giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La novità? Erano meglio i partiti di una volta
Pubblicato il 13-10-2015


Massimo Cacciari, divenuto ormai apprezzato commentatore televisivo, ha confessato ieri sera a “Otto e mezzo” che il re é nudo. Anche alla luce della vicenda Marino ha testualmente dichiarato che “la politica è una professione, altrochè, e si deve tornare alla selezione nei partiti”. Perfino il vecchio Leoluca Orlando parla di partiti che non ci sono e di forme democratiche da ripristinare in una lettera su Repubblica. Insomma, dopo la fase del nuovismo stile anni novanta, della rottamazione (anche degli esponenti del nuovismo, per la verità) degli anni duemila, oggi siamo nella nuova fase del rimpianto. Non ci sono più le stagioni di una volta, le mamme di una volta, le ciambelle di una volta e anche i partiti di una volta.

C’era bisogno delle inadeguatezze del povero Marino, vero e proprio capro espiatorio di tanti dilettanti allo sbaraglio, per rendersene conto. Due anni orsono abbiamo eletto, con consensi generali, un presidente della Camera che non era mai stato deputato e un presidente del Senato che non era mai stato senatore, abbiamo fino a poco fa esaltato primarie senza regole e che permettevano a chi non era iscritto di valere come un iscritto, solo due euro. Abbiamo assistito alle nomina di un alto commissario alla politica internazionale dell’Ue che non era mai stata commissario né parlamentare europea, abbiamo applaudito alla nomina di ministri senza alcuna esperienza amministrativa e per alcuni nemmeno parlamentare. La virtù principale richiesta era l’inesperienza, unico caso tra le professioni, e quella della politica doveva diventare nient’altro che un hobby.

Poi adesso, un po’ in ritardo, ci accorgiamo che i partiti di una volta non ci sono più e che istituti politici previsti dalla Costituzione oggi non rispondono nemmeno a crismi di elementare democrazia e, come dice Orlando su Repubblica, il leaderismo prevale ovunque. Lasciamo perdere il fatto che della lotta ai partiti tradizionali Orlando abbia fatto un suo credo, ma davvero finora tutti dormivano e non si accorgevano o facevano finta di non accorgersi che una nuova classe dirigente formata al di fuori dei partiti e della politica non era in grado di reggere le sorti di questo Paese? Certo non esistono più, o sono stanzialmente al tramonto, le vecchie fedi politiche e sarebbe assurdo ritornare al passato come se venti e più anni fossero solo una parentesi. Per scoprirci d’incanto ancora tutti comunisti, democristiani e socialisti.

Resta il fatto che questo ventennio, il peggiore dell’Italia del dopoguerra, ha costituito una vera e propria anomalia rispetto all’Europa, dove si sono mantenuti, al di là delle crisi del momento presente, e sia pur profondamente rinnovati, i partiti precedenti il crollo del muro di Berlino. In Italia il vecchio sistema politico è stato interamente sepolto, anche se la classe dirigente ex comunista ed ex missina si sono interamente riciclate, assieme a spezzoni di vecchia Dc, e inserite in partiti nuovi, con nomi nuovi, con metodi nuovi, con regole nuove. Berlusconi e Renzi sono il frutto della nuova politica post identitaria e anti storica sfociata in leaderismo. Oggi anche Renzi, che ha rottamato gli ex comunisti, tranne i pochi che gli hanno giurato fedeltà, non è in grado di proporre una nuova classe dirigente. È costretto a rivedere le regole delle primarie e ad ammettere che Fassino e Chiamparino sono meglio di Marino e di De Magistris, che Padoan è il suo ministro più attendibile, che Zanda e la Finocchiaro sono i migliori tra i senatori. I nuovi peggio dei vecchi. Meglio capirlo tardi che mai. Chissà che l’esperienza e la preparazione non ritornino virtù politiche in Italia anche dopo il crollo del Muro…

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Commenti all'articolo
  1. Caro direttore,
    come giustamente sostieni “omissis, un po’ in ritardo, ci accorgiamo che i partiti di una volta non ci sono piu'”
    Le contraddizioni interne al centrodestra e sinistra sono divenute una costante da assumere carattere politico. Il nervosismo imperversa e i partiti di oggi fanno a gara perche’ prevalga il leaderismo che si avvale dei transfughi preoccupati del proprio scranno. Dinnzi a ali comportamenti non ci sono scuse che tengano. Sappiamo che la storia della sinistra italiana e’ costellata in cento anni di divisioni e settarismi e altrettanto consapevoli che danni ancor piu’ gravi hanno arrecato l’oppurtunismo e il trasformismo.

  2. Sì, anche Polito sul Corriere parla della necessità dei partiti.
    In occasione della conferenza programmatica PSI, perchè non ” pensare a come rinnovare e riorganizzare i partiti?
    Paolo Grassi

  3. La politica italiana del dopo Craxi – scusa se la mia lingua batte ancora dove il dente duole – ultimo politico ad avere le palle – è tornata alla sopravvivienza atavica del “Francia o Spagna purché se magna”. L’onore dell’Italia è tornato sotto i tacchi e noi abbiamo ripreso ad andare in soccorso del vincitore.
    Finche resta così ovvio che i partiti europei, pur con i loro difetti, ce li sognamo.
    Facciamocene, fattene una ragione.
    Fraterni saluti.

  4. Quando il Direttore afferma che “Berlusconi e Renzi sono il frutto della nuova politica post identitaria e anti storica sfociata in leaderismo”, mi sembrerebbe opportuno rilevare una differenza tra i due casi, specie se partendo da questi elementi volgiamo lo sguardo al futuro.

    Nel primo si trattava di colmare in maniera piuttosto rapida un vuoto cretosi con gli effetti di Tangentopoli, giusto per offrire un’alternativa di voto agli elettori, in vista della chiamata alle urne del marzo 1994, e una forza politica nuova non poteva nascere con il percorso tradizionale, bensì da una iniziativa “verticistica” e leaderistica, non fosse altro che per i tempi.

    Nella seconda circostanza, invece, il leaderismo non è nato da un vuoto organizzativo, ma da un partito strutturato, vale a dire una condizione di partenza ben diversa dalla precedente, pur se ideologia e identità hanno assunto oggigiorno sembianze che si discostano abbastanza da quelle del passato.

    Verrebbe da dire che il 1994 ha “fatto scuola” in materia, per darci la spiegazione più immediata, ma si potrebbe anche pensare che la nostra società, in questa fase storica, abbia una sostanziale voglia di leaderismo – visto come il sistema che può meglio affrontare i problemi del presente – almeno fino a quando non ci si convincerà che possono esservi anche altri modi per “reggere le sorti di questo Paese” e che “si deve tornare alla selezione nei partiti”.

    L’analisi di questi fenomeni è sempre abbastanza complessa e difficile, anche perché andrebbe pure interpretata la persistente tendenza all’astensionismo, ma se fosse realmente così, se cioè fossimo entrati nell’era del leaderismo, anche i socialisti dovrebbero tenerne necessariamente conto nel progettare il proprio futuro politico, inteso naturalmente come partito e non come scelte personali, quantomeno sul piano nazionale perché a livello locale possono valere altri indici e parametri, i quali, forse, potrebbero anche aiutarci a preparare e far nascere “una nuova classe dirigente” (ancorchè il tragitto non si preannunci breve).

    Paolo B. 21.10.2015

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