domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Capolarato. La storia
dei braccianti dimenticati
Pubblicato il 01-10-2015


bracciantiArun ha 36 anni, i pantaloni sporchi e le scarpe di quando ne aveva 20. È arrivato clandestinamente in Italia lo scorso anno per metter da parte soldi da inviare alla sua famiglia, nel Punjab indiano. Oggi lavora in uno dei tanti campi dove immigrati, clandestini o regolari, ma anche tanti italiani, raccolgono ortaggi a 3 euro l’ora. Arun non vuole che riveli il nome del campo, pensa che per lui sarebbe troppo pericoloso. A noi, in fondo, non cambia nulla. Le condizioni di vita, se sei un lavoratore come Arun, sono le stesse da Lecco a Fondi, da Foggia a Ragusa.

Arun si alza ogni mattina alle 5 e, accompagnato dal caporale, va al campo in cui lavora. Vive con dieci connazionali in 20 mq quadrati, in condizioni igieniche sotto la soglia di decenza. Generalmente lavora 13 ore al giorno, dall’alba al tramonto, piegato, a testa bassa, altrimenti “i padroni si arrabbiano”. Lui, e molti altri suoi amici, ingoiano sostanze stupefacenti prima di raccogliere pomodori, melanzane, peperoni. “Ci aiuta a sopportare la fatica e il dolore”. Nei campi non devi perdere tempo, devi lavorare in silenzio e non opporti mai, né al padrone, né al caporale. “Molti di noi sono stati brutalmente picchiati con spranghe, bastoni chiodati, pietre e sassi”. “Dobbiamo mantenerci in forze se non vogliamo svenire di giorno. Non è però facile. Non sempre mangiamo a sufficienza. I pagamenti molto spesso tardano ad arrivare, non percepiamo lo stipendio per mesi e anche fare la spesa diventa un problema”. I decessi all’interno dei campi sono ricorrenti. Pochi mesi fa, a luglio, sono morti due braccianti agricoli: Paola, 49enne, il cui cuore si è fermato ad Andria sotto un tendone per l’acinellatura dell’uva, e Mohamed, sudanese di 47 anni, deceduto per il caldo tra le distese di pomodori a Nardò, in provincia di Lecce. È in campi come questi, dalle Langhe piemontesi alle campagne siciliane, che ogni diritto scompare. Agri-info, il portale che informa sulle condizioni retributive e lavorative nell’agricoltura europea, ricorda che in Italia l’orario di lavoro settimanale in questo settore è di 39 ore – non 90, come nei fatti – e che il salario medio ammonta non a 3 ma a 7,34 euro l’ora.

Tutti nei campi credono che denunciare sfruttamento, soprusi e violenze sia inutile. “Se sei un clandestino le autorità si preoccupano solo di espellerti dall’Italia, se sei in regola non fanno comunque nulla. Fuggire e denunciare ti espone al rischio di esser trovato dai caporali. Se così avviene, non hai più scampo”. “Tutti sanno cosa succede qui ma a nessuno importa. In fondo non importa neanche a me. Voglio solo spedire soldi alla mia famiglia”.

Come interrompere questa catena criminale? Lo scorso 4 settembre il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, e il ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Maurizio Martina, hanno presentato interventi normativi per sconfiggere il caporalato. Le linee di intervento da loro proposte “prevedono la confisca obbligatoria del prodotto o del profitto del reato, oltre che delle cose utilizzate per la sua realizzazione, in modo che la decisione sulla destinazione di questi beni non sia più affidata alla valutazione discrezionale del giudice. Saranno soggetti a confisca, ad esempio, i mezzi utilizzati per accompagnare i lavoratori sul luogo di lavoro e gli immobili destinati ad accoglierli per la notte. Viene, inoltre, aggiunto il reato di caporalato tra quelli per i quali si determina la responsabilità amministrativa da reato da parte degli enti. Quando infatti lo sfruttamento del lavoro produce vantaggio per un’azienda, accanto alla responsabilità individuale dei singoli soggetti autori del reato, è fondamentale prevedere specifiche sanzioni anche a carico della società medesima”.
Il caporalato e lo sfruttamento di braccianti sono figli di una fitta rete di interessi che parte dai campi, passa per gruppi di potere e arriva ad organizzazioni di tipo mafioso. Ma non solo: nascono da un’economia di concorrenza, da una politica di ribasso, dove vende chi offre di più a prezzi stracciati. Per eliminare il problema bisogna estirpare le radici.

La voce di molti lavoratori, seppur bassa, inizia a farsi sentire. Nel 2012 è nata Radio Ghetto a Rignano Garganico, in provincia di Foggia. Nata su impulso della Rete Campagne in Lotta, cerca di “di diventare uno strumento di comunicazione e dibattito privilegiato tanto all’interno del Ghetto, tra i suoi abitanti, quanto all’esterno, verso la società italiana”. Qui i braccianti “parlano delle proprie condizioni di vita, del proprio isolamento, dello sfruttamento lavorativo che quotidianamente subiscono lavorando nei campi di pomodoro pugliesi, ma è anche uno spazio multiforme nel quale socializzare e dal quale trasmettere buona musica e farsi due risate dopo una lunga giornata di lavoro”.
Arun scende in strada, prende la sua bicicletta e va nel centro cittadino per fare la spesa. “Devo mangiare, domani dovrò essere in forze”.

Francesca Fermanelli

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