sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Talk show, ovvero la noia
della Seconda Repubblica bis
Pubblicato il 05-10-2015


E’ già passata molta acqua sotto i ponti da quando, su queste colonne, ho enfatizzato l’infima caratura politica dei cosiddetti talk show, nuova e stucchevole moda mediatica della ansimante seconda Repubblica bis. Invitavo allora i compagni a “staccare la spina”, o almeno a cambiare canale.

Purtroppo la nuova moda non è stata archiviata: ha attecchito in tutti i canali, con aumento della durata dei tornei oratori, del ruolo dei conduttori, sempre più convinti di essere i nuovi eroi omerici. Crescono anche a dismisura i compensi di questi divi del picco schermo e la durata delle loro prestazioni.

Complessivamente, la solita minestra rancida, un brodo sempre più lungo e indigesto, senza novità: anzi all’insegna dell’eterno ritorno del sempre eguale. Anzi, il martedì due talk show in contrapposizione. Intanto l’indice di visione e di ascolto, in americano share, precipita. Ma si va avanti come se nulla fosse accaduto, con le solite facce, le solite Meloni, la solita piacentina de Micheli, l’insulsa Pina Picerno, l’onnipresente bauscia Matteo Salvini con felpe di ricambio appresso: per non dire del solito Maurizio Landini, simpatico reggiano di S. Polo d’Enza, con il quale ho amici in comune, che si distingue per le bianche canottiere a collo alto che emergono dalla camicia.

Confesso che ho un debole per Lilli Gruber, a suo tempo scaraventata in video dal nostro indimenticabile Antonio Ghirelli. Ho letto i suoi romanzi che coincidono con la storia della sua famiglia altoatesina, ad un tempo ostaggio di Mussolini e di Hitler. Vive fra Roma e Parigi, ma nel maso di famiglia possiede il suo meleto. Ha un vantaggio: il suo salotto ha una durata breve, a petto delle ore ed ore di Paragone, di Formigli, di Giannini e di Floris. E tuttavia alcuni dei suoi ospiti preferiti sono insopportabili: lo Scanzi fresco di abbronzatura da lampada e il tuttologo Carlo Freccero con la boccuccia a cul di pollo, capace di far carriera accarezzando la barba di Grillo. Spesso compare il ghigno di Marco Travaglio, che si compiace di se stesso.

Alla mia Lilli vorrei dare un consiglio. Riduca il numero settimanale delle sua prestazioni e lanci nuovi personaggi, lasciando a casa i soliti arci-noti.

E Crozza? E’ bravo, ma il troppo stroppia e non basta chiamare Floris “Giovà” per fare spettacolo ed ironia. Salvo Lucia Annunziata, che scandaglia un personaggio la settimana. Rifletta se ridurre la durata della sua “Mezz’ora”.

Un consiglio vorrei dare anche ad Enrico Mentana, un vero giornalista di cui ho stima. Lui si è meritato il premio intitolato a Baldassare Molossi, il mitico direttore delle Gazzetta di Parma, che fu mio maestro di giornalismo ed amico. “Bersaglio Mobile” di Mentana è un canovaccio diverso dai talk show. E’ incentrato sulla dialettica di approfondimento. Dovrebbe essere, salvo eccezioni connesse alla importanza del fatto al centro del dibattito, più breve. Ma, per favore Mentana, non partecipi, a mo’ di nobile rinforzo, ai talk show dei Floris, dei Giannini, dei Paragone e dei Formigli, tutti da mesi e mesi in sovraesposizione.

Capisco l’obiezione dei miei nobili lettori: “Dai la prova di essere un profondo conoscitore di queste  uggiose trasmissioni, dunque le guardi quasi ogni sera.”.  Rispondo che saltabecco dall’una all’altra brodaglia per esprimere poi il mio giudizio, che è quello che sto argomentando: i talks sono l’abbrutimento noioso del dibattito politico, con la pretesa dei conduttori di essere lori i veri protagonisti della vita politica. Dunque, compagni e lettori: un’occhiata per acquisire la ripugnanza necessaria per cambiare canale, ovvero, in alternativa, per staccare senza indugio la spina.

Fatelo senza pentimento e senza pietà. Aggiungo che i nostri rappresentanti in Parlamento dovrebbero, almeno per la RAI, interrogare i membri della Commissione di Vigilanza ed invitare con un atto solenne i membri del Governo e del Parlamento a disertare questi bolsi riti del dopocena.

Riflettiamo insieme su questa semplice verità: nelle altre democrazie dell’Occidente non è rinvenibile niente di simile, anche se non mancano appropriati format che consentono al giornalista di interrogare, incalzandolo, l’uomo politico e di realizzare un buon giornalismo di inchiesta.

Non vi stupirete se confesso che ho molta nostalgia per “Tribuna politica”, organizzata secondo le regole del “question time”, intessute di reale dialettica. Chi ha la mia età ricorda i duelli fra Giancarlo Paietta e il giornalista saragatiano Romolo Mangione, ma anche i dibattiti veri che avevano come protagonisti Nenni, Berlinguer, Craxi, Andreotti, La Malfa e Malagodi, con un moderatore che disciplinava i tempi del confronto. O gran bontà dei cavalieri antichi!

Fabio Fabbri

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