sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

PD, separati in casa
Pubblicato il 26-10-2015


Lavoro, scuola, fisco, pubblica amministrazione, giustizia, Rai. E poi: legge elettorale, superamento del bicameralismo paritario. In venti mesi di governo le “riforme strutturali” di Matteo Renzi in gran parte sono andate in porto, dopo scontri incandescenti in Parlamento e in piazza con le opposizioni e i sindacati. Sono stati durissimi anche i bracci di ferro con le minoranze di sinistra del Pd.

Le riforme «sono oggettivamente storiche per l’Italia», ha commentato Renzi parlando a metà ottobre alla Camera e indicando l’obiettivo di andare avanti fino alle elezioni politiche del 2018. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd è uscito vittorioso dalla sfida, tuttavia ha accusato dei colpi nel suo stesso partito: Stefano Fassina, Pippo Civati e Sergio Cofferati, in tempi diversi, hanno detto addio contestando «una deriva di destra».

Adesso si apre una stagione di altri scontri e di nuovi difficili traguardi. Il Senato, dopo dieci giorni di attesa e di lettura di bozze provvisorie, riceve in esame la manovra economica 2016. Riesplodono le accuse. Nell’occhio del ciclone c’è il disegno di legge di Stabilità economica  e lo stesso Renzi. Sono volate e volano pesantissime contestazioni. Per le opposizioni si tratta di “spot” e di “favole” in vista delle elezioni amministrative della prossima primavera. Il fondatore del M5s Beppe Grillo ha imputato a Renzi «una dittatura morbida di un uomo solo al comando». Il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi ha paventato il rischio di “regime” mentre «il Paese è in una emergenza democratica grave».  Il presidente di Sel Nichi Vendola ha imputato al governo “una deriva autoritaria” e insidia il Pd cercando di costruire una ‘Cosa rossa’, cioè “una sinistra del futuro” aggregando i dissidenti anti Renzi.

Il “combinato disposto” tra riforma elettorale maggioritaria e revisione costituzionale, è l’accusa,  concentrerà troppi poteri nelle mani del presidente del Consiglio, senza adeguati contrappesi democratici. Anche la sinistra del Pd non è tenera. Alfredo D’Attorre, deputato bersaniano, ha accusato Renzi di “abbraccio della destra” e della “mutazione genetica” del partito. D’Attorre ha annunciato il suo “no” al disegno di legge di Stabilità e la sua possibile uscita dal Pd senza sostanziali modifiche. Franco Monaco, deputato prodiano del Pd, ha invitato a prendere atto «di differenze non componibili», così  «ci si separi da buoni amici tra un centro renziano e una sinistra di governo». Ha aggiunto: in futuro si potrà dare vita «a un centro-sinistra ‘con il trattino’, al modo del centrosinistra storico imperniato sull’asse Dc-Psi».

Il “nuovo Pd” di Renzi e il “vecchio Pd” di Pier Luigi Bersani sono in rotta di collisione.  I renziani e le minoranze vivono “in due stanze separate” del partito. L’ex segretario democratico ha attaccato Renzi per aver cancellato le tasse sulla prima casa anche ai proprietari di “ castelli e ville” e di aver alzato l’uso del contante da mille a tremila euro e questo è «un segnale molto preoccupante» agli evasori fiscali. Ha chiosato: «È un dato di fatto»: il presidente del Consiglio copia le parole d’ordine di Berlusconi. Ha svolto un’autocritica: «Quando cadde il muro di Berlino noi abbiamo inseguito la scorciatoia dell’uomo solo al comando, del mago». Critiche pesanti. Finora Bersani, comunque, ha sempre confermato il no ad ogni ipotesi di scissione  della “ditta”, come ha definito il Pd nella versione cara a gran parte degli eredi del Pci-Pds-Ds.

L’attacco è al tipo di leadership, all’identità politica e alle scelte del Pd. Il giovane “rottamatore” di Firenze è corso ai ripari. Ha modificato la bozza del ddl di Stabilità ripristinando, sia pure con uno “sconto”, la tassazione di abitazioni di lusso, di “castelli e ville” catalogati come prima casa. Ha ribadito, però, l’innalzamento dell’uso del contante a tremila euro, perché così si aiuta la ripresa economica.

Nessuno sbandamento a “destra”: ridurre le tasse non è né di sinistra né di destra ma “è giusto”. Anzi, la manovra economica è di sinistra perché l’anima «è l’investimento sociale: soldi in più contro la povertà, soldi in più per il sociale». Nessuna “dittatura”. Ha respinto l’accusa di puntare ad essere “un uomo solo al comando” perché «nessun potere del presidente del Consiglio viene modificato» con la riforma costituzionale. Ha ironizzato: «Al ritornello del golpe contro la democrazia verrebbe da rispondere con una sonora risata».  Dal Perù ha ribadito di voler combattere l’evasione fiscale e di voler andare avanti: «Stiamo facendo le riforme perché la certezza delle regole del gioco è condizione di sviluppo».

La detective Pearson dice in Tre volte all’alba, un libro di Alessandro Baricco: «È l’uomo della mia vita e io sono la donna della sua vita, tutto lì, solo che non siamo riusciti a vivere insieme». Renzi invece finora, tra dissensi e qualche addio, è riuscito a convivere con Bersani e le sinistre del Pd.

Rodolfo Ruocco
dal blog di Rai News 24

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Commenti all'articolo
  1. Le separazioni in “casa” non sono mai una buona cosa nella vita dei partiti, la cui immagine, in una con la “forza”, dipendono in larga misura dalla capacità di saper mantenere la coesione interna, così da apparire anche come una sola voce.

    Una volta, all’epoca dei partiti identitari, le “divisioni” si esprimevano attraverso le correnti, le quali si formavano via via da una differente impostazione ideale e politica, o dal differente modo di intendere le alleanze, e le diverse tesi si confrontavano ai “Congressi”, dove semmai nascevano o si consolidavano maggioranze e minoranze che continuavano nondimeno a convivere e a raffrontarsi, ritrovando non di rado punti e momenti di unità.

    Tutto ciò poteva continuare molto a lungo. almeno fino a quando le rispettive posizioni non divenivano talmente inconciliabili da indurre a spaccarsi e dividersi, e la “fuoriuscita” non riguardava per solito singoli esponenti ma piuttosto gruppi di militanti, i quali non si riconoscevano più nella “linea” del partito su questioni di grande rilievo, e se ne andavano propugnando al riguardo “linee” alternative.

    La loro uscita era di norma accompagnata da una emorragia di voti per il partito “madre”, dal momento che avevano solitamente un seguito di elettorato, anche come effetto del meccanismo delle “preferenze”, ma anche perché chi era allora a capo di un partito, per quanto importante che fosse, non aveva un rapporto tanto diretto con la propria base elettorale, come succede invece ai giorni nostri.

    Nella storia del movimento socialista non sono mancati gli esempi di tali spaccature, che l’opinione pubblica ha solitamente guardato con occhio molto critico, ma il dividersi sui principi e sui valori cosiddetti “non negoziabili” diventa talora un atto di innegabile chiarezza, che non lascia spazio all’ambiguità, talché i giudizi in merito potrebbero essere meno severi (anche col senno del poi).

    In ogni caso il nuovo sistema dei partiti leaderistici ci abituerà probabilmente a nuove logiche, circa il modo con cui ci si “separa”, e forse le separazioni possono anche non indebolire il leader, anzi addirittura rafforzarlo davanti agli elettori, che oggi guardano essenzialmente al suo modo di proporsi e alla sua azione politica, ma tutto ciò lo vedremo meglio col passar del tempo.

    Paolo B. 29.10.2015

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