martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Conferenza programmatica – Ugo Intini – Riprendiamoci la nostra storia
Pubblicato il 29-10-2015


Ugo Intini. 30 ottobre

Non ho consigli da dare sull’azione politica. Perché non ho contatti diretti, non sono in palla né in allenamento. Lo sono i dirigenti del mio partito, che pertanto seguo e appoggio. Sperando che riescano con i loro sforzi a conservare una presenza nelle istituzioni, che è la prima necessità.

Naturalmente, questa presenza non deve essere fine a se stessa. Serve a valorizzare la nostra storia, come sta facendo questo convegno. Come nel mio piccolo ho fatto anch’io. Scrivendo la storia dell’Avanti!, che è stata pubblicata adesso con una nuova edizione economica. E che ha prodotto un film, un DVD di 53 minuti il quale può essere usato dai compagni per la divulgazione della nostra storia e per provocare dibattiti.

Ma la valorizzazione della storia non è fine a se stessa. La nostra storia è un patrimonio immenso, che solo noi possiamo mettere a disposizione del Paese. Che serve a capire il presente e ad avere una visione per il futuro. Come sempre è accaduto.

Oggi è più facile. Perché l’Italia sembra aver toccato il fondo e ci si comincia ad accorgere di quanto è successo. Per la strada come negli editoriali dei quotidiani.

Cominciamo dalla strada. Sempre più accade che qualcuno ci fermi e dica. Come siamo ridotti! Si stava meglio quando c’era la politica vera, quella della prima Repubblica. In effetti si sta comprendendo che abbiamo alle spalle un ventennio perduto nel quale l’Italia è diventata meno ricca, meno democratica e meno libera. Un ventennio perduto. Non mi stancherò di ripeterlo.

Che il Paese sia diventato meno ricco lo si tocca con mano. Vi risparmio le statistiche. Sul reddito, sulla disoccupazione, sulla povertà, sulla scomparsa della classe media, sulla conseguente moltiplicazione delle distanza tra ricchi e poveri. Tali e tanti sono i segnali negativi che se ripresa ci sarà, sarà da noi enormemente più debole che altrove. Nonostante che la caduta degli ultimi anni sia stata enormemente più grave. Anche perché si guardano le pagliuzze ma non si dice la verità sulle travi, che non potranno essere rimosse in tempi brevi (semmai lo saranno). Vogliamo ricordare le più grosse?

Siamo tra i Paesi più vecchi del mondo e la vecchiaia come si sa non è un motore per l’accelerazione dello sviluppo. Tra l’altro, i Paesi vecchi hanno bisogno di immigrati più degli altri e gli italiani li vogliono meno degli altri.

Il primo fattore di progresso è oggi la conoscenza, specialmente tecnologica. Ma siamo tra i Paesi meno istruiti del primo mondo. Siamo gli ultimi in Europa. Nella fascia di età tra i 25 e i 54 anni soltanto il 16,1% degli italiani ha una laurea o un livello di istruzione definito alto. La Gran Bretagna è al 39,3%, la Francia è al 33,4%. In questo contesto non può stupire il livello miserabile del dibattito culturale e quindi politico.

Per di più, le poche lauree trascurano le materie scientifiche. Siamo su questo terreno i penultimi nell’Europa a 27 (sta peggio solo l’Ungheria). Abbiamo il 20 per cento, sul totale, di laureati in materie scientifiche, contro il 35% dell’India e il 40% della Cina.

Il lavoro delle donne è uno straordinario fattore di progresso. Ormai gli economisti calcolano con precisione quanto il mancato lavoro delle donne abbatta il prodotto nazionale lordo delle Nazioni. Ma siamo tra i Paesi dove l’occupazione femminile è più bassa. Siamo ormai scesi a livelli inferiori a quelli raggiunti dall’America latina. Con 23,5 punti percentuali in meno rispetto ad esempio alla Germania.

La condizione femminile è talmente disastrosa da presentare un’apparente contraddizione. Le donne italiane sono tra quelle che lavorano meno al mondo e nel contempo sono tra quelle che hanno meno figli.

Per un paese che vive di esportazioni, il peso politico internazionale è essenziale. Ma ne abbiamo perso non poco insieme alla perdita di una visione comune dell’interesse nazionale. I pilastri erano storicamente due: l’unità dell’Europa e la cooperazione tra le due sponde (Nord e Sud) del Mediterraneo. I demagoghi li hanno destabilizzati entrambi perchè la politica estera è ostaggio delle polemiche provinciali suggerite da una campagna elettorale permanente.

Siamo l’unico Paese moderno dove il potere giudiziario non funziona e al tempo stesso, come un tempo le forze armate turche, tiene la democrazia sotto la sua occhiuta tutela. E’ esasperante vedere l’Associazione nazionale magistrati che ripete le stesse identiche reprimende di 20 anni fa’ appena la politica cerca timidamente di intervenire. E’ una tutela –quella della magistratura- che non ha impedito alla corruzione di dilagare, né al Mezzogiorno di essere inchiodato al sottosviluppo per molte ragioni, ma anche perché vi mancano la certezza del diritto e l’autorità dello Stato (esattamente gli ostacoli che la Banca Mondiale ogni anno indica come la palla al piede del Terzo Mondo).

Nel ventennio perduto l’Italia è diventata meno democratica. Per misurare il consenso popolare lasciamo da parte le chiacchere, i sondaggi di opinione e anche le percentuali calcolate senza tenere conto del numero sempre più impressionante di cittadini che rifiutano di partecipare alle elezioni. Pesiamo i voti veri. Nel momento peggiore della prima Repubblica, a un passo dal suo crollo finale, alle elezioni politiche del 1992, la maggioranza parlamentare era sostenuta dal 43,11 per cento dei cittadini aventi diritto al voto. Oggi è sostenuta dal 19,07 (la percentuale sugli aventi diritto al voto del PD, che pertanto ha da solo la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera grazie al consenso espresso da un italiano su cinque). Un italiano su cinque! All’indomani delle elezioni politiche del 1992, Giuliano Amato guidò il governo e il quadripartito sbeffeggiato dai media con il sostegno di 19 milioni e 368 mila voti. Oggi Renzi guida un governo legittimato dai media con il sostegno di 10 milioni e 353 mila voti. Oltre 9 milioni di voti in meno. E sì che i cittadini aventi diritto al voto sono oggi oltre 2 milioni più di allora.

So che vi sembra incredibile. So che è un film completamente diverso da quello che gli italiani sono stati abituati a vedersi proiettato. Abituati al punto da convincersi che rappresenti la realtà. Ma non è così. I numeri, come i fatti, hanno la testa dura. E sono questi. La verità è questa. Il film che ci viene proiettato tutti i giorni racconta una realtà di regime. L’Italia ha ormai un sistema istituzionale sostenuto da un consenso così basso da risultare inquietante. Ed è infatti anche meno libera, come suggerisce la  retorica della Rai (che e ormai uno scandalo nazionale) e dei media, quasi tutti omologati, in crisi economica, di lettori e di credibilità.

Meno ricchezza, meno democrazie e meno libertà. Tutto si tiene. L’uomo della strada, come dicevo all’inizio, comincia ad accorgersene. E comincia ad affiorare una risposta. Una risposta giusta, quasi ovvia, che tuttavia nel ventennio perduto abbiamo continuato a gridare senza essere ascoltati. La crisi economica è aggravata dalla crisi istituzionale e democratica. Ma la crisi democratica è stata provocata innanzitutto dalla distruzione dei partiti. Non c’è democrazia senza partiti. Non c’è libertà, ovvero possibilità di esprimere liberamente delle idee facendosi ascoltare dall’opinione pubblica, senza i partiti. Partiti organizzati, dove si vota, dove la classe dirigente viene pazientemente selezionata, fatta crescere senza improvvisazioni, partendo dal basso, gradino dopo gradino, come in tutte le carriere. Non partiti che servono soltanto per radunare le platee dove si applaude il sedicente leader del momento. Partiti veri. Pesanti.

Ma i partiti non si inventano. Si costruiscono lentamente. Nascono dalla storia e dalla cultura. E qui ritorniamo al punto di partenza. La valorizzazione della storia e della cultura socialista. Anzi, arriviamo a un punto ancora più importante. Perché per valorizzare la storia bisogna che ci sia. E oggi quello che non c’è su Internet non esiste. La nostra storia è stata cancellata da Internet. La nostra storia perciò, tra poche generazioni, non esisterà più davvero, neppure per gli studiosi che la volessero andare a cercare. Vogliamo parlarne? L’Avanti! e Mondoperaio sono di importanza fondamentale non solo per la storia socialista, ma per la storia di Italia. Ma l’Avanti! e Mondoperaio sono tra i pochissimi giornali non digitalizzati e non consultabili su Internet. Con un Click chiunque può sapere cosa ha scritto Maurizio Costanzo sul Messaggero. Un giornalista, uno studente, un professore non può sapere cosa ha scritto Nenni sull’Avanti! Si può leggere con un click come Celentano ha commentato Canzonissima nel dicembre 1979. Non come Craxi ha proposto sull’Avanti! qualche mese prima la grande riforma delle istituzioni. O come Norberto Bobbio ha contestato il leninismo su Mondoperaio. La storia socialista diventa opaca e svanisce giorno dopo giorno, come una vecchia pellicola fotografica esposta al sole. Propongo che un nostro parlamentare si occupi di questo problema subito, prima che sia troppo tardi. Non è un problema complesso. Niente affatto. Ma se il convegno di oggi avesse come risultato di risolvere anche questo solo problema, sarebbe un convegno importante, da ricordare negli anni. Perché noi lavoriamo sulla storia socialista, sulla possibilità che sia il pilastro su cui costruire partiti con un futuro, non per noi, purtroppo, ma per le prossime generazioni.

Infine ancora un’ultima osservazione che ci riporta anch’essa all’inizio. È vero. Si comincia a capire che la sparizione dei partiti politici e quindi della politica è una causa della crisi italiana. Qualche fondo di politologi intelligenti ha cominciato a dirlo dopo il disastro di Marino a Roma, che ha assunto un valore simbolico. Ma la strada da fare è molta e la verità va detta tutta. Marino non nasce per caso o dal nulla. Quando alla vigilia delle ultime elezioni comunali a Roma, l’antipolitica grillina si è scatenata, il PD non ha risposto scontrandosi frontalmente con la antipolitica, non ha risposto difendendo le ragioni della politica e dei partiti con la P maiuscola. Niente affatto. Ha inseguito e cavalcato la antipolitica puntando su Marino. Che ha vinto le elezioni con lo slogan “non è politica, è Roma” (lo ha ricordato Covatta poco fa’). Marino che ha simbolicamente sottolineato la sua distanza dalla politica e dalle auto blu andando in bicicletta. Che ha sbandierato l’uso dell’acqua di rubinetto anzichè minerale nelle riunioni di Giunta. Non ve lo ricordate più? Subito dopo la vittoria, Marino ha riunito la Giunta per due giorni di ritiro a Tivoli. Ha ingaggiato una società di consulenza psicologica americana per creare nel ritiro lo spirito di squadra (team building) attraverso giochi manuali di gruppo e di ruolo. A questo punto siamo arrivati! Non un dirigente politico, non un giornale ha obiettato che con i giochi di gruppo si giocava con il fuoco. E che con il team building anziché con la politica una banda di imbecilli preparava il disastro. Tutti zitti. In Italia per anni sono infatti spariti anche spirito critico e senso del ridicolo. Brutto segno. Questa sparizione è sempre l’anticamera dei regimi. Marino è stato la metafora dell’Italia. Il PD a Roma ha inseguito i Grillini, si trova adesso con i sondaggi che li danno in testa. Il PD ha inseguito la antipolitica e oggi soltanto l’1% di giovani romani si dichiara interessato alla politica stessa. Chi ha meno di quarant’anni non sa cosa sono stati la politica dei partiti con la P maiuscola. E’ di importanza assolutamente vitale raccontarglielo. Ma chi ha più di quarant’anni e ha il potere per raccontare non lo vuole fare, perché per ingenuità, viltà o opportunismo ha cavalcato la rivoluzione antipolitica precedente a quella grillina, ovvero la rivoluzione di Mani Pulite. Chi ha più di quarant’anni e invece, con tutto il cuore, vorrebbe raccontare non lo può fare, perché gli hanno spento i microfoni e le telecamere. Roma è Marino sono stati la metafora dell’Italia. Speriamo che l’Italia non finisca come Roma. Lo dico ai compagni che sono ancora in Parlamento e nelle istituzioni. Riprendetevi la vostra storia, mettetela in salvo perché qualcuno possa ancora raccontarla in futuro. Prima che sia troppo tardi.

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