giovedì, 8 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Marino e la ‘rottamazione’ incompiuta
Pubblicato il 23-10-2015


“Renzi non mi convince; ma non ha alternative”. Nel primo caso, il giudizio è tendenzialmente maggioritario. Nel secondo è sostanzialmente unanime; a prescindere dal punto di vista di chi lo formula.

Si può così ritenere che Il Nostro non abbia alternative perché l’unica che c’è è Grillo. O perché la classe politica che l’ha preceduto si è rivelata un branco di incapaci. O perché non c’è alternativa alla sua linea di politica economica. O perché non esiste in Parlamento un ‘altra maggioranza suscettibile di evitare il ricorso alle elezioni. O perché è bravo e sta avviando un percorso che ha il diritto/dovere di percorrere sino in fondo. O perché…

C’è un’altra ipotesi di lavoro, assai più inquietante ed è che la ragione della “insostituibilità”del Premier non sta nell’incompiutezza del suo disegno bensì nella sua sostanziale disorganicità: con la conseguenza di lasciare dietro di sé una società, insieme politica, economica e istituzionale, totalmente destrutturata. Un giudizio da sottoporre, naturalmente, a tutte le possibili verifiche critiche.

Quello che interessa non è tornare sulla natura del fenomeno quanto piuttosto di esaminarne le cause. E, da questo punto di vista, il caso di Roma è illuminante. Perché è proprio a Roma che Renzi sta scontando tre punti deboli del suo progetto: l’assenza di punti d’appoggio a livello locale; l’ostilità, più o meno esplicita, del partito, e, infine, un rapporto del tutto irrisolto, e potenzialmente perverso, con la magistratura.

Ma andiamo per ordine. A Roma esisteva, e da tempo, una situazione di crisi strutturale (diciamo il Comune e l’Atac oggettivamente in default), suscettibile in ogni momento di portare al commissariamento. A Roma c’era un sindaco “elettrone impazzito” e, contemporaneamente, avversato/avversario del premier, per ragioni politiche e personali e del Pd, per “incompatibilità ambientale”. E c’era un Pd in piena liquefazione ma, nel contempo, in una posizione, rispetto al sindaco e al premier, identica a quella che si è descritta in precedenza. E, sempre a Roma, c’era una magistratura che aveva da tempo l’amministrazione nel mirino e che, con l’inchiesta Mafia capitale, aveva posto il suggello ufficiale alla individuazione del carattere criminogeno di tutta la politica capitolina.

Il dibattito sul bilancio (la cui situazione disastrosa era ben nota all’amministrazione centrale) e, soprattutto, la conclusione dell’inchiesta su Buzzi-Carminati & C. aprivano, entrambi la strada ad un intervento risolutore del centro. Commissariamento e nuove elezioni. L’occasione per fare i conti con i suoi avversari e per avviare, anche nella capitale, il suo indirizzo riformatore

Una via però che Renzi non ha avuto il coraggio di percorrere. E non solo perché , dati i suoi rapporti cattivi e/o tuttora poco saldi con l’ambiente romano, non era (e non è) ancora in grado di controllarne il percorso e soprattutto l’esito (leggi la scelta del nuovo sindaco); ma anche perché la sua ottica non andava in alcun modo oltre l’immediato (leggi la possibilità, per interposta persona, di intervenire nelle faccende romane ).

Ancora, una scelta del genere (soprattutto dopo la conclusione dell’inchiesta su Mafia capitale) avrebbe definitivamente consacrato il ruolo preminente della magistratura come unica garante delle pubbliche e private virtù dei politici e degli amministratori italiani; in concorrenza vincente con l’azione del Rottamatore.

Un ruolo- questo è il punto- che il sullodato Rottamatore non era in grado né di contestare apertamente, in nome dell’autonomia del politico, né di rivestire sino in fondo, in nome dei suoi propositi di globale rinnovamento. Così Renzi, come gli è accaduto e gli accade spesso, ha preferito seguire la via mediana e più facile: sostanziale rinuncia a confrontarsi con la corporazione sul suo funzionamento interno e sulle modalità di esercizio dei suoi poteri ( questo, dopo il solito inizio provocatorio, all’insegna delle “troppe vacanze”…); di più, ricorso crescente alla sua azione di supplenza. Ma, per altro verso, utilizzazione della medesima a seconda dei bersagli che colpiva: garantista con gli amici, giustizialista con gli altri.

Rottamatore, sindaco, partito, magistratura: a Roma l’intreccio di tanti conflitti che finiranno in un situazione di stallo. Scartata la via maestra, lineare anche se rischiosa, dello scioglimento per ragioni strutturali, si è puntato prima sull’accoppiata sindaco/badanti per traghettare il tutto oltre il Giubileo: per arrivare poi alla richiesta/ingiunzione, oggettivamente provocatoria, di dimissioni causa scontrini e per concludere, momentaneamente, il tutto con la richiesta, ancora più provocatoria, insieme al sindaco e al Pd, di acconsentire ad un duplice, contemporaneo suicidio opportunamente assistito.

Come si concluderà il tutto, difficile prevedere. Ma sarà, comunque, una conclusione che vedrà ulteriormente accentuati il degrado e la crisi della democrazia civica nella capitale.

Roma non sarà certamente la tomba del renzismo. Ma è, sin d’ora, una verifica probante del suo “modus operandi”. Forte con i deboli e debole con i forti. Concentrato sul successo immediato, a spese delle prospettive future. E, soprattutto, dedito alla distruzione di quello che c’è; senza curarsi di porre qualcosa al suo posto.

Alberto Benzoni

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo

Lascia un commento