domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

È guerra alla Pace
Pubblicato il 12-10-2015


La tragedia che si è consumata ad Ankara, capitale della Turchia, sabato scorso, 10 ottobre, è una tragedia di proporzioni gigantesche: per la portata della strage e per la gravità delle sue implicazioni. Il corteo dei dimostranti, in quella che intendeva assumere i contorni di una festa della democrazia e della pace, con un corteo ampio e colorato, aveva appena mosso i primi passi, dato corpo alle prime coreografie, intonato i primi canti, i cori e gli slogan: quando la manifestazione, in quanto tale, è stata fatta oggetto di un devastante attacco terroristico, con due bombe che sono esplose nel cuore del corteo, provocando, secondo gli ultimi dati ufficiali, ben 95 morti e 250 feriti. Lo si è detto all’inizio, una strage brutale di proporzioni colossali.

Il corteo doveva rappresentare il momento saliente di una protesta, nella quale si intrecciano tre grandi rivendicazioni: per la pace, contro la nuova escalation di violenza e la nuova aggressione militare di cui il governo turco si sta rendendo responsabile contro il popolo curdo e le sue legittime rappresentanze politiche; per la giustizia sociale e per il lavoro, per migliori condizioni salariali e contrattuali per tutti i lavoratori nel Paese, a partire dalle categorie più apertamente minacciate dalla crisi e della stretta economica, oltre che dalla riduzione dei diritti e degli spazi di agibilità sindacale, che anche la Turchia sta attraversando; per la libertà sindacale e per la democrazia, alla vigilia di una scadenza elettorale tanto importante quanto gravida di tensioni, quella del prossimo 1 novembre, quando si tornerà al voto per nuove elezioni politiche nel Paese.

La manifestazione era dunque una grande manifestazione per la pace e la democrazia. Era stata convocata dalla DISK (la Confederazione dei Sindacati dei Lavoratori Rivoluzionari), KESK (Confederazione dei Sindacati dei Lavoratori Pubblici), TMMOB (la Camera Turca degli Architetti e Sindacati degli Ingegneri) e TTB (la Camera dei Medici della Turchia). Inoltre, la manifestazione ha visto l’adesione e il supporto, ma anche l’attiva e importante partecipazione dell’HDP (il Partito Democratico del Popolo), EMEP (il Partito del Lavoro) e un ampio numero di partiti, organizzazioni politiche e gruppi sociali, collocati nello schieramento delle forze progressiste. Una manifestazione democratica, politica e sociale, ove si univano, alle rivendicazioni sociali dei lavoratori del pubblico impiego, dei dipendenti pubblici, dei professionisti (in primo luogo medici, architetti e ingegneri, ma, ovviamente, non solo), le rivendicazioni politiche, in primo luogo dell’HDP, che rappresenta oggi la forza emergente nel quadro politico turco.

Nato come partito filo-curdo, espressione dello schieramento democratico delle popolazioni curde nel Paese e strumento politico della storica battaglia per l’auto-determinazione e i diritti nazionali dei curdi in Turchia, l’HDP è oggi in realtà espressione di una composizione etnica e sociale molto più ampia e articolata, non solamente i curdi, ma diverse espressioni dello schieramento di sinistra del Paese, un partito di sinistra, di carattere unitario ed ispirazione progressista, che ha saputo conquistare, nelle scorse elezioni politiche del 7 giugno, il 13 per cento dei voti e 80 seggi in Parlamento, impedendo alla destra dell’AKP di conquistare la maggioranza assoluta ed al suo capo, il presidente della repubblica, Recep Tayyip Erdogan, di realizzare il suo progetto autoritario e presidenzialista.

Come è stato sottolineato da vari osservatori, le dichiarazioni “a posteriori” dello stesso Erdogan (“Condanno questo attentato contro l’unità e la pace nel nostro Paese”), stridono con la condotta tenuta dal suo partito in questa fase di transizione e con la scelta di militarizzare lo scontro nel Kurdistan, ponendo fine ai negoziati quinquennali con le forze politiche curde, avviando una vera e propria campagna militare e terroristica contro le regioni curde, con uno schieramento militare e di polizia senza precedenti nel corso degli ultimi anni. Centinaia sono le vittime di questa campagna di terrore scatenata dal governo nel Sud e nell’Est del Paese e si calcola che siano nell’ordine delle migliaia, tra soldati, poliziotti, guerriglieri e civili (tra cui numerose donne, anziani e bambini) le vittime della campagna di terrore realizzata negli ultimi mesi.

Tale escalation serve anche a militarizzare il “fronte interno”: per riportare alla maggioranza assoluta l’AKP, per bloccare con la violenza la crescita delle formazioni democratiche e progressiste, per riportare l’HDP sotto la soglia del 10%, per impedire a questo partito di superare lo sbarramento ed entrare in forza in Parlamento. Se questo è il disegno criminale delle forze nazionaliste al potere in Turchia, non sorprende, purtroppo, che nove militanti dell’EMEP siano morti nell’attentato, e altri trenta militanti siano stati feriti; non sorprende neanche la dichiarazione del segretario dell’HDP, Selahattin Demirtas, che ha denunciato che le bombe hanno colpito proprio i settori degli attivisti dell’HDP. Quando i ministri dell’Interno e della Sanità del governo turco si sono presentati sul luogo della strage sono stati duramente contestati e respinti dalla folla.

Questo attentato terroristico affianca, dunque, la campagna di terrore scatenata dalla Turchia nel Kurdistan, l’intervento attivo della Turchia a sostegno delle formazioni terroristiche e con compiti di destabilizzazione della Siria, l’attacco, mirato e ripetuto, delle forze della NATO a Kunduz, in Afghanistan, contro il presidio di Medici Senza Frontiere. Non è più sufficiente, oggi, limitarsi ad esprimere il pur necessario dolore e la pur doverosa solidarietà: scendiamo in piazza, denunciamo le complicità, uniamo le voci e gli sforzi contro questa vera e propria “guerra alla pace”. Le forze della pace, della giustizia e della democrazia sono ancora una volta chiamate a dimostrare di essere più forti di quelle della reazione, della violenza e del terrore.

Gianmarco Pisa
da Pressenza

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Commenti all'articolo
  1. Erdogan, giudicato con i canoni della storia italiana, parrebbe in marcia verso una dittatura personale o un regime fascista. Ma se allarghiamo un po’ l’orizzonte, si profila un pensiero nascosto del presidente turco, di essere lui, alla fine, il califfo e Istambul la capitale del califfato.

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