giovedì, 8 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Legge stabilità
timori per la Sanità
Pubblicato il 26-10-2015


Sanità-Legge stabilità“Il diritto alla salute è, com’è noto, l’unico tra i diritti che la Costituzione espressamente definisce come fondamentale e, se le parole hanno un senso, ciò significa, anzitutto, che – nel processo di costruzione di un’identità collettiva nazionale – la sua tutela riveste un ruolo, evidentemente, cruciale, così come il bene salute occupa uno spazio centrale nell’esperienza della vita personale e collettiva.” Così si esprimeva Antonmichele de Tura (Consigliere della Corte costituzionale e, nel periodo 2012-2013, consigliere giuridico del Ministero della Salute) in occasione del suo intervento al “Dibattito sul diritto e la Giustizia Costituzionale” in apertura del Convegno annuale che il Gruppo di Pisa su un tema particolarmente significativo come il riconoscimento e la garanzia dei diritti sociali.

Un elemento introduttivo che ci pareva doveroso citare scrivendo di sanità pubblica e soprattutto in considerazioni degli effetti “taglio” che la legge di stabilità, appena presentata, avrà ancora una volta sul sistema sanitario nazionale. Degli effetti sul taglio alla sanità pubblica – quasi anticipando quel che sarebbe accaduto – parlò, appunto nel 2012, il Ministro Balduzzi; il quale sentito in audizione in Commissione Parlamentari per gli affari regionali rilevò che – “nell’attuale momento, la ristrettezza delle risorse in capo sia alle regioni che ai comuni e i possibili, preannunciati interventi volti a ridurre ancora di più le risorse assegnate alle regioni per la sanità, finiranno per determinare, anche sul fronte dei servizi sociali, per la parte dell’integrazione socio-sanitaria, qualche situazione di difficoltà.” Un aspetto che conferma dunque il timore espresso da Sergio Chiamparino.

Secondo le stime del Ministero della Salute la Sanità costa 109 miliardi di euro l’anno. In 12 anni un aumento pari al 63% per ospedali e Asl. D’altra parte le regioni sottolineano –“negli ultimi 5 anni sono stati apportati tagli per oltre 35 miliardi di euro e la legge di stabilità prevede un ulteriore taglio pari a 2 miliardi di euro. Questo causerà inevitabilmente nuovi aumenti d’imposte”. Infatti sarà facoltà delle Regioni attuare piani di rientro ritoccando al rialzo addizionali IRPEF, IRAP e Ticket. Insomma, il diritto alla salute cosi ben descritto dal de Tura, ci pone dinanzi al sempre più crescente dubbio dato dalle manovre decise dal Governo che invece stridono da ogni parte, soprattutto in quel del rispetto dello stesso. Ma questi tagli, garantiranno ancora i cosiddetti LEA – livelli essenziali di assistenza – che il SSN ad oggi eroga a tutti i cittadini gratuitamente o con il pagamento di un ticket indipendentemente dal reddito o dalla residenza? Sono in tanti a pensare di no, a cominciare dallo stesso sindacato dei medici italiani: cosi si smantella il servizio sanitario italiano.

E il rapporto del CENSIS sulla Sanità, parla chiaro in proposito: “Il 41% delle famiglie italiane rinuncia alle cure. Aumentano le prestazioni mediche in nero +32,6% . La spesa privata pro capite è di circa 500 . Sempre secondo le stime del CENSIS, la copertura dello stato sociale è ridotta del 53,6%.” Non vi è dubbio che occorra predisporre una sorta di revisione su tutte le prestazioni. Qualcosa deve uscire – attraverso una sorta di flessibilità interna – perché troppo obsoleta e divenuta troppo costosa, ma qualcosa deve anche entrare.

Ma come? Dalla relazione del de Tura, emerge, come lui stesso dice, che non è un operazione semplice definire i LEA – “Per il loro carattere profondamente tecnico-sanitario, scrive, , tendono spesso a sfuggire alla considerazione dei giuristi. Nella più recente formulazione disponibile, si tratta di circa seimila tipologie di prestazione, di cui oltre cinquecento classi di prestazioni ospedaliere, ricoveri ordinari, day hospital, pronto soccorso, circa duemiladuecento prestazioni specialistiche, circa millesettecento protesi su misura, settanta programmi di prevenzione collettiva di patologie prevenibili.” Ma questo non significa a nostro sommesso avviso, apportare dei tagli che inevitabilmente si ripercuoteranno sul tenore di vita e salute dei cittadini. Del resto, lo dice ancora de Tura – “Fino a quando i Lea rimarranno alla base del nostro sistema sanitario, nessuno potrà essere escluso dalle cure perché troppo anziano o bisognoso di prestazioni troppo costose, perché dedito a comportamenti nocivi alla salute, troppo povero o, paradossalmente, troppo ricco: un reddito elevato può, al limite, giustificare la corresponsione di un ticket, ma non l’esclusione dal diritto all’assistenza”. Nel processo di riforme Costituzionali, del 2001 – esattamente nella riforma del titolo V – fu introdotta la possibilità per le regioni di utilizzare risorse proprie per garantire servizi e prestazione aggiuntive ma comunque mai inferiori a quelle nazionali. Ora, è evidente che qualsiasi intervento di taglio alla Sanità pubblica nazionale costringerà conseguentemente anche le Regioni ad operare tagli o – inevitabilmente – all’aumento dei costi di quelle prestazioni a livello regionale.

Conseguentemente subiranno tagli ulteriori anche i cosiddetti LIVEAS – “Livelli essenziali di assistenza socio-sanitaria” – che all’articolo 22 della legge 328/00 sanciva la garanzia per tutti i cittadini di tutte le regioni italiane la fruizione di tutti quelle prestazioni e servizi idonei a garantire qualità di vita e cittadinanza sociale, nonché pari opportunità e tutela ai soggetti più deboli. Ma è l’articolo 32 della Costituzione – “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. In questo contesto di norme a garanzia dei diritti, spunta fuori la tabella del Ministero della Salute che mostra l’andamento della spesa sanitaria dal 2000 al 2012 sottolineando che pur con i tagli posti in essere, i costi di ASL e Ospedali sono aumentati passando da 66,9 a 108,9 miliardi di euro l’anno. Un aumento pari al 63%. Sono aumentate, dicono, le spese per i ricoveri ospedalieri e per i farmaci innovativi, i beni e i servizi hanno registrato un aumento pari al 130% in 12 anni. Come mai?

L’ AGENAS, agenzia per i servizi sanitari regionali, pochi giorni fa ha presentato il proprio rapporto annuale da cui – dai bilanci in rosso regionali – si evince che spesso esistono costi superiori anche del 50% tra un ospedale e l’altro per servizi come mense, pulizie e riscaldamento. C’è qualcosa che non quadra, e volendo potremmo dire che quel qualcosa che non quadra sia ravvisabile, per esempio, nella gestione o negli affidamenti dei servizi in appalto. Tasto dolente anche quello per il personale, spesso in sovrannumero, di amministrativi negli ospedali in deficit. Poi ci sono i piccoli, ma ben introdotti, impiegati amministrativi di ASL che diventano presidenti di Commissioni di sanità nei consigli regionali, o dirigenti di ASL solo per esser stati candidati.

Un business a tutto campo per cui potremmo sentirci in diritto di dire che magari il motivo per cui i posti più ambiti sono quelli nella sanità è proprio la facilità di guadagno e interessi di potere personali a discapito dei diritti dei cittadini.

Antonella Soddu

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento