giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il reddito minimo garantito
per contrastare la povertà
Pubblicato il 20-10-2015


Il tema del reddito minimo garantito, cominciamo a chiamarlo con il nome corretto anche con il fine di dare informazione corretta, è tema molto sentito negli ultimi anni. Non potrebbe esser altrimenti considerata anche la continua crescita della forbice tra povertà e ricchezza dovuta al lungo periodo di crisi che ha reso l’economia italiana molto vulnerabile. Secondo il rapporto dell’ OCSE 2015 – “il ristagno dell’economia ha lasciato l’Italia indietro in molti ambiti del benessere ed in particolare, nell’istruzione, nelle competenze, nell’occupazione, nel reddito e nell’abitazione.” Sempre secondo il rapporto, in nessuno degli indicatori “better life” – vita migliore – l’Italia si classifica trai primi 15 paesi dell’OCSE.
Tradotto significa che il ristagno della crescita è legato agli scarsi risultati raggiunti in termini di benessere. E qual è uno degli elementi che determina il benessere?Certamente il reddito dei cittadini, quella cosa che consente agli stessi di consumare, acquistare e quindi contribuire a far ruotare l’economia. Le famiglie, di fatto, non hanno più potere d’acquisto. E anche se lo stesso OCSE, ci dice che – “secondo le stime nell’arco di 5 anni il Pil aumenterebbe (anche loro usano il condizionale d’obbligo) del 3,5% grazie alle riforme che sta varando il Governo , ma – e anche il ma ci sta sempre – a patto che le stesse siano rapidamente e interamente attuate”. Cinque anni, dunque; e nel frattempo che si fa? Si spera di risollevare il potere di acquisto delle famiglie recandosi a mangiare alla Caritas? Allora, come tanti propongono da tempo, una alternativa potrebbe esser il cosiddetto “reddito minimo garantito”.
Quello che in sostanza esiste in quasi tutta Europa eccezion fatta per Italia e la Grecia per esempio. E potremmo anche esser tutti d’accordo se venisse istituito quando prima possibile; sempre che, poi, questa alternativa a serie e sinergiche politiche attive del lavoro non si rivelino fonte di crescita del “sistema assistenzialismo” già in atto con le attuali forme di sostegno al reddito – ammortizzatori sociali – che di fatto, comunque, contribuiscono in parte alla crescita della piaga del lavoro sommerso o in nero. Di fatto, è innegabile, tra l’uso a manica larga delle attuali forme di sostegno al reddito e l’aumento del lavoro nero in molti dei settori strategici della nostra economia – per esempio, nell’edilizia – vi è uno stretto legame. Un articolo di Luca Soldi, pubblicato dalla testata online Alganews, titola – “La dignità per chi è rimasto indietro nel reddito per gli “ultimi” del paese”, ci riporta ad una delle più celebri citazioni di Pietro Nenni – “ll socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”. Crediamo di poter con tutta tranquillità affermare che Pietro Nenni pronunciò questa frase intendendola come necessità di garantire a tutti gli stessi diritti di vita, nello stesso significato di dignità e capacità di contribuire alla crescita e allo sviluppo economico del paese.
E allora proviamo a fare un rapido confronto tra le attuali forme di ammortizzatori sociali e il tanto proposto reddito minimo garantito, anche partendo dalla nascita e attuazione, per esempio, della cosiddetta CIG e derivati quali, mobilità in deroga, aspi, mini aspi etc. Rapidamente, “la nascita delle CIG risale alle prime ore dell’ Italia Repubblicana. Infatti, già nel 1947 con un decreto dell’ allora provvisorio Capo dello Stato venivano istituite integrazioni salariali per aiutate le imprese in crisi”. (fonte Linkiesta.it ) Qual era allora lo scopo? (di fatto dovrebbe esserlo ancora oggi) Semplicemente quello di far risparmiare alle imprese i soldi degli stipendi e usarli per investire sui macchinari o per riassettare le finanze. I lavoratori nel frattempo stanno, o dovrebbero, stare a casa con a disposizione un assegno di sostegno al reddito. Ma i lavoratori stanno davvero a casa? E se davvero lo scopo nobile del sostegno al reddito è quello d’esser via provvisoria nel passaggio fa perdita del posto di lavoro al reintegro, quindi a breve e/o medio termine, diventa impensabile pensare e accettare che il tutto si protragga per 34 mesi – come peraltro previsto dalla nuova NASPI – cioè due mesi in meno rispetto ai 36 previsti dalla attuale indennità di mobilità in deroga. Negli ultimi vent’anni in Italia è stato fatto un uso a manica larga di ammortizzatori sociali, certo, ovviamente giustificato dalla crisi in corso che nonostante quello che si va dicendo, spesso con tesi confutate da dati come quelli di ISTAT, INPS, e altri enti preposti, secondo cui sono in calo le ore autorizzati di CIG e Mobilità in deroga.
L’unico aspetto discordante di questi dati si ravvisa nell’evidente non citazione dei motivi che hanno di fatto determinato questi cali, quindi nell’applicazione a pieno regime nuovo quadro normativo, decreto del 1° agosto 2014, decreto Poletti, che ha rivisto a ribasso le possibilità di concessione degli ammortizzatori sociali in deroga. Questo crea un grosso problema al nostro sistema economico. Lo crea nel momento in cui, l’attuale tessuto economico e di impresa non consente l’accompagnamento, il riassorbimento, la riqualificazione, la ricollocazione di questa moltitudine di lavoratori. E cosa ha reso necessario l’introduzione del decreto di cui sopra? Ovviamente tagliare quelle forme di sostegno al reddito che sono totalmente a carico dello Stato, come ad esempio l’indennità di mobilità in deroga – che fino al 31 agosto 2014 era fruibile per 36 mesi, perché ritenute ( e di fatto cosi si sono dimostrate ) inconcludenti nel contribuire al ricollocamento dei lavoratori beneficiari. Eppure, per esempio, quest’ultima forma di sostegno al reddito che abbiamo citato, è strettamente e obbligatoriamente legata alla frequentazione corsi di formazione e riqualificazione professionale, monitoraggio e tuttoraggio del lavoratore. Cosa peraltro prevista anche nella proposta M5s, e per verità di cronaca, anche da altre parti politiche, sindacali e sociali, per il reddito minimo garantito. In merito l’argomento ricollocamento e riqualificazione legato, appunto, il reddito minimo garantito, sostegno a reddito e altri argomenti strettamente legati al tema lavoro e povertà, è utile anche segnalare un altro aspetto, dal momento in cui si fa spesso citazione all’esistenza di questo in tante altri Stati d’Europa.
Nel corso del convegno tenutosi a Sant’ Antioco – (sulcis iglesiente ) – sul tema “Lavoro Non Lavoro. Mettiamoci in gioco”, da uno degli interventi degli oratori, onorevole Ignazio Locci, è emerso, per esempio, un aspetto da non sottovalutare – “Io, da parte mia, voglio aggiungere qualcosa a quando già detto dall’on. Piras rispetto al salario minimo garantito. Sarebbe una grande conquista. Io da studente ho avuto l’opportunità di vedermi e misurami con il sistema francese. Che però è accompagnato da un sistema di orientamento, un sistema economico, a politiche attive del lavoro totalmente diverse dalle nostre; un sistema di sostegno della famiglia, dello studente e del politiche della famiglia. Quindi sostiene anche le politiche della famiglia. Quello che in Francia riesce e che da noi no. Noi siamo ancora al punto che si discute di riorganizzazione dei sistemi del lavoro, dei CSL, etc., con un ottica totalmente rivolta alla possibilità e alle modalità, allo studio di uno strumento giuridico che garantisca chi lavora in questi servizi ma che non ha assolutamente ben chiaro cosa deve fare e come fare le politiche di orientamento rivolte ai disoccupati e ai lavoratori che devono riassorbiti dal sistema.
Siamo a livello che non sappiamo come si profila un lavoratore, non sappiamo come si fa a far incontrare domanda e offerta, come infondere fiducia in quel che rimane del nostro sistema produttivo. Inoltre stanno creando un sistema di competizione tra agenzie private e agenzie pubbliche che credo nasconda qualche altra magagna.” La dice lunga sull’attenzione che si deve necessariamente mettere nello studio per la possibile attuazione del reddito minimo garantito in Italia. L’altro aspetto sono le coperture. Inutile negarlo, quelle servono tanto quanto la necessità urgente di risollevare l’economia. Sempre nell’articolo di Luca Soldi, pubblicato da Alganews, si legge – “ L’operazione costerebbe 14,9 miliardi, secondo la stima fatta nel luglio scorso, dal presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, in un’audizioni al Senato. I destinatari potrebbero essere 2 milioni e 759 mila famiglie con un reddito inferiore alla linea di povertà”. Alleva aveva fatto riferimento al “costo totale del sussidio” che deriverebbe dall’applicazione nel 2015 della misura ipotizzata nel ddl del M5S. Ma in Parlamento esistono anche altre proposte che devono ancora esser valutate”. Facciamo un rapido ragionamento sul costo del reddito minimo garantito; Alleva lo quantifica in 14,9 miliardi di euro per riuscire a coprire 2 milioni e 759 mila famiglie. Secondo l’ultimo rapporto – IV rapporto UIL sugli ammortizzatori sociali 2014 – “Il sistema di protezione sociale rappresentato dalle attuali forme di ammortizzatori sociali, quindi cassa integrazione, ASPI, Mini ASPI, mobilità in deroga, indennità di disoccupazione nell’ultimo anno (2014) è costato tra indennità e contributi figurativi, 23, 9 miliardi di euro – quasi il doppio del costo complessivo del reddito minimo garantito – cioè +3,9% rispetto il 2013 quantificati in 825 miliardi in più.
E, ciliegina sulla torta, udite, udite, tutto ciò finanziato per 9,3 milioni di euro dai contributi dei lavoratori e dalle aziende, e per 14,6 miliardi di euro totalmente a carico della fiscalità generale dello Stato. Avete letto bene, il costo per la copertura del reddito minimo garantito sarebbe di 14,9 miliardi di euro, il costo interamente a carico della fiscalità generale dello Stato per gli ammortizzatori sociali è 14,6 miliardi di euro. Ma non è tutto, i cittadini che nel 2014 hanno beneficiato di uno degli ammortizzatori sociali sopracitati sono stati 3,9 (in calo del 14% rispetto il 2013) milioni – quindi ben oltre i 2,7 milioni che beneficerebbero del reddito minimo garantito (la fonte dei dati citati è il IV Rapporto UIL sugli ammortizzatori sociali 2014 elaborato analizzando il rendiconti e i rapporti Inps). Considerati questi dati viene spontaneo domandarsi quale sia il motivo per cui il PD pone il veto sull’attuazione del reddito minimo garantito, usando come giustificazione – “l’Italia ha bisogno di lavoro non di assistenzialismo” – dalle dichiarazioni del Premier Renzi – salvo poi mantenere in piedi un sistema di ammortizzatori sociali che di fatto – per come è concepito – sostiene e alimenta, appunto, becere forme di assistenzialismo. Ci sono forse lobby aziendali che vogliono mantenere il sistema cosi com’è attualmente?
In conclusione, nota seppur non pienamente convinti – per certi aspetti legati alla cultura dell’ assistenzialismo che deve esser debellata – che la questione reddito minimo garantito sia l’unica soluzione percorribile per risollevare il potere di acquisto, quindi l’economia, la riduzione della povertà del paese. Occorre concentrarsi più che altro in innovative politiche del lavoro, creare un sistema coordinato di incontro domanda e offerta lavoro, migliorare se non ricostruire il tessuto CSL lavoro (che in Italia cosi come sono attualmente, non rientrano nei canoni europei) . Ma, in considerazione dei numeri con dati alla mano, emerge una forte contraddizione del Governo in merito la questione, appunto, reddito minimo garantito. Di seguito un riepilogo dei dati del IV Rapporto UIL sugli ammortizzatori sociali 2014
1. Spesa per la Cassaintegrazione – 4.9 miliardi di euro. – 10% rispetto il 2013
2. Costo per gli ammortizzatori sociali – cassaintegrazione e mobilità in deroga – nel 2014 è stato di 1,7 miliardi di euro; -10,8% rispetto il 2013
3. Costo per indennità di mobilità ordinaria 3,2 miliardi di euro; +15,9% rispetto il 2013
4. Costo per Aspi, Mini Aspi, disoccupazione ordinaria, speciale edile e agricola, 14 miliardi di euro; +8,9% rispetto il 2013.
Antonella Soddu 
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