendo comizi in cella. E quando i carcerieri lo prendevano in giro, rispondeva: “Meglio ridicoli che rassegnati”.

Luigi Covatta 

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