mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La nuova ragione del mondo
secondo Dardot e Laval
Pubblicato il 20-10-2015


Ne “La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista”, Pierre Dardot e Christian Laval espongono i fondamenti metodologici della loro teoria del “comune”. Il volume, pur nel rispetto dei criteri di una ricerca scientifica, non “si presenta – affermano gli autori – come un libro ‘accademico’ nel senso tradizionale del termine”. Esso vuole essere “anzitutto un’opera di chiarificazione politica sulla logica normativa e globale del neoliberismo”; ciò perché, il neoliberismo rappresenterebbe, secondo gli autori, “una posta in gioco strategica universale”.

A partire dalla fine degli anni Settanta, con l’avvento del reaganismo e del thatcherismo, il neoliberismo è divenuto un’ideologia ed una politica economica con essi coerente, il cui “nocciolo duro” è identificabile nel mercato, inteso come una realtà naturale. Sulla base di questa “ontologia naturalista”, basta lasciare il mercato a se stesso, perché esso possa raggiungere, spontaneamente ed autonomamente, una configurazione di equilibrio, compatibile con la stabilità e la crescita del sistema economico e, con esso, dell’intero sistema sociale. Ciò significa che un qualsiasi intervento dello Stato che tendesse a regolare il mercato non farebbe altro che destabilizzarlo, con la conseguenza di perturbare un corso altrimenti spontaneo dei fatti economici e sociali. Così inteso – affermano Dardot e Laval – il neoliberismo esprime una “mera riabilitazione del laissez-faire”.

Il neoliberismo, però, secondo gli autori, non esprime solo un “fanatico atto di fede nella naturalità del mercato”; coloro che, a fronte di una crisi epocale, quale quella scoppiata nel 2007/2008, annunciano la “morte del liberismo”, commettono l’errore di confondere la rappresentazione ideologica delle politiche neoliberiste con le implicazioni “normative” che caratterizzano in modo specifico lo stesso neoliberismo. A dimostrazione dell’errore che si commette, secondo Dardot e Laval, basta chiedersi come sia possibile che, nonostante gli esiti catastrofici seguiti all’attuazione di politiche neoliberiste negli ultimi decenni, queste abbiano potuto continuare ad essere praticate senza incontrare critiche sufficienti a metterle in crisi.

Per la comprensione della vera natura del neoliberismo non ci si può limitare a considerare gli effetti delle crisi economiche e delle regressioni sociali, nonché della distruzione programmata delle regole esistenti e delle istituzioni; ciò perché il neoliberismo non è solo una distruzione regolativa ed istituzionale; esso è anche “produzione” di una specifica forma di vita”, cioè di un “modo in cui siamo portati a comportarci e a relazionarci agli altri e a noi stessi”. In altri termini, il neoliberismo è anche definizione di “una precisa forma di vita nelle società occidentali e in tutte quelle società che hanno intrapreso il cammino della presunta [seconda] modernità”. Questo nuovo modello di vita impone a ognuno di vivere in un universo di competizione generalizzata, inducendo i soggetti a concepire se stessi come un’impresa e le politiche pubbliche a governare le relazioni economiche mondiali, a trasformare la società e a rimodellare la soggettività. Con ciò, secondo Dardot e Laval, si deve prendere atto che ci si trova di fronte a una “ragione globale” in un duplice senso: “una ragione globale che di colpo diventa valida su scala mondiale e una ragione che, lungi dal limitarsi alla sfera economica, tende a totalizzare, cioè a ‘fare mondo’, con un proprio specifico potere di integrazione di tutte le dimensioni dell’esistenza umana”.

Per Dardot e Laval, quindi, il neoliberismo, prima ancora d’essere un’ideologia ed una politica economica, è “fondamentalmente una razionalità” e, a questo titolo, tende “a strutturare e a organizzare non solo l’azione dei governanti, ma anche la condotta individuale dei governati”; per questo suo essere, il neoliberismo “è la ragione del capitalismo contemporaneo, […] assunto come costruzione storica e come norma generale di vita”. Capire l’impatto del neoliberismo sul modo di governare il sistema sociale è, per gli autori, di fondamentale importanza, perché consente di rilevare il semplicismo di tutte quelle analisi che considerano il ritiro dello Stato causato dall’accettazione acritica della naturalità del libero mercato; al contrario, è vero invece che sono gli Stati, a smarrire la propria funzione e ad introdurre nell’economia, nella società e nella propria organizzazione la logica della concorrenza e del modello dell’impresa.

Per questo motivo, le tesi storicistiche, che vogliono che il libero mercato, distinto dal quadro istituzionale in presenza del quale opera, conformi a sé la struttura dello Stato, sono largamente insufficienti a spiegare perché lo stesso libero mercato continui a sopravvivere nonostante le sue crisi e le critiche che ad esso vengono rivolte; il neoliberismo, secondo Dardot e Laval, non separa affatto l’”’economia’ dalla cornice giuridico-istituzionale che determina le pratiche specifiche dell’’ordine concorrenziale’ mondiale e nazionale”. Le tesi storicistiche, formulate sulla base dell’assunto che mercato e Stato sono realtà distinte, soffrono perciò di un largo deficit interpretativo; ciò perché oltre a fare dell’economia l’unica dimensione del neoliberismo, suppongono che, negli anni Settanta ed Ottanta del secolo scorso, sia bastato condizionare la struttura giuridico-istituzionale, per distruggere l’economia mista e il compromesso tra capitale e lavoro realizzato sulla base delle politiche keynesiane.

Diversamente, la logica neoliberista che si è imposta è stata il risultato di un processo storico, nel senso che gli elementi che lo hanno attivato si sono formati lentamente, interagendo e rafforzandosi gli uni con gli altri; l’originalità di tale processo è stata quella di creare un “nuovo insieme di regole che, “oltre a definire un altro ‘regime di accumulazione’”, ha definito “in modo più generale un’altra società”

Le tradizionali tesi storicistiche sulla logica propria del neoliberismo, per via della loro insufficienza teorica e della loro interpretazione ristretta, non riescono a tener conto del fatto che la crisi, iniziata con l’avvento dell’ideologia neoliberista, ha segnato l’inizio dell’ingovernabilità dei sistemi sociali; questa è l’espressione del fatto che l’estensione della razionalità del mercato non consente di considerare la crisi economico-istituzionale delle economie capitaliste come conseguenza di un effetto della “dittatura dei mercati” o di una “colonizzazione dello Stato da parte del capitale”. La crisi è crisi del neoliberismo, inteso come “modalità di governo delle società”.

I tentativi, protrattisi nel tempo, di riabilitare il dogma del laissez-faire, proprio del liberismo originario, non hanno mai avuto successo; fin dal convegno parigino del 1938, che si è tenuto sui temi svolti da Walter Lippmann in “la giusta società”, per una revisione consapevole di questo dogma, non sono sortite conclusioni positive e unitarie. Dal convegno, infatti, sono emerse due grandi correnti di pensiero, alternative riguardo al modo in cui fare fronte agli esiti indesiderati del dogma: quella dell’ordoliberismo tedesco, i cui principali sostenitori sono stati Alexander Rüstow, Walter Eucken e Wilhelm Röpke e quella austro-americana, i cui principali sostenitori sono stati Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek e Milton Friedman.

La prima corrente ha dato corpo alla cosiddetta “economia sociale di mercato”, che altro non è che una giustificazione politica del compromesso keynesiano tra capitale e lavoro, fondato su una ridistribuzione del prodotto sociale realizzata ex-post; mentre la seconda, che si è imposta dopo il secondo conflitto mondiale, con la costituzione della Mont Pelerin Society, per iniziativa di Hayek e l’impegno realizzativo di Friedman, ha inteso ammansire gli “animal spirit” del dogma facendo del mercato “il principio del governo degli uomini e del governo di sé”, imponendo il neoliberismo come razionalità e il “dispiegamento della logica del mercato come logica normativa, dallo Stato fino ai meandri più intimi della soggettività”.

Dopo che il neoliberismo è divenuto la “razionalità dominante” del capitalismo, della “democrazia liberale – secondo Dardot e Laval – non è rimasto che un guscio vuoto. Ciò pone alle sinistre riformiste una sfida ardua: esse non possono più limitarsi a criticare gli esiti indesiderati del libero mercato e ripiegarsi sulla difesa della democrazia liberale, ma devono saper progettare e proporre una regolazione dello stesso mercato e della società che sia alternativa a quella neoliberista. Come? La risposta di Dardiot e Laval non è altrettanto convincente, o almeno plausibile, quanto la narrazione che essi fanno degli esiti del neoliberalismo di stampo hayekiano-friedmaniano.

“Alla soggettivazione-assoggiettamento prodotta dall’ultra-soggettivazione, – essi dicono – bisogna opporre una soggettivazione di contro-condotta”, opponendo alla regolazione neoliberista “un doppio rifiuto”: rifiuto di comportarsi verso se stessi come un’impresa di se stessi e rifiuto di comportarsi versi gli altri secondo le regole della concorrenza. Ciò dovrà tener conto, tuttavia, del fatto che il ricupero della soggettivazione individuale non avrà valore di per sé, in quanto dovrà essere legata alla soggettivazione collettiva attraverso l’attività politica. Il doppio rifiuto dovrà trovare la certezza della possibilità di potersi esprimersi nel convincimento che la nuova ragione del mondo imposta dal neoliberismo “non è un destino necessario che incatena l’umanità. […] Essa stessa è storica da cima a fondo, cioè relativa a condizioni particolari che nulla ci autorizza a ritenere insuperabili. E’ essenziale comprendere che nulla può esimerci dal promuovere un’altra razionalità”.

Il capitalismo neoliberista – concludono Dardot e Laval – non “cadrà come un ‘frutto maturo’ per via delle sue contraddizioni interne”, ma solo per volontà e azione degli uomini; questi potranno mirare al raggiungimento di obiettivi che non siano quelli della massimizzazione dei risultati e della produzione illimitata, ma quelli che, “col governo di sé che si apra a rapporti con gli altri che non siano quelli della concorrenza”, utili a disegnare e a realizzare, attraverso la diffusione del sapere, la pratica della mutua assistenza e del lavoro cooperativo, un’altra ragione del mondo; ragione, questa,, che non potrebbe essere meglio denominata ricorrendo all’espressione di “ragione del comune”. Ma come? Dradot e Laval non lo indicano.

I due autori, in un loro libro successivo, “Del comune, o della Rivoluzione nel XXI secolo”, individuano nel concetto di “comune” il paradigma sul quale fondare la riorganizzazione del sistema sociale; le contro-condotte soggettive, delle quali gli autori parlano, per l’affrancamento degli individui dalla “gabbia” della società del neoliberismo, dovrebbero tradursi essenzialmente in una contrazione del livello di attività produttiva del sistema sociale esistente. Sennonché, come già è stato messo in evidenza in un precedente articolo apparso su questo giornale, non è possibile accettare come valida sul piano operativo la proposta di Dardot e Laval, per il semplice fatto che sinora non è mai stato sperimentato il funzionamento di un’economia i cui membri siano propensi ad accettare di uniformare la loro esistenzialità ad un codice comportamentale al quale, realisticamente, è del tutto improbabile che possano adattarsi, dopo avere sperimentato i vantaggi cui li ha abituati il sistema capitalistico di stampo neoliberista.

Nell’immediato, perciò, sembra dotata di maggior credibilità e condivisibilità una proposta meno ambiziosa, che faccia riferimento alla riappropriazione, da parte delle sinistre, della tanto disprezzata democrazia liberale, se solo saranno disposte ad impegnarsi per impedire l’esclusione di consistenti quote di cittadini dagli organi istituzionali decisionali, riscattando questi dalla loro non rappresentatività cui sono stati ridotti a causa della subordinazione della politica al servizio dei potentati economici.

Gianfranco Sabattini

 

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