sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

LA RIFORMA VA AVANTI
Pubblicato il 07-10-2015


Riforme-Senato-Boschi

Ci mancava un quorum che permettesse alla maggioranza di eleggere il Presidente della Repubblica con i suoi soli voti. Per fortuna questa impostazione non è passata e ha prevalso la linea della ragionevolezza. Una giornata tesa, che ha visto la maggioranza calare ulteriormente e arrivare alla quota minima di 145 voti per poi recuperare nelle votazioni successive. Il governo è stato più volte in difficoltà. Un numero ben al di sotto della maggioranza assoluta. Si è evitato, al momento, un combinato disposto pericoloso: legge elettorale e riforme concepite in modo che la minoranza più grande del paese possa prendere il controllo di tutte le istituzioni. Pericoloso al tal punto che si è formato un fronte trasversale. Ma alla fine il Pd trova l’accordo al proprio interno su i due nodi della riforma, ossia l’articolo 21 sull’elezione del presidente della Repubblica, e il 39, la norma transitoria per l’elezione del Senato. Una intesa che prevede il ritiro degli emendamenti da parte di maggioranza e minoranza e il governo che accetta di rivedere il quorum per eleggere il capo dello stato: dal settimo scrutinio sarà pari ai tre quinti dei votanti, ossia esattamente come nella versione uscita dalla Camera. Quanto alla norma transitoria, verrà presentato un emendamento del governo che accorcerà i tempi di entrata in vigore della nuova legge elettorale per il Senato e renderà obbligatoria per le regioni adeguarsi ad essa. Le proposte di modifica ritirare dalla minoranza Pd sono state fatte proprie dal M5S.

Soccorso azzurro su un emendamento della minoranza dem all’articolo 17,  che stava mettendo a rischio la maggioranza. L’emendamento è stato respinto con 165 no, 100 sì e 8 astenuti grazie ai voti contrari di Forza Italia. A sostenere la modifica erano invece Roberto Calderoli (Lega) e tutti i senatori M5S. A favore anche Autonomie e Sel, che in votazione aveva un testo identico di Loredana De Petris. L’argomento lo stato di guerra: la proposta della minoranza dem prevedeva che la Camera dei deputati deliberasse lo stato di guerra a maggioranza assoluta ma ‘dei propri componenti’. La versione dell’articolo 17 sulla deliberazione dello stato di guerra prevede, invece, solo  la dicitura “a maggioranza assoluta”. Il governo aveva dato parere contrario alle due proposte e la votazione era davvero a rischio senza i numeri della sua minoranza. Paolo Romani, capogruppo di Forza Italia ha, infine, espresso il ‘no’ all’emendamento dando alla maggioranza altri 28 voti di supporto. L’articolo è stato approvato con 153 voti favorevoli, 107 voti contrari e 9 astenuti. I senatori dissidenti del Pd che hanno dato voto contrario sono stati 14, mentre 5 quelli che non hanno votato.

Nelle altre votazioni il vantaggio della maggioranza è tornato a crescere raggiungendo valori più rassicuranti ma non ha evitato polemiche sul ruolo dei senatori verdiniani. I senatori della minoranza del PD, Federico Fornaro e Carlo Pegorer in una nota chiariscono il punto: “Non essendo stato possibile ampliare il numero dei grandi elettori per avvicinarsi agli attuali 1.009, la prospettata introduzione di una norma di chiusura avrebbe consentito dopo un certo numero di votazioni l’elezione del Presidente della Repubblica con la sola maggioranza assoluta (366 voti su 730 grandi elettori). Dopo l’approvazione dell’Italicum (con il premio di maggioranza a una sola lista) questo avrebbe significato dare la possibilità al Presidente del Consiglio e al suo partito di eleggere da soli la massima carica dello Stato: il testo uscito dalla Camera dei Deputati, invece, prevede che dal settimo scrutinio siano sufficienti i tre quinti dei votanti (438 voti su 730 grandi elettori nel caso siano tutti presenti), garantendo proprio che ciò non possa accadere. Un risultato di garanzia importante per la democrazia italiana, raggiunto alla Camera grazie al contributo determinante della minoranza PD e che oggi auspichiamo venga confermato anche dal Senato”. “Mantenere il testo della Camera – ha sottolineato, in Aula, il senatore Miguel Gotor annunciando il ritiro degli emendamenti della minoranza Pd all’art.21 del ddl riforme – consente di evitare quello che per noi è il pericolo maggiore: che il vincitore del premio dell’Italicum possa scegliere da solo o quasi il presidente”. “Riteniamo che il testo uscito dalla Camera vada bene”. Un dissenso rientrato. Almeno quello all’interno del Pd che nelle prime votazioni aveva visto la defezioni di ben 14 senatori e senza il soccorso azzurro probabilmente gli esiti sarebbero stati diversi: sull’articolo 17 per esempio ben 29 sono stati i senatori di FI che hanno votato a favore.

In mattinata le opposizioni avevano pensato di inviare un appello comune al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Lo aveva annunciato il capogruppo Fi, Paolo Romani spiegando la volontà di riferire al Presidente della Repubblica “le forzature avvenute in questi giorni e la totale indisponibilità di maggioranza e governo di interloquire con noi sulle riforme”. Successivamente, però, FI ha frenato. Il capogruppo Paolo Romani, prima di decidere se sottoscriverla o meno, ha preferito sottoporla alla valutazione del gruppo. Poi l’episodio del voto di Forza Italia allineato al governo ha fatto decadere il tutto e ognuno ha mandando la propria lettera.  Il M5s già il 18 settembre aveva scritto al Capo dello Stato per chiedere un incontro “alla luce della gravissima situazione istituzionale determinata dal Governo e dai Gruppi Parlamentari di maggioranza” sul ddl Boschi. Alla richiesta sarebbe stata confermata una disponibilità all’incontro per il quale i 5 Stelle attendono ora una convocazione.

Ginevra Matiz

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