sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Ingrao, comunista dubbioso,
ma non pentito
Pubblicato il 01-10-2015


Nelle commemorazioni di Pietro Ingrao, tra gli elogi e il rispetto dovuto a questo “comunista eretico” (che sulla parabola comunista sentenziò amaramente, in poesia: “Pensammo una torre/ scavammo nella polvere”) sono inevitabilmente riapparsi i legami che tutti i dirigenti Pci mantennero saldamente con l’Urss, legami sia politici che finanziari. Su quest’ultimi mai si è meditato abbastanza: “L’oro di Mosca” – che è anche il titolo del libro di Gianni Cervetti, responsabile dell’organizzazione comunista durante le segreteria Berlinguer – affluirà copioso nelle casse del Pci fino ai primi anni ’80 ed era tratto da uno spietato sfruttamento riservato dal PCUS al suo popolo. Una questione morale immensa di cui il Pci non si è mai fatto carico, preferendo perseguire con veemenza le immoralità altrui, confermando la regola che i moralisti più accesi sono anche i più mendaci.

Invece sui legami politici si è detto abbastanza, ma tendendo a richiamare la specialità italiana. Ora sempre più gli storici stanno ridimensionando quest’ultimo aspetto ma anche la cronaca quando si imbatte in occasioni che rimandano alla storia non può che rimarcare la subordinazione del Pci rispetto al Pcus.  E’ così anche nel caso del ricordo di Pietro Ingrao. Si è scritto molto della sua posizione sull’invasione russa dell’Ungheria: pur essendo più cauto di altri, finì per scrivere sull’Unità che «quando crepitano le armi dei controrivoluzionari, si sta da una parte o dall’ altra della barricata»: in poche parole da quella dell’invasore russo. Si è scritto di meno sulla sua posizione riguardo all’invasione russa della Cecoslovacchia. Si era in pieno 1968 e il Pci non seppe che assumere una linea equidistante fra il riformismo del comunista “dal volto umano” Alexander Dubcek e l’ortodossia sovietica. Facciamo riemergere qui il commento completo di Sergio Romano: “Particolarmente equidistante fu Pietro Ingrao. In una dichiarazione alla Camera disse che il corso inaugurato da Dubcek e dai riformatori ‘non era esente da pericoli’. Anziché condannare esplicitamente l’intervento sovietico, preferì osservare che ‘non è la via giusta per combattere quei pericoli’. Insomma i riformatori sarebbero stati troppo imprudenti e l’Urss troppo impetuosa.”

Se questa sostanziale soggezione al comunismo sovietico era assunta da un dirigente “eretico”, cosa potremmo pensare degli altri? Lo affermiamo con un po’ di simpatia verso Ingrao, che fu più dubbioso fra tanti allineati, ma non meno responsabile. Come lo furono altri “eretici” del Pci: avevamo appena riposto la penna, quando ci è capitato in mano l’ultimo numero di Sette, la rivista settimanale del Corriere della Sera. Sulla pubblicazione di fine settembre appare una recensione al libro di Paolo Mancosu “Živago nella tempesta”: e lì si narrano le infinite pressioni del Pci che per ordine dei sovietici “intimava all’iscritto Giangiacomo Feltrinelli di desistere dalla pubblicazione di un opera spudoratamente antisovietica”. L’editore Feltrinelli resistette e il capolavoro di Pasternak vide la luce. Ma cosa pensare del fatto che a capo degli intimidatori dell’editore Feltrinelli ci fosse Rossana Rossanda, la prossima comunista eretica de il manifesto? A quei tempi – in verità non troppo lontani – “i tre quarti della sinistra italiana – conclude il recensore Diego Gabutti – erano all’obbedienza di Mosca”. E quel quarto che si distingueva per libertà e  indipendenza era considerato un “socialtraditore”.

Nicola Zoller

 

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