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Opinioni e commenti
 

Conferenza programmatica – Mauro Del Bue – Il coraggio delle idee
Pubblicato il 29-10-2015


Il coraggio delle idee

Roma, 30 ottobre 2015

Un segnale di vita

Massimo Cacciari, trasformato in brillante commentatore televisivo, ha rilevato, anche alla luce del caso Marino, che la politica deve essere una professione e che senza la selezione nei partiti non si forma una classe dirigente. Grazie per la rivelazione dell’uovo di Colombo. Noi l’avevamo già intuito, qualche tempo fa. Dopo la fase del nuovismo degli anni novanta e quella della rottamazione degli anni duemila pare che si apra cosi la nuova fase del rimpianto. Com’erano belle le stagioni di una volta, le mamme di una volta, le ciambelle di una volta e perché no, anche i partiti di una volta. Due anni orsono abbiamo eletto un presidente della Camera che non era mai stato deputato e un presidente del Senato che non era mai stato senatore. Sono stati nominati un Alto commissario europeo alla politica internazionale che non aveva mai fatto il commissario né il parlamentare europeo, nonché ministri senza un minimo trascorso politico. Ecco, se davvero tramontasse l’epoca in cui nell’attività politica l’inesperienza diventa la virtù principale e la qualità fondamentale di un partito è di non avere una storia, credo che noi approveremmo la più importante delle riforme. Non dipende da noi, ma noi certo, anche per le nostre caratteristiche, dovremmo proprio agevolarla. C’è poi bisogno di una riforma lessicale, perché quella corrente nasconde spesso un alto tasso di ambiguità politica. Ce lo ha ricordato un famoso editorialista su un giornale di grande tiratura. Se dobbiamo, come dovremmo, impegnarci in una guerra contro i barbari dell’Isis, la chiamiamo “missione di pace”, il Senato giustamente dimezzato, non sarà né eletto direttamente, né indirettamente, ma designato, e sapete come abbiamo definito quello che in tutto il mondo si chiama matrimonio gay? Formazioni sociali specifiche. Con una sigla simile a quella delle Ferrovie dello Stato…

Una contraddizione che ci riguarda

Tra le tante contraddizioni di questo nostro tempo anche noi ne abbiamo vissuta una. Chi ci accusava di perseguire una nostra silenziosa e progressiva svendita a basso costo al Pd, o si è trasferito lui stesso in quel partito o si appresta a collocarsi in un nuovo schieramento ove più che al Risorgimento del socialismo italiano si mira alla Decadenza dal socialismo europeo. Noi siamo qui per dare un messaggio a chi ci vuole seguire, a chi continua a credere che debba esistere in Italia un’organizzazione autonoma di socialisti, siamo qui per garantire che la nostra comunità non solo non chiude bottega, ma anzi ne apre una che non vende illusioni né almanacchi leopardiani, ma progetti e proposte concrete.

 Il motivo della storia

Ci sono due motivi che ci spingono, vorrei dire ci costringono, a esistere e a lottare ancora. Uno è di coerenza con la storia, così manipolata e strumentalizzata, così piegata a interessi di parte. Il Pd è oggi un partito del socialismo europeo con una storia italiana tutta comunista e in parte minore democristiana. Dovendo piegarsi alle sue origini rischia di apparire un partito centauro. Socialista in Europa, ma non in Italia, ove i suoi punti di riferimento ideali restano Berlinguer e solo in parte Moro e Fanfani, ai quali, soprattutto al primo, vengono intestate sezioni, dedicate vie e piazze, promosse cerimonie di ricordo. Il suo giornale è L’Unità, fondato da Gramsci come quotidiano comunista nel 1924 in aperta polemica con quello socialista, l’Avanti. Renzi pare avere deciso così una netta divisione dei compiti. Agli ex comunisti qualche soddisfazione in più per la storia, agli ex democristiani molte soddisfazioni in più per la politica. Ma qualche infiltrazione di cinismo, anche se comprensibile, e funzionale a esercitare una leadership, può contribuire ad avvelenare la verità. Dei nostri è di moda ricordare il solo Pertini, in chiave di antifascista e di presidente di tutti gli italiani. La sua immagine a mo’ di simulacro viene esposta anche nelle feste dell’Unità. Ho voluto far ricordare a Fabio Fabbri, allora presidente del gruppo socialista al Senato, l’immediata decisione di Pertini, rientrato nel 1985 dal settennato al Quirinale, di iscriversi al gruppo socialista e la sua battuta a chi gliene chiese ragione: “Ebbè e dove volevi mai che m’iscrivessi?”.

Ingrao e Ferri

Poche settimane orsono è morto Pietro Ingrao, un prestigioso leader del comunismo italiano al quale tutti abbiamo reso omaggio. Nel giorno del suo funerale se n’è andato per sempre Mauro Ferri, già segretario dei socialisti italiani, uomo della resistenza e dell’autonomia socialista, presidente della Corte costituzionale. Questo è avvenuto nel silenzio generale al quale solo il mio Avanti ha orgogliosamente fatto eccezione. Mi piace qui ricordare di Pietro Ingrao la generosa utopia del suo volere la luna, quella sua parabola di Icaro che cadde ma poi aprì le ali al volo moderno, paragonandolo al suo comunismo, che però non ha mai preso il volo se non nei paesi in cui è caduto sotto il peso di una dittatura. Non sarebbe giusto ignorare, altresì, che mentre Mauro Ferri esaltava gli insorti di Budapest nel 1956 Ingrao considerava sull’Unità quegli stessi insorti “bande controrivoluzionarie costrette alla resa dopo i sanguinosi attacchi al potere socialista.

Tra Renzi e Popper

Rimettiamo a posto la storia ed evitiamo di improvvisarci noi missionari dell’impossibile e cioè trasformatori volontari e non richiesti del Pd in quello che almeno finora ha mostrato di non voler diventare. Non mi risulta che Renzi abbia rivolto un appello ai socialisti affinché portino la loro identità, la loro storia, le loro organizzazioni dentro il suo partito. Se così fosse dovremmo discuterne, ma ho registrato una maggiore propensione a costruire una sorta di Partito della nazione di stampo tricolore, cioè bianco, rosso e Verdini, dove non possono confondersi il nostro garofano e la nostra rosa. Dunque mi pare che la scelta di aderire al Pd sia un po’ come quelle risposte date senza che ci siano le domande, cosa della quale parlava Karl Popper a proposito dell’educazione dei bambini. Se nessuno neppure ci domanda di aderire al Pd, perché mai qualcuno dei nostri ha scelto di rispondere di sì?”.

Il motivo della politica

Di fronte al progressivo, incessante oscuramento, noi teniamo accesa una luce. Lo abbiamo fatto anche dopo il 2008 e questo gruppo dirigente deve essere orgoglioso di avere combattuto, da Riccardo all’ultimo dei segretari di sezione, per resistere quando era più facile farla finita. Questo sforzo che continuiamo a fare è doveroso, è necessario, è giusto. Ma per far questo basterebbe una Fondazione. Noi siamo un partito che non può vivere di solo passato anche se siamo l’unico partito del passato ancora vivo. Faticosamente vivo. Forse anche impercettibilmente vivo. Ma l’unico. E’ bene chiarire che noi non siamo il vecchio Psi. Non ci sono più il Pci, la Dc, l’Msi. Perché mai, dopo tanti decessi ultraventennali, debba risorgere il solo Psi pare mistero che alberga solo nel comprensibile miraggio di qualche nostro vecchio compagno o nella strumentale critica di qualche nostro malpensante. Abbiamo molte virtù, ma non tante quante ne possedeva l’unico che dicono sia stato capace di risorgere da morto. Il punto è un altro. Mentre esistono uno o più soggetti in questo sistema politico che hanno ereditato storia e caratteri di fondo, riferimenti tradizionali e perfino parte cospicua del personale politico nazionale e periferico del Pci, della Dc e perfino del Msi, non esiste tuttora un soggetto che abbia ereditato il nostro patrimonio di socialisti italiani. Per questo abbiamo mantenuto, con enormi difficoltà politiche ed economiche, con mass media che ci hanno spesso ridotti al silenzio, un’organizzazione di socialisti, l’unico soggetto storico presente, sia pure in dimensioni ridotte, nelle istituzioni nazionali e locali.

Un appello ai socialisti, una proposta per le fondazioni e i circoli

Chi protesta, a volte con ragione, per una nostra eccessiva timidezza, chi si scaglia contro di noi su Facebook e su Internet, paragonandoci al Psi che non c’è più, se è in buona fede scenda sulla terra, ci aiuti a migliorarci, ci infonda più fiducia, ci stimoli con idee nuove perché di tutto questo abbiamo bisogno. Lo dico anche ai vecchi leader del vecchio Psi tuttora viventi che spesso ci guardano come usurpatori. Venite ad aiutarci mettendoci a disposizione la vostra esperienza. Le porte sono aperte. Non restate, lo dico anche a Giuliano Amato, nel vostro limbo, nemmeno tu, Giuliano, perché poi si ricordano che sei stato socialista e per questo per due volte non ti eleggono alla presidenza della Repubblica. Le porte sono aperte ai leader del socialismo italiano come a quella rete di circoli, di associazioni, di fondazioni, di movimenti che potrebbero riunirsi e coordinarsi in una sorta di “assemblea del socialismo riformista e liberale”, magari facendo riferimento alla Fondazione del nostro compagno Gennaro Acquaviva, al quale dobbiamo tutta la nostra riconoscenza. E’ mai possibile che non si disponga di un archivio unico del Psi, di un centro unitario ove i ricercatori e gli studenti possano consultare la raccolta dell’Avanti, di Mondoperaio, di Critica sociale, una loro organica e completa digitalizzazione? Se non siamo capaci noi di conservare il nostro patrimonio storico con chi altri ce la dobbiamo prendere?

La bottega delle idee

Ma veniamo alla bottega delle idee. Le riassumo cominciando dalla democrazia. Noi non possiamo non apprezzare il processo di riforme avviato dal governo Renzi, giudicandolo meglio del conservatorismo ispirato al rito del “Giù le mani dalla Costituzione”, dei girotondini e dei sacerdoti del Vangelo della democrazia alla Stefano Rodotà. Preferiremmo però metterci piuttosto che le mani la testa. Proponiamo un ragionamento semplice e chiaro con una conseguenza logica. Prendendo un problema di qua e uno di là, la legge elettorale cambiata tre volte in vent’anni, il Senato, giustamente riformato in nome del superamento di un bicameralismo insopportabile e inefficiente, il titolo Quinto della Costituzione con la riforma della riforma, questo procedere così a pezzi e senza un progetto di Stato, non si affronta il problema fondamentale del nostro assetto istituzionale, e cioè la scelta tra il modello presidenziale e quello parlamentare. Noi viviamo in una sorta di contraddizione permanente tra un presidenzialismo “de facto” e un parlamentarismo “de iure”, continuiamo a parlare di presidenti eletti dal popolo, di governi eletti dal popolo, quando invece il popolo, quando va bene, e non è costretto a non eleggere neppure quello, è chiamato a eleggere solo il Parlamento. Anche l’Italicum è ritagliato sul modello presidenzialista. L’idea stessa che l’elettorato debba decidere un vincitore si adatta solo all’elezione di un presidente e non di un Parlamento dove si eleggono solo singoli deputati. In quale paese esiste il dovere che l’elettorato scelga un vincitore alle elezioni politiche, come se fossero il Giro d’Italia? Solo nei paesi sorretti appunto dal presidenzialismo, cioè quando si sceglie una persona, e cioè in Francia e negli Stati Uniti d’America, ma solo in occasione delle elezioni presidenziali, non certo in occasione delle elezioni politiche. Perfino in Grecia, dove esiste un premio cospicuo da destinare al primo partito, non è detto che il premio gli consenta di superare la maggioranza assoluta. Tanto è vero che Tsipras, pur vincendo entrambe le elezioni, è stato costretto a un’alleanza l’una e l’altra volta. Per non parlare della Gran Bretagna dell’uninominale secco, dove più volte sia i laburisti sia i conservatori sono stati costretti ad alleanze coi liberali. Si scelga allora con chiarezza il presidenzialismo. Noi lo facemmo già negli anni ottanta.

La Costituente o il referendum consultivo, la revisione dell’Italicum

La vera riforma dello stato, cioè la scelta del suo modello deve essere l’oggetto o di un’Assemblea costituente o di un referendum consultivo. Le due ipotesi mi si chiede di lasciarle all’approfondimento dei tavoli. Personalmente insisterei sulla prima, perché non vedo un solo motivo per abbandonare una proposta che per primi abbiamo lanciato. Non è certo la riforma costituzionale, appena approvata dal Senato, che ci vieta di porre il problema dell’assetto istituzionale complessivo dello stato italiano. E magari di riscoprire la vecchia massima di Pietro Nenni, “O la Costituente o il caos”, che ben si adatta anche ai giorni nostri. Il Psi chieda subito, per la verità lo ha già fatto Riccardo Nencini, una modifica dell’Italicum sul premio elettorale che si ritiene debba essere trasferito dalla prima lista alla prima coalizione. Tutti la rivendicano, Renzi per ora tace, e non si sa se acconsente. Gli vorrei ricordare che in caso di ballottaggio coi grillini il rischio che una bella bistecca fiorentina anneghi nel parmigiano non è così fuorviante. Si tratta di un formaggio ottimo, ma a Cinque stelle.

Prima le assemblee elettive

Questo ventennio, che noi abbiamo addirittura processato e del quale non siamo stati certo né levatrici né protagonisti, giustamente condannato anche dall’attuale presidente del Consiglio con parole aspre e, com’è nel suo stile, anche dirette, ha favorito l’emergere di due nuove supremazie. Quella dei nominati sugli eletti e quella dei dirigenti sui nominati. Dall’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle province fino a quella dei governatori regionali si è introdotta la regola dell’espropriazione dei consigli elettivi. Cioè il sindaco o presidente eletto, in realtà designato da una lista o da una coalizione di liste, può scegliere i suoi assessori e nominarli senza passare dai Consigli. I nominati, nella sostanza, contano assai di più degli eletti, in quanto delegati dal sindaco o governatore. E questo è veramente singolare. Gli eletti non possono né eleggere né nominare gli assessori. Ma sono tuttavia ad essi subalterni. I Consigli elettivi hanno perso non solo questo potere. In particolare, i Consigli comunali appaiono ormai svuotati di senso, ridotti a casse di risonanza di scarso rilievo decisionale. La riforma delle province si è solamente limitata ad abolire l’ente elettivo, i consigli provinciali, partorendo così un semplice ente di secondo grado, espressione dei comuni. Al Senato, che resta in carica sia pur composto di sole cento unità, viene affidata una elezione-designazione che pare ancora difficilmente decifrabile. L’Italicum stabilisce che i capilista siano tutti nominati. E siccome si ipotizzano circa cento collegi, la maggior parte delle liste che non supereranno i cento eletti avranno solo deputati nominati. E siccome tutti i nominati, dagli assessori comunali e regionali, ai senatori e ai deputati, saranno nominati dai capi, cioè dai monarchi istituzionali o politici comunali, regionali e nazionali di partiti invero assai poco democratici, noi stiamo costruendo un sistema in cui è il capo che si sostituisce al popolo. È lui, e non il popolo, che designa i poteri delle varie istituzioni italiane. Aggiungiamo che i partiti non sono organizzati democraticamente (nemmeno il PD ove le primarie hanno preso il posto dei congressi, e le votazioni democratiche sono sostituite da fumosi plebisciti). Il rischio che si passi dalla democrazia alla leader-crazia è forte. Noi potremmo almeno proporre di dare più potere alle assemblee elettive, magari ripristinando la figura dell’assessore consigliere comunale e regionale e delle giunte elette direttamente dai Consigli. E con la Costituente proporzionale e con preferenze ridare la parola al popolo per la scelta di fondo.

No alla supremazia della burocrazia

Ma esiste una seconda assurda supremazia oltre a quella dei nominati sugli eletti, ed è quella dei dirigenti sui nominati. La legge Bassanini sposta infatti la maggior parte delle responsabilità degli amministratori sui dirigenti i quali, non dovendosi presentare alle elezioni, non hanno alcun interesse che le cose vengano fatte, ma anzi hanno tutto l’interesse di non farle perché il non fare equivale al non rischiare. Dunque più potere alla politica e in particolare alle istituzioni elette dal popolo, meno alla burocrazia. Dobbiamo ribaltare la graduatoria che vede prima i dirigenti, poi i nominati e infine gli eletti. Questa classifica del potere va esattamente fissata all’incontrario.

Un codice per la tivù pubblica

Vorrei anche introdurre un’ipotesi di proposta sul tema dell’informazione. È vero che i social network hanno liberalizzato il sistema ed è anche vero che un movimento come quello di Grillo è nato e si è affermato grazie ai social. Però anche i Cinque stelle oggi stanno utilizzando la televisione e i talk show senza dei quali la loro visibilità, e dunque il loro consenso, si stava visibilmente riducendo. Noi siamo oscurati da una sempre più insopportabile congiura del silenzio. Se si lamenta il Pd, addirittura col Tg3 storicamente vicino al partito che lo critica, cosa dovremmo fare noi sopraffatti e sostituiti da personaggi senza partito, o da capi di partito senza rappresentanti in Parlamento, che sono settimanalmente invitati nei salotti televisivi, si chiamino Di Pietro, Marchini o Passera. Occorre un codice di comportamento da parte della commissione di vigilanza e facciamo per questo appello al suo presidente Fico perché venga applicato rigorosamente per quanto riguarda i passaggi televisivi e gli inviti ai talk show pubblici. Non chiediamo più di quel che ci spetta, ma solo quel che è giusto pretenda una piccola forza politica presente in Parlamento e in tutto il Paese. Pretendiamo solo la possibilità di comunicare le nostre idee. Ed è un diritto democratico oggi fortemente violato.

Le due reazioni di sinistra alla crisi

L’analisi della crisi economico-finanziaria e dell’occupazione ha suscitato anche nella sinistra, e perfino nella nostra comunità politica, il formarsi di due posizioni. Per alcuni il prevalere della finanza, la globalizzazione e il libero commercio senza regole, i vincoli europei, insomma tutto ciò che ci ha visto soccombere, ha mostrato il vero volto di un liberismo che dobbiamo combattere con un rilancio di vecchie impostazioni politiche. Li chiamerei i fautori della revisione delle revisioni. Questa interpretazione ha determinato uno spostamento più a sinistra, cioè in una dimensione di contestazione globale al sistema, di diversi esponenti un tempo rigorosamente riformisti. Questo è avvenuto anche in altri paesi europei. Penso all’Inghilterra di Corbyn, l’anti Blair, alla stessa Grecia col fenomeno Tsipras, oggi però in disuso, e anche altrove. Si pensa che si debba abbandonare proprio quel connotato liberale del socialismo che noi abbiamo assunto dagli anni ottanta, come farmaco che permette una trasformazione sociale graduale e rispettosa del mercato, del suo pluralismo, della sua vivacità, perché il merito, insomma, sia alleato del bisogno, come si raccomandava a Rimini Claudio Martelli. Questa revisione delle revisioni ci riporta al vetero socialismo, tanto che anche tra noi si riscoprono vecchi riti che avevamo smesso come vestiti sdruciti e si rispolvera perfino quel simbolo della falce e martello che oggi è esposto in un paese “democratico” come la Corea del Nord. Io penso invece che il socialismo liberale sia mai come oggi il rimedio più appropriato. Certo il mercato, sopratutto quello finanziario, va regolato. E’ incredibile e inaccettabile che i derivati nel mondo siano quattro volte il prodotto lordo mondiale. Così si cammina sui carboni accesi. Ma non comprendo cosa ci sia di nuovo nel riscoprire vecchie teorie, vecchi simboli, vecchie certezze, che certo non potevano sortire dall’esame del nuovo mondo e neppure prevederlo. Non si può ritornare addirittura più indietro delle nostre revisioni. Questa equazione, crisi economica uguale rivalutazione delle vecchie teorie marxiste, mi lascia perplesso. Come di stucco mi lasciano le parole di un giovane filosofo, Diego Fusaro, che parlando come un robot in tivù , vorrebbe convincerci che il comunismo è scritto nel nostro futuro. Che ne sapevano Marx ed Engels dei derivati o del vincolo del tre per cento tra deficit e Pil? Mistero…

Il rilancio del socialismo liberale

Penso invece, questa è la seconda posizione, che proprio la crisi odierna e l’impossibilità di tornare esattamente al punto di partenza (si prevede che la piena occupazione resterà un’utopia nella società del futuro) rilanci proprio quell’ipotesi di società solidale in luogo dello stato sociale che noi ipotizzammo già negli anni ottanta, e di un sistema sociale misto in cui il pubblico governa, ma non necessariamente gestisce, e in cui il privato interviene anche per risolvere i problemi che il pubblico non è più in grado di risolvere. Un sistema che noi dovremmo proporre come scelta e che già si applica in molte realtà per necessità. Un’opportunità che potrebbe diventare modello, dunque. Pensiamo alle nostre idee sul bonus scolastico, al sistema sanitario misto e convenzionato sotto il rigido controllo pubblico, a quello di sgrassare la finanza locale dai grandi impianti sportivi, al nuovo sistema teatrale delle fondazioni aperte ai privati, e contemporaneamente alla tendenza ideologica di pretendere la gestione, non la proprietà, dell’acqua solo pubblica che rischia di produrre costi maggiori per i comuni e bollette più care per i cittadini. Aggiungo che una sinistra che adotta come sua figlia legittima la sconfitta non mi attrae. La sinistra che ama la Grecia perché ha prodotto debito e non la Germania che l’ha contenuto per merito di un socialista come Schroeder e della sua Agenda 2010, non mi pare per nulla intrigante. E aggiungo anche che la crisi del socialismo europeo non è affatto detto che si possa risolvere alla Corbyn perché se è vero che Blair ha commesso errori, ma solo in politica estera, è più difficile dimostrare che li abbia commessi anche Schroeder. E poi anche Corbyn se mai vincerà le elezioni sarà costretto a governare col realismo necessario imitando Tsipras e deludendo anche lui la sinistra delle illusioni. Certo molti errori sono stati fatti in Italia anche nel rapporto con l’Europa. In un’intervista del 1997 Bettino Craxi sollevò la necessità che il governo italiano pretendesse di rivedere i parametri di Maastricht, pretesa dovuta al fatto che senza l’Italia l’Europa non avrebbe potuto continuare ad esistere. Un pericoloso sovversivo, in una intervista recente, ha testualmente affermato: “Noi anche adesso avremmo saputo dare un’impronta politica alla gestione folle della crisi che attraverso l’austerità e le politiche degli anni trenta ha gettato un intero continente nella deflazione e nella disoccupazione di massa”. Questo sovversivo non è Che Guevara, ma Gianni De Michelis. È vero, senza la politica, senza il coraggio della sfida politica e con la subalternità della politica ai centri economici e finanziari, le scelte vengono fatte altrove. Allora è la politica da rilanciare non un neo massimalismo improduttivo, la politica riformista, assieme a un’idea di Europa unita che oggi appare perfino più lontana di dieci anni fa.

Le tre posizioni europee

Vi sono tre posizioni che si confrontano in Europa. Quella conservatrice dei soli vincoli, quella riformista dello sviluppo e quella populista di destra e di sinistra, di contestazione globale. In qualche caso la seconda e la terza posizione si sono trovate alleate, anche per responsabilità della prima, per una cecità ai bisogni e ai disagi reali, ma la posizione di sinistra o rifluirà sull’impostazione riformista o rischia di configurarsi sempre più subalterna a quella della destra populista e nazionalista che si propone di combattere. Sembra paradossale, ma più ci si avvita in una posizione di estrema sinistra (basta coi vincoli, fuori dall’Euro) ci si imbatte in una posizione di destra. Non a caso tra i trolleristi di Atene si confondevano esponenti di opposta tendenza. L’analisi ci porterebbe lontano e noi dobbiamo stringere con le cose concrete.

La cogestione e il reddito di cittadinanza

I socialisti si impegnano fin d’ora a presentare proposte in materia di economia. Ne cito alcune: una sessione straordinaria del Parlamento italiano sui temi dell’Europa, sui vincoli di Maastricht, sulla politica dello sviluppo, avanzando le proposte di revisione in particolare di necessario sganciamento degli investimenti dal rapporto deficit-pil, una strategia di nuova democrazia industriale fondata sulla cogestione sul modello tedesco, per responsabilizzare sempre di più i lavoratori nella conduzione aziendale, attraverso un coinvolgimento diretto, non sempre digerito dal movimento sindacale (in questo senso saremmo per una cessione di sovranità dal livello di rappresentanza), un nuovo modello di contrattazione basato più su quella aziendale che su quella collettiva, per agganciare i salari ai profitti e alla produttività, sulla scorta del Jobs act che ha esteso garanzie a tutti i lavoratori a prescindere dal numero di addetti delle singole aziende, l’individuazione di proposte concrete per incrementare gli ammortizzatori sociali e allungare il periodo di sostegno per i licenziati, proposte per introdurre una forma di sussidio di solidarietà o reddito di cittadinanza per i giovani in cerca di lavoro, la costituzione di una Agenzia nazionale del lavoro, lo sviluppo di investimenti nella ricerca, nella scuola e nell’Università fuoriuscendo, come il governo ha tentato di fare, dagli egoismi, dai corporativismi, delle inamovibilità, dalle graduatorie rigide, premiando il merito e la disponibilità all’aggiornamento. E promuoviamo anche una campagna di lotta convinta e continua al caporalato, al nuovo schiavismo dei campi del sud, dove l’uomo è trattato simile a una bestia e siamo nel duemila. Vergognoso, indecente, inaccettabile. Chissà perché ignorato da troppi anche da coloro che dovrebbero tutelare davvero i lavoratori.

La questione dell’abolizione della tassa sulla prima casa

Sul lato del lavoro autonomo proponiamo di promuovere la liberalizzazione degli ordini professionali e con esso di tutti i residuati di un corporativismo familistico tipico del nostro tessuto produttivo e industriale, nonché una revisione delle norme sulle partite Iva, troppo spesso dimenticate nonostante la capacità di dinamismo da esse sviluppate. Infine una parola sul processo di detassazione annunciato dal governo. È un fatto positivo, che sarà efficace se non sarà generico, ma selettivo e soprattutto orientato a diminuire le tasse sul lavoro che sono le più alte d’Europa. Forti perplessità invece sorgono a fronte dell’abolizione per tutti, oggi pare per quasi tutti anche per la pressione dei nostri, dell’imposta sulla prima casa. E’ vero, abbassare le tasse non è di destra o di sinistra, è giusto. I castelli li lascerei a Biancaneve e le ville con il catasto di oggi son solo poche eccezioni. E’ giusto detassare solo il patrimonio dei poveri? Noi diremmo di sì, è giusto. Se ci sono risorse siano invece concentrate per abbassare il costo del lavoro e permettere di agevolare l’assunzione di giovani e magari per alzare le pensioni minime. Una battaglia originale è stata fatta dai nostri in Parlamento contro il gioco d’azzardo. Si tratta di un vizio del nostro tempo che può diventare patologia, una malattia che interessa oggi quasi un milione di italiani. Si istituisca allora la giornata della lotta al gioco d’azzardo patologico, come propone l’associazione Primo consumo e si decida se è giusto permettere l’installazione di nuove ventimila sale-gioco e nel contempo promuovere la lotta contro di loro. Un’altra battaglia è stata quella contro lo strapotere delle banche nei confronti del cittadino, condotta grazie all’associazione Interessi comuni e che abbiamo sviluppato anche come partito perché tra le tante povertà odierne c’è in prima fila quella del piccolo imprenditore al cospetto di una banca. E’ una sorta di nuovo sfruttato. Questo è un paradigma del nuovo socialismo. Se i suicidi si sono diffusi sia tra gli operai che tra gli imprenditori in una sorta di disperazione comune che annulla la lotta di classe, la nuova comune battaglia si sviluppi contro il potere del cinismo finanziario. Questo è il nostro socialismo liberale, scevro da vecchi ideologismi, ancorato al desiderio di piegare l’economia, lo stato, la società ai bisogni di tutti, e in particolare di chi sta peggio. E dobbiamo ricordare, perché troppo spesso lo tacciamo, che si devono al nostro vice ministro Nencini il nuovo codice degli appalti e il nuovo codice della strada. Un lavoro importante al servizio dei cittadini e per una nuova etica pubblica.

Un piano per la messa in sicurezza del territorio

Occorre un grande piano di messa in sicurezza del nostro territorio, ci ricorda il nostro Oreste Pastorelli. Viviamo in un Paese in cui se piove si rischia la vita. Troppe tragedie si sono verificate in Italia, anche recentemente. Non vorrei che il vecchio detto popolare “Piove, governo ladro” iniziasse ad assumere una qualche logica rispondenza. Nella legge di stabilità si stanziano risorse, ma sono ancora troppo poche. L’agricoltura rappresenta una grande opportunità di sviluppo, al pari del turismo, e consente un’occupazione a una nuova generazione di giovani imprenditori, mostra nuove opportunità di lavoro valorizzando i territori insieme alle culture e alle tradizioni locali, con una propensione a metodi di coltivazione ecosostenibile. Occorrono, e i socialisti le proporranno, adeguate agevolazioni, incentivi, minori vincoli che le favoriscano e le potenzino. Ma anche una rete di sovrastrutture che oggi ancora risulta carente.

La sicurezza non è di destra

Non sarebbe giusto delegare il tema della sicurezza alla destra. Certo non possiamo parlare alla pancia, ma alla testa, e pur tuttavia usando la testa dovremo risolvere anche qualche problema di pancia. Nel confronto si assiste a un paradosso. Tutti sostengono che dobbiamo dare asilo ai profughi e rimpatriare i clandestini. Ma i toni, le motivazioni, i sentimenti e i risentimenti che vengono suscitati sono assai diversi. Salvini sostiene una tesi stravagante. E cioè che i clandestini stanno bene dove stanno e vengono qui solo per disturbarci (sono sadici) e per prendere asilo negli hotel a cinque stelle. Il leader della Lega voleva convincere i nigeriani di questa sua scoperta, ma pare non gli sia stato possibile. Correva seri rischi di essere trattato lui come un clandestino e di essere fatto nero. E ha rinunciato al viaggio.

La guerra all’Isis

Oggi però ci troviamo di fronte un problema nuovo, che solo molto relativamente è connesso con la povertà e il sottosviluppo, ed è relativo ai riflessi di una guerra scatenata all’Occidente e ai paesi arabi ritenuti amici dell’Occidente, da una frangia estrema di islamisti che interpretano il Corano come una dottrina di lotta cruenta agli infedeli. Può essere che gli errori degli Usa e di parte dell’Occidente sui temi dell’Iraq, della Siria, della Libia, abbiano potenziato l’attrazione da parte di giovani, che vivono anche in paesi europei, verso la Jihad. Resta il fatto che questa guerra è in atto e non la si può ignorare, né si può prendere atto che esista solo dopo un attentato o a seguito della diffusione di macabre testimonianze di sangue, di morte e di carneficine. Lo stato islamico è un territorio, un territorio terroristico. Ed è compito delle nazioni democratiche e liberali, in stretto collegamento con gli stati arabi moderati, espropriare di un territorio il terrorismo. Magari convincendo il presidente Obama che in guerra non si possono combattere i due rivali contemporaneamente. Occorre fare una scelta del meno peggio (Churchill nel 1939 disse che si sarebbe alleato anche col diavolo per battere Hitler e si alleò con Stalin). Oggi il nemico è l’Isis ed è giusto che anche l’Italia faccia la sua parte.

Solidarietà e compatibilità

Proprio nel momento in cui diamo opportunamente ospitalità in base alle nostre leggi, dobbiamo essere vigili perché non possiamo ospitare tutti. Il principio dell’ospitalità deve sempre essere coniugato con la possibilità concreta di ospitare. Il problema non è di far stare un po’ meno bene noi, il problema vero è che, senza ragionare di quote compatibili, rischiamo di far star peggio i nostri ospiti. Il giusto principio che siamo tutti esseri umani, che siamo tutti cittadini del mondo e che noi siamo anche privilegiati per essere nati in Europa va poi applicato nella realtà, che ha le sue regole, i suoi vincoli, le sue compatibilità. Occorre poi naturalmente una vigilanza perché vi sia una reale disponibilità all’integrazione, altrimenti con il tasso di natalità che abbiamo noi europei rischia di prendere forma quell’Eurabia della quale parla la Fallaci, in cui non saremo noi ad integrare al nostro sistema di regole democratiche i nostri ospiti, ma saranno loro ad integrare noi, e questo rappresenta un futuro non certo edificante per i nostri nipoti. Solidarietà, ospitalità possibile, integrazione nella difesa delle nostre regole liberali e vigilanza devono oggi essere i nostri precetti fondamentali.

Difendere la civiltà liberale

Su questo tema accentuerei molto la questione della difesa della nostra civiltà o comunità (civitas) liberale. Potrei dire anche cristiana e liberale. Cristiana nel senso di solidale, attenta ai bisogni di chi sta peggio, ma anche liberale, cioè in difesa dei principi fondamentali su cui si regge o dovrebbe reggersi la nostra società. E cioè il principio di rispetto per tutte le idee e le religioni, la tolleranza, la parità tra uomo e donna, la libertà di pensiero, di linguaggio, di critica, anche di ironia e di sarcasmo, il rifiuto della violenza. Questo nostro sistema di valori è oggi in serio pericolo perché minacciato da un’altra impostazione, che rimanda alla sharia, alla legge divina, alla discriminazione delle donne, al diritto di imposizione di un coniuge alle figlie e via dicendo. Occorre che i principi fondamentali della civiltà liberale, che si concreta nelle costituzioni e nelle leggi di ciascun paese, vengano rispettati pienamente da tutti. Non si possono costruire sacche di comunità illiberali nella società liberale. Pezzi di medioevo nella società del duemila.

Parità di diritti e compensazioni

Da ultimo la questione delle diverse etnie che vivono nel nostro paese e che spesso sono al centro di dissensi, di conflitti, di polemiche. È giusto ribadire anche su questa materia, che ha interessato popolazioni rom o sinte o anche di altra origine, un doppio principio da conciliare: il pieno rispetto per le tradizioni e gli usi di ciascuna popolazione, ma anche quello per la tranquillità degli altri, nell’affermazione della più assoluta parità di doveri e di diritti. Dunque, anche a seguito delle direttive comunitarie, occorre andare gradualmente al superamento degli agglomerati nei campi, simili a quelli di concentramento, spesso al pari di quelli di pronta accoglienza per gli emigrati, che si rivelano ai limiti del rispetto dell’umanità degli ospiti, e peraltro fonte di speculazione e di illeciti guadagni come il caso di Mafia capitale insegna. Tutte le popolazioni, anche quelle nomadi, hanno il dovere di rispettare le leggi dello stato, e compito dello stato è la vigilanza perché non vi siano discriminazioni né da parte delle istituzioni nei loro confronti in termini di accesso alla scuola, di diritto alla casa e al lavoro, né in termini di privilegi e favori a loro concessi e chiaramente discriminatori verso l’altra parte di popolazione. Penso che si dovrebbe adottare una politica di compensazione e questa potrebbe essere la nostra proposta fondamentale. Cioè nelle realtà in cui un ente pubblico deve approntare risorse per mantenere strutture e gruppi di diversa etnia sia stanziata eguale somma per il quartiere circostante affinché gli abitanti possano toccare con mano da un lato l’assoluta parità di trattamento e dall’altro la convenienza e non il danno che quella comunità presenta per loro.

Diritti civili, una nuova stagione per Loris Fortuna

Esiste poi una questione che per i socialisti è tuttora imprescindibile e lo è ancora di più nel momento in cui la libertà delle persone è in pericolo per la dichiarazione di guerra del fondamentalismo e proprio nel trentesimo anniversario della scomparsa di un grande socialista al quale tutto si deve per la dotazione di leggi di libertà e di civiltà in Italia: Loris Fortuna. Fu quella degli anni settanta e primi ottanta una stagione eccezionale. Con Fortuna e Pannella, con l’Italia socialista e liberale, uscimmo dal nostro buio clericalismo. Oggi siamo all’opposto. Come ricorda Michele Ainis in un mirabile editoriale del Corriere della sera, in materia di diritti delle persone non è il Parlamento, ma altre istituzioni che legiferano. E cioè la Consulta, la Cassazione, la Corte europea dei diritti dell’uomo.

L’anomalia italiana

L’Italia è un’anomalia. Riprendiamo e motiviamo l’affermazione di Ainis. La legge 40 sulla fecondazione eterologa viene bocciata dalla Corte costituzionale attraverso ben 33 sentenze successive e praticamente riscritta, mentre l’Italia è più volte richiamata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo sui temi delle coppie gay e della giustizia. Mancano tuttora in Italia leggi sul testamento biologico per sancire la libertà di scelta. L’Italia è l’unico paese europeo in cui non vige la separazione delle carriere dei magistrati inquirenti e giudicanti. La questione delle carceri è solo argomento di iniziativa e di pressione dei compagni radicali. Solo recentemente sono state approvate leggi in materia di divorzio breve e di responsabilità civile dei magistrati, quest’ultima a carattere indiretto.

I diritti che dividono i partiti post identitari

I socialisti intendono rilanciare una campagna per una nuova stagione di diritti civili. Il nuovo sistema politico a carattere post identitario divide quasi tutti i partiti sul tema della laicità. Laici e integralisti esistono nel Pd, in Forza Italia, perfino nel Nuovo centrodestra, nella Lega. I cosiddetti temi etici non sono la base su cui costruire una forza politica, perché l’identità dei partiti si fonda oggi soprattutto sulle opportunità elettorali. Così i cittadini inviano al Parlamento rappresentanti di cui non conoscono l’orientamento su temi fondamentali per la vita delle persone, soprattutto oggi, in un sistema elettorale bloccato e anche domani, con una legge che vedrà gran parte dei deputati nominati.

I diritti che dividono il governo

Contrariamente agli anni del centro-sinistra, in cui i governi non cadevano sui temi del divorzio e dell’aborto attorno ai quali anzi si potevano formare maggioranze diverse rispetto a quelle di governo, solo corredate dallo svolgimento di referendum abrogativi, oggi i temi della laicità diventano essi stessi, non solo occasione di divisione all’interno dei partiti, ma condizione per far vacillare un governo. Così allo scontro legittimo di diverse opzioni di vita si introduce il criterio della mediazione per evitare conflitti. Per tenere uniti i partiti, per tenere unito il governo. E si continua  a rinviare. Il buon Giovanardi, il solo che ritiene che i bambini li porti ancora la cicogna, lascia per questo scandalizzato la maggioranza di governo. D’altronde si propone una legge sullo “ius soli”, ovvero la cittadinanza per i figli degli immigrati nati in Italia, che pare un uno “ius nativitatis” e introduce una nuova discriminazione tra nascituri e residenti, mentre il testamento biologico, regolato in Usa e in Europa, pare deceduto insieme a Eluana Englaro. Così come la legge sull’omofobia approvata alla Camera nel settembre del 2013, risulta oggi desaparecida al Senato. Su questi temi contiamo sulla nostra Pia Locatelli e sulla sua lotta senza quartiere.

La nuova legge sulle unioni civili, sul fine vita, sulla fecondazione, sulla giustizia, l’amnistia

I socialisti si impegnano dunque in Parlamento e nel Paese per una grande campagna per l’introduzione di una legge sulle coppie gay che preveda gli stessi diritti per omosessuali e eterosessuali, combattendo tutte le attenuazioni o privazioni di diritti degli omosessuali in materia di adozioni (oggi gli integralisti contestano perfino la stepchild adoption, a proposito di lessico che meraviglia per non farsi capire, adottata dalla democristiana Germania), poi una legge europea sul fine vita, che elimini questa mostruosa carenza legislativa e che adotti il principio delle libera scelta attraverso una dichiarazione anticipata, sul modello presente in tutte le nazioni europee, la piena affermazione dei principi costituzionali sul tema della fecondazione assistita, così come prescritto dalla Corte, l’adozione di una riforma della giustizia di stampo liberale e garantista, che preveda, come prescritto dal testo di legge presentato nel 2007 alla Camera, tra gli altri, dagli onorevoli Buemi e dal sottoscritto, la netta separazione delle carriere dei magistrati e lo sdoppiamento del Csm nonché l’abolizione di quell’obbrobrio giuridico che si chiama ipocritamente obbligatorietà dell’azione penale, un piano di edilizia per nuove carceri e per impedire il loro sovraffollamento e, se necessario, una nuova legge di indulto o amnistia, per evitare che in carcere oggi possa essere reintrodotta la pena di morte.

Come procedere

Su questi temi, che verranno adesso approfonditi, allargati e codificati nei nostri sei tavoli di lavoro i socialisti si richiamano al loro patrimonio di idee adeguandolo ai tempi nostri, alle grandi rivoluzioni economiche, sociali e tecnologiche. La parola adesso passa ai tavoli. Se i tavoli parleranno sarà un miracolo che genererà a sua volta il miracolo di un Psi che parla, che vive, che lotta, attraverso campagne politiche e proposte di legge, azioni autonome e incisive che, senza mettere in discussione le nostre attuali alleanze, ci consentano di comunicare la nostra diversità, di sottolineare il nostro contributo originale, di propugnare le nostre posizioni con quello che un vecchio cantautore romano ha voluto proprio chiamare “il coraggio delle idee”.

Mauro Del Bue

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