lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Conferenza Programmatica – Maria Cristina Pisani – Riformismo 2.0
Pubblicato il 30-10-2015


Care compagne, cari compagni,

questa non è una banale conferenza, non siamo qui riuniti soltanto per battere un colpo e contarci insieme, sappiamo chi siamo, sappiamo quanto valiamo.

Questo è il momento in cui ripensare e ripensarci. La nostra storia recente e il futuro che ci attende. Cercando di alzare lo sguardo e di cambiare.

D’altronde i grandi partiti progressisti nascono per rivoluzionare le società, sono un progetto ambizioso, una “follia” di molti. È questo il fondamento della nostra esistenza: scegliere di essere quella possibilità di trasformazione radicale, quell’ideale di liberazione.

Una iniziativa politica riformista c’è già stata in questi anni prima che potessimo porci il problema della parte di società che potremmo rappresentare.

In un certo senso il riformismo di oggi è il fare e il filosofare sociale, istituzionale, culturale e civile della riconquistata autonomia socialista, della ritrovata identità autonoma del socialismo italiano. Nel 1976, lo ricorderete meglio di me, nella sua prima intervista da segretario del partito, ad un Giampaolo Pansa che gli chiedeva intenti, spiegazioni e dettagli della traiettoria possibile di un partito appena sconfitto nelle elezioni politiche e marginale nel determinare in quel momento gli equlibri politici, Craxi rispose: “Primum vivere”. Oggi il partito è vivo, forse più vivo di ogni altro partito italiano, per questo dobbiamo continuare a credere in noi stessi, nelle nostre particolarità, nei nostri limiti e nelle nostre possibilità.

A chi pensa che queste siano utopie irrealizzabili rispondiamo che è esattamente all’angustia delle loro proposte, alla timidezza del loro sguardo che dobbiamo molte delle nostre sconfitte e dei nostri insuccessi. La vera e realissima utopia è quella in cui molti si sono da soli confinati, un non-luogo dove la politica è deludente per molti, incapace di rappresentare, incerta quando si tratta di affermarsi e troppo rivolta alla tutela di chi è la stessa politica a garantire.

Noi non ci siamo posti il compito di produrre una rivoluzione che non c’è, ma quello di rappresentare politicamente e di governare con l’efficacia della politica democratica la rivoluzione che è in atto, il cambiamento che è in atto.

Ora per governare politicamente qualcosa occorre prima conoscerla, padroneggiarla concettualmente. La descrizione del contesto internazionale, il problema delle istituzioni pubbliche, il problema dello sviluppo economico e delle sue conseguenze sociali così come emergono da queste due giornate socialiste di studio, di analisi, di dibattito, di proposta è innanzitutto una acquisizione di conoscenza: una descrizione delle condizioni di possibilità del nostro agire politico. Come abbiamo più volte detto e come si conferma anche in questa congiuntura politica, noi siamo il partito del movimento e del programma.

Per questo chi rischia, è il nostro primo alleato. Chi rischia perché in difficoltà, chi rischia perché vuole comunque investire, creare lavoro, dare speranza.

Il paese nel derby tra paura e coraggio ha già scelto il coraggio. Oggi in Italia vivono quasi 5 milioni di persone di origine non italiana: lavoratori e lavoratrici, famiglie, bambini, giovani. Di questi più di 1 milione sono nati e cresciuti in Italia ma continuano ad essere censiti alle anagrafi come immigrati o stranieri, malgrado non abbiano compiuto alcuna scelta migratoria e crescano sentendosi italiani di fatto ma non di diritto.

Siamo un meraviglioso Paese dalle identità plurali e diversificate. E’ la nostra migliore strada per inserirci in una modernità capace di riconoscere la diversità, per declinare i termini dell’identità nazionale in modo meno banale di quanto non sia successo in questi decenni, nei quali l’italianità di maniera è stata brandita come elemento divisivo tra un “Noi” e un “Loro” che offende e brutalizza la nostra storia culturale, segnata dalla diversità e dalla pluralità dalle sue origini e dall’intreccio continuo tra identità locali e incontro con le culture differenti. Non è un caso che le forze conservatrici e populiste abbiamo deciso pochi giorni fa di tirarsi indietro non votando o astenendosi dal voto alla Camera sullo ius soli.

La Lega dovrà però farsene una ragione. Non esistono cittadini di serie A e di serie B. I figli dell’immigrazione, nati in Italia o ricongiunti ai loro genitori, non possono scoprire a 18 anni di essere stranieri. La loro vita, i loro legami affettivi e sociali, la loro cultura e i loro percorsi educativi e di istruzione sono italiani.

Io e Riccardo abbiamo incontrato Amir al centro Sprar di Latronico alcune settimane fa. Lui è l’esempio più concreto di come l’accoglienza sia innanzitutto integrazione. Amir pulisce le strade, svolge ‘piccoli gesti di manutenzione’ come dice lui, si rende socialmente utile.

Io lo ripeto sempre a me stessa. E’ un buon esercizio. Proust sosteneva ‘che gli uomini incapaci di mettersi nei panni altrui sono simili, in questo, ai becchini.’ È così, sempre. C’è la presunzione di dire, di fare, di scegliere anche per gli altri senza provare, senza toccare, senza conoscere.

Inutile provare a dare definizioni o cercare un momento in cui posizionare l’inizio delle discussioni sui diritti, di qualsiasi diritto. La laicità è uno dei principi fondanti del nostro Stato, definito «supremo» dalla Corte Costituzionale. Eppure questo principio “semplice” proprio nel campo dei diritti civili sembra essersi smarrito. Siamo perennemente in lotta, nonostante alle istituzioni è richiesta equidistanza rispetto a scelte morali o ideologiche.

Che poi , è pure bene ricordarsi, come dice la mia cara amica Anna, che nelle spire del moralismo, prima o poi, si resta impigliati.’

Voglio mostrarvi questo messaggio. Ho chiesto a Max Fanelli, malato di sclerosi amiotrofica, e alla moglie Monica di partecipare ai nostri lavori di oggi in questo modo.

Non tutti abbiamo la stessa sensibilità, certo, ma perché non possiamo consentire a Max di disporre pienamente della propria vita, di una vita che non è neppure più vita? Eppure il dettato costituzionale e in particolare l’art. 9 e l’art. 32 dovrebbero guidarci bene.

A nessuno giova una tale sofferenza ed è con questo dolore che dovremmo confrontarci. Per me non è egoismo scegliere consapevolmente di porre fine alla malattia, è egoismo inchiodare i familiari ad un percorso di dolore estremo, profondo, psicologicamente distruttivo.

Caro cardinale Parolin, questa è una delle tante sconfitte dell’umanità, non l’amore tra persone dello stesso sesso. Per lei è un atto di carità condannare un uomo allo strazio? Per me no, la sofferenza, non è espiazione, non è catarsi, non ha una ragione.

L’art. 32 pone un limite preciso, la legge che impone un determinato trattamento sanitario, non può calpestare la dignità umana. Scegliere autonomamente quando e come l’accanimento terapeutico debba fermarsi, deve essere prerogativa di ogni individuo.

Noi continueremo a chiedere insieme a Max Fanelli di calendarizzare al più presto la discussione sulla legge di iniziativa popolare sul fine vita. Ci metteremo tutto l’impegno possibile.

Un’ultima cosa. Mi era stato chiesto di dedicare il mio intervento alle donne. Io voglio farlo, a conclusione ma in modo diverso. La formula ottocentesca “questione femminile” voglio rovesciarla perché esiste nel nostro Paese una tenace “questione maschile” che produce iniquità, ingiustizie e violenze e che rallenta lo sviluppo del Paese, che ne dimezza le potenzialità impedendo allo sguardo femminile di applicarsi alla globalità dei problemi e di prendere parte alla formazione delle decisioni pubbliche.

Alle cittadine di questo Paese è consentito unicamente esercitarsi politicamente e in modo quasi autodifensivo su tematiche ritenute “femminili” – dalla fecondazione assistita, all’aborto, alla violenza e al femminicidio –, questioni che invece hanno direttamente a che vedere con la sessualità e i modelli maschili.

Dobbiamo assumere e fare fronte alla crisi di questa soggettività maschile, attorno alla quale la società ha fin qui costruito il modello di sviluppo politico, sociale e culturale e in ogni modo favorire la partecipazione delle donne alla vita pubblica, non pretendendo di inquadrarle nella rigidità delle strutture maschili, ma intendendole come portatrici di irriducibile differenza e promotrici di quel cambio di civiltà politica di cui la nostra democrazia affaticata ha estremo bisogno. Insomma pareggiamo i conti, mai più senza le donne.

Per realizzare tutto ciò, per vincere una sfida così difficile avremo bisogno di tanto coraggio ma non basterà il nostro coraggio. Avremo bisogno di studiare tanto, ma non basterà il nostro studio. Avremo bisogno di libertà, ma non basterà la nostra libertà. Perché avremo bisogno anche e soprattutto di tutto il nostro entusiasmo.

Fare politica oggi è un rischio. Una scommessa. Un azzardo, forse. Sarebbe più comodo ritirarsi da parte, aspettando che passi lo scontento, la rabbia, la stanchezza. Ma pensiamo che tocchi a noi cambiare l’Italia, senza lamentarsi di chi non vuol farlo e mettendosi in gioco.

Perché questo accada, non basta avere buone idee, bisogna avere la voglia e la forza di concretizzarle coinvolgendo gli italiani, suscitandone speranze, alimentandone i sogni. Ecco perché abbiamo bisogno di entusiasmo, di speranza, di fiducia. Ecco perché tutto sta in piedi solo con lo sforzo personale di chi non si arrende, di chi non si rassegna, di chi ha voglia ancora di alzarsi e di provarci. Non è possibile cambiare senza liberare tutto l’entusiasmo che abbiamo.

D’altronde ‘la logica ci porterà da A a B ma l’immaginazione ci porterà dappertutto’. Lo diceva Einstein mica io.

Buon lavoro a tutti.

Divertiamoci cambiando insieme.

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