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Opinioni e commenti
 

Conferenza programmatica Psi – Riccardo Nencini – Liberi nelle scelte
Pubblicato il 31-10-2015


CONFERENZA PROGRAMMATICA PSI – Roma, 30-31 ottobre 2015

Abstract Relazione di Riccardo Nencini

Oggi parleremo agli italiani del futuro. Al congresso, imminente, parleremo di noi.

Siamo di fronte a un cambiamento di scenario planetario: il passaggio dalla società industriale alla società tecnologica. Papa Francesco ha addirittura parlato di ‘cambiamento d’epoca’.

Tra la Conferenza di Rimini e la Conferenza di Roma, l’Italia – con l’Europa e il mondo – ha subito una profonda mutazione.

Chi eravamo, chi siamo.

1982: crescita travolgente del terziario, fine dell’emergenza terroristica, superamento del compromesso storico e dell’egemonia Dc, ruolo centrale dei partiti, ripresa economica, speranza europea con Maastricht alle porte, Yalta scalfita ma in piedi, assenza problema migranti, desiderio di governi stabili, forte partecipazione al voto.

2015: rivoluzione tecnologica in corso, globalizzazione al galoppo, crisi UE, tramonto della repubblica dei partiti, ondate di populismo diffuse, in ombra la società civile, marcate diseguaglianze, crisi del ceto medio, leggero vento di ripresa, astensionismo radicato.

Si è passati da una società strutturata alla società della solitudine e della sopravvivenza, la società molecolare.

La sinistra italiana raramente ha anticipato e governato il cambiamento: non nel primo dopoguerra, non negli anni Novanta – solo il PSI, nel decennio precedente, intuì e propose. Rara eccezione alla fine degli anni Cinquanta, quando si prepara il governo di centrosinistra.

La società tecnologica è più veloce, più superficiale, più anonima. Sommata alla finanziarizzazione dei mercati e ai nuovi stati emergenti, provocherà sommovimenti radicali.

La svolta va affrontata innanzitutto da un’Europa rinnovata radicalmente. Poi viene l’Italia.

La Seconda repubblica è un naufrago, spiaggiato sulla frontiera Berlusconi/anti-Berlusconi è in questo periodo che si acuisce la crisi della politica e delle istituzioni che hanno intessuto un’idea di nazione. Poche le riforme di rilievo, molte le crisi. Tra il 1994 e il 2008 due schieramenti condizionati dalle forze estreme: nel 1994 la Lega provoca la caduta di Berlusconi; nel 1996 vince Prodi con la Lega fuori dai poli e Prodi cade a causa di Rifondazione Comunista; nel 2006 Prodi vince di nuovo ma cade di nuovo a causa di Rifondazione Comunista; dal 2013 Italia senza una maggioranza ‘di parte’ e senza una maggioranza scelta dagli elettori.

In Italia si sono accentuate tendenze tipiche delle società contemporanee. Ma altrove la politica tiene, qui è in letargo. Altrove vive un sistema di partiti, qui i partiti sono deboli.

– democrazia rappresentativa insufficiente

– verticalizzazione delle decisioni

– crisi della società di mezzo

– populismo

– eccesso di presentismo e mancanza di strabismo, di un’idea lunga di governo della complessità

– evoluzione destra e sinistra in dentro/ fuori: chi ha lavoro e chi no, chi ha garanzie sindacali e chi no, chi ha una famiglia e chi no, chi nasce nel posto giusto e chi no.

In pochi anni si è passati attraverso tre sistemi: proporzionale ‘condizionato’ dal fattore K, bipolarismo acerbo e infine tripolarismo anomalo.

Oggi si manifestano due tendenze in contrasto: partiti riformisti con un leader forte e due poli – Destra e Cinque Stelle – che estremizzano le loro posizioni.

Non va assolutamente escluso che alle prossime elezioni politiche vi sia uno scontro Renzi/Grillo: sistema e antisistema.

È palese, invece, la crisi del patto sociale attorno a cui l’Italia si è ricostruita dopo il secondo conflitto mondiale. Il patto venne siglato grazie a un welfare ricco che dagli anni Settanta viene alimentato con il debito di bilancio, grazie al raccordo tra città e campagna, grazie a una ramificata pubblica amministrazione, grazie a una crescita economica vertiginosa che generò una classe media diffusa. Nessuno di questi fattori ha la stabilità di un tempo: più povertà, più divario nord/sud, maggiore ricchezza apicale, dispersione dei corpi intermedi. Dominano paura e insicurezza, latita una missione condivisa. ‘Il permanente plebiscito dei mercati ha sostituito il plebiscito delle urne’ – ha sostenuto a ragione Hans Tietmeyer, presidente della Bundesbank) Una sinistra che pensasse a uno stato sociale alimentato dal debito pubblico e che non si occupasse di creare ricchezza da redistribuire sarebbe completamente in fuori gioco.

Priorità: recuperare il tempo perduto e tracciare una rotta durevole. Lo dico con Jean Monnet: ‘quello che conta non è essere ottimisti o pessimisti ma determinati’.

Da qui la necessità di convocare un Congresso straordinario del Pse. A problemi comuni, soluzioni condivise.

Il parlamento attuale è l’immagine della fine di un ciclo. Eppure, come sostiene Sabino Cassese, qualcosa si muove, soprattutto sotto la spinta del governo.

Il Presidente del Consiglio non gioca affidandosi a coordinate tradizionali. Ha coraggio e muove in campi considerati in passato scomodi da certa sinistra e da certo mondo cattolico. Su giustizia e diritti civili abbiamo incontrato sulla nostra strada prima Renzi di tronfi alfieri del progresso.

Ma se Renzi puntasse all’autosufficienza, incorrerebbe nell’errore fatto da Veltroni, se non altro perché il trasformismo parlamentare non diventerà trasformismo elettorale (i tanti gruppi in parlamento sono amebe nei territori. Parlamentari eletti in F.I. presenti in cinque gruppi tra Senato e Camera totalizzeranno un coriandolo dei voti raccolti dal loro vecchio partito).

Il 2016 sarà l’anno decisivo: vero test politico tra elezioni amministrative e referendum sulla riforma del senato. Il voto sarà politico perché nelle metropoli si fissa il livello di sviluppo di una nazione. Troppi Marino e troppi Nogarin eletti a sindaco dubito favoriscano l’Italia.

La risposta non è il Partito della Nazione, di cui tanto si parla ma di cui Renzi non ha mai parlato, ma una ‘missione Paese’ spinta da un riformismo sfrontato. La missione richiede passione, un ‘patto tra territori’ e un nuovo ‘patto generazionale’. Insomma, una strategia.

La domanda che dobbiamo farci – parlo ora dei socialisti – non è dove stare ma come stare nella sinistra riformista. Io dico: leali nell’alleanza, liberi nelle scelte. Non esiste un atto del governo che non abbia conosciuto nostri emendamenti: scuola, senato, legge elettorale. Alcuni promossi, altri no. Sulla legge di stabilità, le modifiche apportate a cancellazione della Tasi e in materia di gioco d’azzardo portano la nostra firma. Omicidio stradale e codice appalti, divorzio breve e misure sulla giustizia, provvedimenti sulla casa e sulla cultura vanno annoverati tra le iniziative intraprese dai socialisti in Parlamento.

Dobbiamo ‘rassettare’ il territorio fino dalle amministrative. Dobbiamo farlo in alleanza con i civici, con i cattolici democratici, con chi rappresenta la cultura laica. A partire da Roma. In alleanza col Pd. In alleanza, non nel Pd.

Un errore, infine, affiancare i socialisti alla sinistra radicale. Tradiremmo la storia dell’ultimo mezzo secolo e ci infileremmo, per il futuro, in un collo di bottiglia senza via d’uscita.

Obiettivo: tornare nelle grandi città dalle quali manchiamo dal 1990 ( con qualche eccezione dovuta alla presentazione di liste senza il nostro simbolo salvo Napoli).

Avanti! e Mondoperaio dovranno aprirsi ai senza patria del riformismo italiano e la Fondazione Socialismo diventare la scuola della sinistra del cambiamento.

Sottolineo alcune delle proposte avanzate dai gruppi di lavoro.

1. COMPLETARE LA RIFORMA DELLE ISTITUZIONI E CAMBIARE LA LEGGE ELETTORALE

Ricordate i casi Acerbo nel 1923 (535 deputati di cui 37 fascisti) e il Mattarellum nel 1994? Leggi elettorali pensate per favorire prima i liberali e nel secondo caso i Popolari e Segni. Sappiamo come è andata a finire. Né vale il monito di Parisi: ‘Se cambia il premio di maggioranza si torna al centrosinistra col trattino’. No, non torniamo ai dieci microfoni al Quirinale. Spalmare il premio di maggioranza sulla coalizione vincente non è solo giusto ma utile. La coalizione riformista sarebbe composta da pochissime forze e per di più senza la presenza di partiti massimalisti.

Per stare nella globalizzazione servono reti territoriali più larghe, quindi più autorevoli e in linea con le piattaforme di sviluppo economico: fusione piccoli comuni, via enti territoriali superflui, revisione specialità regionali, riforma titolo V. Ma soprattutto forme di democrazia diretta per rendere vitale il nostro sistema. Montesquieu temeva i pericoli autocratici ma nessuno aveva previsto un così forte allontanamento dei cittadini. Utili il voto ai sedicenni nei comuni, il referendum non solo abrogativo, le debat publique, le primarie regolate, il sorteggio per il CSM, l’elezione diretta dei vertici delle città metropolitane (dalle città transita il futuro: come nelle città medievali, una sorta di frontiera per la sperimentazione, la cultura, l’impresa ), la gestione in comune di progetti tra regioni (art.117 della Carta già lo consente).

2. LE MIGRAZIONI: migranti non sono gli emigranti. Si spostano con le loro tradizioni, i loro costumi, le loro identità. Il fenomeno sarà duraturo. Non lo si affronta né con gli Accordi di Dublino né con certa xenofobia dilagante e nemmeno con certo multiculturalismo etnico che ha contraddistinto una parte della sinistra. Dobbiamo fermarci al monito mazziniano della combinazione diritti/doveri: multiculturalismo si ma non lesivo dei diritti delle persone. né tribunale della sharia né matrimonio coatto né infibulazione né diversità uomo-donna. Favorire l’inserimento dei profughi anche attraverso il loro impiego in lavori utili per la comunità che li ospita.

3. LE LIBERTÀ: a Milano vive già una maggioranza di nuclei familiari cosiddetti atipici. La tendenza si manifesta ovunque. C’è troppa ansia di mediazione in tema di diritti. Da qui immobilismo. Corte Costituzionale e Cedu obbligano l’Italia a decidere in fretta. Riconosciuto il diritto fondamentale ‘a vivere liberamente una condizione di coppia ottenendone il riconoscimento giuridico’. Il parlamento italiano se ne occupi con carattere di priorità.

4. UN’ALTRA EUROPA: necessaria perché Maastricht è stato indebolito da quattro fenomeni: una lunga crisi, euro dissociato dall’oro e dalla sovranità, globalizzazione che ci ha trovati impreparati (Europa con 7% popolazione e 50% welfare), allargamento. Ironia della storia che l’unione monetaria pensata per fare l’Europa ora la stia demolendo. Siamo di fronte a due economie: quella mediterranea ( crescita legata alla domanda interna e stimolata da inflazione e sorretta da alto deficit pubblico. Da qui pace sociale ma perdita di competitività internazionale) e quella nordeuropea (più competitiva sui mercati esteri e con politiche monetarie più rigide). Il risultato: conflitti laceranti.

La via d’uscita è un’Europa federata, coesa in politica estera e nelle politiche economiche. L’alternativa è la fuoriuscita dallo scenario internazionale.

5. UN’ALTRA ITALIA: o l’Italia ce la fa tutta insieme o rischia di non farcela. Si confrontano due storie: quella del Grande Gatsby e la storia di 4 milioni di italiani in povertà assoluta. Fonte Inps: su 100 euro di spesa sociale solo 3 vanno ai più poveri; delle prestazioni assistenziali, il 30% va alla popolazione più ricca.

La proposta: maggiore eguaglianza e valutazione del merito al cancello di partenza, ( sostenere studenti poveri ma meritevoli, aiutare le famiglie indigenti per accrescere le opportunità) e sostegno successivo. Punto di riferimento è il ciclo di vita non il qui e ora: valutare non solo il reddito ma l’appartenenza di genere, l’etnia, la generazione; il welfare mantenga la sua universalità ma sia orientato soprattutto ai meno favoriti.

Non più solo pensioni e risarcimenti passivi ma lotta alla povertà e promozione mobilità sociale.

Urgono investimenti pubblici per sostenere l’innovazione tecnologica.

Lavorare al ‘sostegno di inclusione attiva’. Non si tratta del reddito di cittadinanza. Erogarlo solo a persone indigenti e prevedere un programma di attivazione. Un patto con lo Stato, non pasti gratis, che, se non rispettato, decade.

Prevedere un tetto agli stipendi dei manager: differenze alte giustificate solo se aumentano il reddito complessivo e se i frutti vanno a vantaggio dei più sfavoriti. Nel caso Atac di Roma, gli stipendi ai manager verrebbero ridotti al lumicino.

Investire nella conoscenza: in passato il progresso tecnico ha aumentato le capacità dell’uomo. La rivoluzione delle tecnologie digitali, con la macchina che sostituisce le capacità cognitive dell’uomo, rende superflue alcune funzioni, come il cavallo con la locomotiva. Da qui: estendere il raggio dei mestieri, valorizzare e investire sui ‘nuovi artigiani’, investire sulle idee, premialità a chi si connette e a chi si consorzia, all’export manifatturiero, alla green economy (30% imprese del settore innovano contro il 15% delle altre, il 44% esportano contro il 24% delle altre), incentivi fiscali a chi investe in cultura e arte.

I socialisti sono come la 500: affidabili e con una bella storia. E con l’ambizione di tracciare una strada.

Preservare la comunità integra.

Siamo gli unici ad aver attraversato il deserto, gli unici ad aver conservato ideali raccolti in una comunità, un un nome, in un simbolo, in una bandiera.

Tra reduci nostalgici e pionieri, preferisco i pionieri.

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