domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Elusione fiscale. Il ‘tesoretto’
che fa gola a tutti i Governi
Pubblicato il 05-10-2015


OCSE-elusione fiscale

I mancati introiti in imposte sul reddito delle società, a livello mondiale, provocati dalle pratiche di elusione ed ottimizzazione fiscale “potrebbero essere tra il 4% e il 10% del gettito globale di queste imposte, ovvero tra i 100 e i 240 miliardi di dollari all’anno”. La stima dell’Ocse – l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – è in un documento che accompagna l’accordo con G20 e 60 Paesi partner sulle 15 azioni di contrasto – Action Plan – all’elusione fiscale. I governi ne discuteranno prima all’Ecofin, domani (martedì 6) e al G20 di Lima giovedì 8. Poi a metà novembre saranno i direttori generali delle Finanze di 90 Paesi che si incontreranno per una convenzione che faccia proprie le modifiche ai trattati bilaterali conclusi dai Paesi partecipanti per mettere un argine internazionale ai ‘furbetti’ dell’elusione fiscale.

Si discute insomma di come recuperare un ‘tesoretto’ mondiale che in tempi grami come questi, fa gola a tutti i governi, nessuno escluso. Una ‘fame’ di tasse da incassare che ha spinto finalmente a mettere la parola fine alla gran parte dei cosiddetti ‘paradisi fiscali’ perché una cosa è evidente, se tutti pagassero le tasse, le tasse potrebbero essere abbassate perché crescerebbero gli introiti dell’erario e non ci sarebbero più scuse di bilancio per non farlo. La battaglia sull’evasione ci vede in ritardo, al penultimo posto in Europa mentre per l’elusione, è di fondamentale importanza la collaborazione tra gli Stati.

Ecco dunque che è nato il progetto Beps (Base Erosion and Profit Shifting), un pacchetto di misure che coprono quindici diversi aspetti del fenomeno, messo a punto dagli esperti dell’OCSE per rifondare il Fisco su una base (quasi) planetaria.

I casi più conosciuti sono venuti recentemente a galla con lo scandalo cosiddetto LuxLeaks, che ha svelato come il presidente della Commissione europea, l’ex premier lussemburghese Juncker, si fosse dato da fare per consentire a decine e decine di imprese di impiantarsi nel Lyussemburgo per godere di una tassazione ultragevolata rispetto agli altri Paesi europei. Non un’evasione, ma un’elusione, ovvero l’uso accorto delle leggi (nel caso lussemburghese nate ad hoc) per aggirare le maglie del fisco. Più recentemente ancora, alla ribalta sono arrivate le multinazionali e in particolare le grandi aziende che fanno profitti sul web, che incassano denaro sonante nei diversi Paesi, ma pagano le tasse in quello dove le tasse sono più basse. C’è chi definisce questa pratica come evasione punto e basta, ma per altri è invece elusione, o più poeticamente “pianificazione fiscale aggressiva”. Ma un mondo di ‘furbetti’ non può essere più sopportato perché la crisi finanziaria ed economica scoppiata nel 2008, ha messo con le spalle al muro anche i governi più ‘tolleranti’.
Una linea che potrebbe mettere fine anche al dumping fiscale, ovvero alla concorrenza tra Paesi europei a chi applica le tasse più basse per attirare imprese. In Irlanda, ad esempio, l’imposta sui redditi d’impresa è al 12,5%, contro il 30% di Germania, Italia e Francia mentre la Spagna la porterà al 25 dal 28% a partire dal 1 gennaio 2016.

Un’indiscutibile capacità di creare ricchezza viene utilizzata per accumulare montagne di liquidità, misurabili, come detto, nell’ordine di centinaia di miliardi. Eppure in Europa alcuni Stati, si pensi all’Irlanda, dove la corporate tax (l’imposta sui redditi d’impresa) è al 12,5% – contro il 30% circa di Germania, Italia e Francia (in Spagna passerà dal 28% al 25 il 1 gennaio 2016) – non perdono occasione per rendersi più appetibili dei partner nell’attrarre investimenti. Molti governi europei (fra gli altri Gran Bretagna, Olanda, Finlandia, Lussemburgo e Malta) competono per attrarre investimenti offrendo generosi sconti fiscali.

Due anni fa il Gruppo delle più forti economie mondiali, il G20, (che insieme alla Ue compongono l’85% del Pil mondiale) chiesero all’OCSE di tirare fuori un pacchetto di norme per mettere in regola questo disordine capace di creare danni a tutte le economie, insomma per impedire l’erosione della base imponibile e il trasferimento artificiale di utili verso Paesi a fiscalità privilegiata.

Il pacchetto prevede una maggior “trasparenza” delle attività delle multinazionali, con l’introduzione di una documentazione dettagliata Paese per Paese in modo da limitare il rischio di pratiche aggressive di transfer pricing, ovvero il trasferimento all’interno della stessa società, ma con sedi in Stati diversi, di trasferire beni con prezzi non a valore di mercato.

Poi più attenzione verrà posta per evitare fenomeni di trasferimento degli utili – e delle residenze fiscali – a società-cassaforte che hanno la sede negli Stati con il fisco più vantaggioso, ma dove in realtà l’azienda non produce praticamente nulla.

L’OCSE propone anche un intervento per riallineare i benefici dei regimi fiscali sui brevetti per evitare anche qui pratiche discorsive della concorrenza.

L’Ecofin domani (martedì 6 ottobre), come anticipato dal Sole 24 Ore, potrebbe dare il benestare a un progetto di legge che prevede lo scambio automatico di informazioni sugli accordi fiscali (ruling) concessi dai governi alle aziende multinazionali. Una ‘pezza’ per casi come quello del LuxLeaks, che prefigurano regimi preferenziali, cioè in sostanza, ad aiuti di Stato che dribblano la concorrenza.

Un caso particolare sta mettendo a dura prova le capacità tecniche degli esperti di intervenire sul mercato crescente dell’online. Il valore dell’e-commerce mondiale ha raggiunto i 16mila miliardi di dollari mentre il solo settore delle App ha generato acquisti nel 2013 per 26 miliardi di dollari e il volume della pubblicità online entro il 2017 viene valutato in 240 miliardi di dollari. Preso atto che sarebbe velleitario mettere un argine al mercato online, si sta cercando di definire una regola comune che stabilisca una volta per tutte dove l’azienda multinazionale X ha la sua vera sede e quindi dove deve pagare le tasse.

A questo proposito il concetto di base è che l’Iva divenga imposta sul consumo e che dunque venga versata nel Paese in cui si trova il cliente. Di fronte a un’inazione su questo terreno cruciale l’Italia ha avvertito che si muoverà anche da sola e ha già in programma una digital tax da far entrare in vigore nel 2017.

Alvaro Steamer

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