venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il sodalizio tra Brecht
e il compositore Weill
al Costanzi di Roma       
Pubblicato il 12-10-2015


Opera RomaBertolt Brecht e Kurt Weill, rispettivamente drammaturgo e compositore, chiudono con  l’opera Aufstieg und fall der Stadt Mahagonny (‘Ascesa e caduta della città di Mahagonny’) il cartellone della stagione 2014-15 del Teatro Costanzi: prima il 6 ottobre scorso, repliche fino al 17. Alla bacchetta, per la prima volta al Teatro dell’Opera, il maestro John Axelrod, direttore principale ospite della sinfonica “Giuseppe Verdi” di Milano. Maestro del Coro, Roberto Gabbiani.

Un allestimento difficile che cambia in un certo qual modo la rotta tradizionale del Teatro dell’Opera, con produzioni che rovistano nella contemporaneità del Novecento, a riscontro dei tempi che abbiamo vissuto coniugati al passato prossimo: guerre, desolazioni, crescita sociale, malcontento. ‘Ascesa e caduta della città di Mahagonny’ torna a Roma dopo dieci anni in un nuovo allestimento che vede le scene e i costumi di Stuart Nunn, i movimenti coreografici di Ron Howell e le luci di Giuseppe Di Iorio.

Mahagonny è la città surreale dell’oro ove tutto è possibile, fondata da tre fuggiaschi: Leokadja Begbick (Iris Vermillon), Fatty, der “Prokurist” (Dietmar Kerschbaum) e Dreienigkeitsmoses (Willar White). Saràjenny Hill (Measha Brueggergosman) è una delle ragazze che allietano la vita della nuova città nel vizio e nella disgregazione morale, ove trionfano soltanto istinti animali: bere, mangiare, fare sesso, combattere ecc. Nei panni di questa trappola, come vittime sacrificali, si vedono Jim Mahoney (Brenden Gunnel), Jack O’Brien, anche nel ruolo di Tobby Higgins (Christopher Lemmings), Bill, gennant Sparbückenbill (Eric Greene) e Joe, gennant Alaskawolfjoe (Neal Davies). Un gruppo di 25 giovani attori affiancano gli interpreti principali con parti insostituibili per la messa in scena.

Ambientata nel anni ’30 del secolo scorso, quest’opera è il secondo capolavoro del sodalizio che legò Weill a Brecht, di cui il compositore tedesco aveva sposato pienamente le idee “portando nel teatro musicale temi d’attualità e soggetti a sfondo sociale”. Certamente diversa come testo, scenografia e musica, ma sicuramente bella e proponibile per la sua attualità ad ogni pubblico, l’opera si avvale di  scene realisticamente crude, con scenografie che pescano nei mezzi moderni di fare comunicazione con segnali  stradali e indicazioni di luoghi altamente computerizzati. La musica è coinvolgente ma alquanto desueta per i fruitori storici dell’opera come tradizionalmente s’intende. La parte canora arriva nitida, ma con poca melodia. I sottotitoli funzionano bene e non distraggono troppo l’attenzione del pubblico.

Un’ opera moderna, però tutta da vedere e anche da applaudire. 

 Guerrino Mattei 

 

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