giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il neoliberismo e la strana
acquiescenza dei socialisti
Pubblicato il 16-10-2015


Blair_Bush_WhitehouseDi recente Luciano Gallino ha pubblicato su “la Repubblica” un articolo, “La lunga marcia dei neoliberali per governare il mondo”, nel quale narra la storia di come i sostenitori del libero mercato, da quando hanno fondato nel 1947 la Mont Péleren Society (MPS), “hanno diffuso le loro idee con mezzi gramsciani”, egemonizzando la cultura sociale ed economica attraverso la costruzione di un “intellettuale collettivo” che, nel modo attuale, decide come “governare” l’economia globale, “con le drammatiche conseguenze di cui facciamo ancora oggi esperienza”.

Gallino ricorda come Friedrich August von Hayek, il fondatore nel 1947 della MPS, anziché promuovere la costituzione di un centro per l’approfondimento dello studio di un ramo particolare della scienza economica, abbia scelto di costruire su larga scala una sorta di pensiero unico, chiamando “a raccolta un piccolo gruppo di economisti e altri intellettuali (tra cui Maurice Allais, Walter Euken, Ludwig von Mises, Milton Friedman, Karl Popper)”. Il gruppo dei fondatori, inizialmente esiguo e di origine prevalentemente europea, negli anni successivi alla fondazione della MPS si è espanso a livello globale. Rilevante è stata la partecipazione italiana, dovendosi annoverare tra i suoi primi soci Luigi Einaudi, mentre altri italiani negli anni successivi sono entrati a farne parte; due di essi (Bruno Leoni e Antonio Martino) ne sono stati anche presidenti.

L’“intellettuale collettivo”, originato dall’attività e dall’impegno dei soci della MPS ed inseritosi per lo più nel mondo accademico, non ha redatto, secondo Gallino, “ambiziosi manifesti programmatici […], o grandi progetti di riforme istituzionali”; ha prodotto, invece, “migliaia di saggi e di libri […], che ruotano tutti intorno ai temi che per i soci della MPS erano e sono l’essenza del neoliberismo: la liberalizzazione dei movimenti di capitale; la superiorità fuor di discussione del libero mercato; la categorica riduzione del ruolo dello Stato” ed altro ancora. Grazie all’immenso lavoro degli associati, continua Gallino, alla fine degli anni Settanta le “dottrine” economiche e politiche neoliberali hanno occupato “tutti gli spazi essenziali nelle università e nei governi, sino a divenire, secondo Dieter Plehwe, “uno dei più potenti corpi di conoscenza della nostra epoca”.

Due caratteristiche, secondo Gallino, segnerebbero l’egemonia della MPS sulla cultura e la prassi economico-politica delle economie capitalistiche, a partire dagli anni Ottanta. La prima sarebbe la prevalenza pressoché indiscussa su ogni altra corrente del pensiero economico; grazie a questa egemonia, uno dei principi del “pensiero unico” dell’MPS, quello della liberalizzazione dell’economia, per sottrarla all’incombente presenza dello Stato, avrebbe determinato la primazia del sistema finanziario sulla politica, non meno che sull’economia. La seconda caratteristica sarebbe invece la pressoché inscalfibile cultura economica liberista diffusasi con l’attività e l’impegno dei soci della MPS; inscalfibilità che ha resistito alle molte critiche per gli insuccessi ai quali sono andate incontro le “ricette” di politica economica neoliberiste attuate negli ultimi tempi, come starebbero a dimostrare le politiche di austerità che gli economisti neoliberali hanno imposto ai Paesi dell’Unione Europea, senza per questo consentire che venisse superata la crisi subita dall’intera Unione per effetto del crollo dei mercati immobiliari americani.

La narrazione di Gallino coglie certamente nel segno, riguardo alla storia della MPS e dei suoi affiliati; si deve tuttavia osservare che le “dottrine” neoliberiste sono state elaborate anteriormente al 1947, dopo il famoso “Colloquio di Parigi”, un convegno svoltosi nel 1938 per iniziativa del sociologo ed economista tedesco Alexander Rüstow, che per primo ha coniato il termine neoliberismo. Al “Colloquio” hanno partecipato, oltre a Wlater Lippmann, famoso giornalista e saggista americano, Friedrich von Hayek, Wilhelm Röpke, Ludwig von Mises, Michael Polanyi, Raymond Aron ed altri ancora. Il “Colloquio” è stato volto a formulare una nuova visione di liberismo economico, meno incline al laissez-faire, ma pur sempre schierata a sostegno della teoria economica liberale. Tuttavia, gli scopi dei partecipanti al “Colloquio” erano ben diversi da quelli di una difesa “fondamentalista” del laissez-faire originario, in quanto consistevano nel ridiscutere il pensiero liberale, per acquisirne una visione compatibile con una regolazione del mercato, al fine di garantire un suo funzionamento più razionale.

Reduce dal “Colloquio”, Friedrich von Hayek ha fondato nel 1947 la MPS, con l’intento di continuare a perseguire gli scopi del “Colloquio”, ma anche, come ha sottolineato Milton Friedman, uno dei più autorevoli membri della società fondata da Hayek, per predisporre un valido presidio dei principi liberali in economia, contro la forte ascesa degli statalismi del dopoguerra, ispirati dal keynesismo; quest’ultimo sosteneva infatti la necessità di una correzione da parte statale del sistema economico, per dare vita a forme di economia mista, utile a rimuovere i vari casi di fallimento di mercato. È stato perciò Friedman a determinare l’abbandono da parte della MPS dell’originario impegno di ridiscutere il liberalismo classico, per adeguarlo alla necessità di una maggiore regolazione del mercato, sia pure in difesa del solo suo corretto funzionamento, quindi a trasformare, all’inizio degli anni Ottanta, il neoliberalismo in una “costola della globalizzazione”, fino a conformarlo ai principi ispiratori degli obiettivi perseguiti dalle politiche conservatrici di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher.

Al di là delle vicende che hanno caratterizzato l’evoluzione del pensiero neoliberale a partire dal 1938, la sua confluenza nella logica della globalizzazione è il risultato dell’accettazione delle “ricetta” che Friedman ha formulato nell’opera Capitalismo e libertà; tale ricetta è fondata su tre principi (deregulation, privatizzazione e riduzione delle spese sociali) e rappresenta la “mappa” di riferimento per le politiche che hanno dominato il mondo a partire dagli anni Ottanta. Con la deregulation, Friedman, riprendendo la teoria di Ricardo sull’abolizione dei dazi doganali, e più in generale delle tasse protezionistiche, ha proposto l’annullamento di tutte quelle regole e norme che limitavano l’accumulazione del profitto; con la privatizzazione, partendo dal dogma della maggiore efficienza dei privati rispetto al pubblico, egli ha auspicato la sostituzione dei servizi pubblici nel campo della sanità, delle poste, della scuola, ecc., con servizi privatizzati. Con la riduzione delle spese sociali, infine, al fine di “ripulire” l’economia inquinata dall’attività dello Stato, Friedman ha proposto di ridurre drasticamente le spese sociali, attraverso il taglio dei fondi per il sistema pensionistico, l’assistenza sanitaria, il salario di disoccupazione ed altro ancora.

La ricetta, che passerà nell’immaginario collettivo come “dottrina neoliberista”, è stata presentata da Friedman e dai suoi seguaci come una vera e propria “scienza esatta”. Qui sta il clamoroso successo di una pratica economica, risultata smentita dall’esperienza e dalla verifica empirica: presentare, con la pretesa dell’“imparzialità scientifica”, ipotesi di politica economica del tutto prive di coerenza con la realtà, ma di straordinario beneficio per i gestori dei settori più dinamici della finanza e della imprenditorialità mondiale.

Che impatto hanno avuto le politiche neoliberiste sulle società occidentali? A tale interrogativo non è stata data ancora una risposta univoca; da un lato, perché non si è ancora adeguatamente indagato su quali siano state le cause della genesi di una stagione politica ed economica, che ha conosciuto il suo apice in Gran Bretagna e Stati Uniti negli anni Ottanta, condivisa e sorretta, oltre che dal pensiero conservatore, da quello progressista; dall’altro lato, perché non è stato ancora adeguatamente chiarito come, sul piano politico ed economico, le forze riformatrici abbiano potuto accettare di adeguarsi alle politiche conservatrici di Reagan e della Thatcher, che hanno condotto all’attuazione di un progetto politico e economico talmente stravolgente da comportare altissimi ed ingiustificati costi sociali.

Gianfranco Sabattini

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