mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Programma Psi: “Conformare l’azione per affrontare le sfide”
Pubblicato il 13-10-2015


Prima di rispondere alle domande finali formulate dal Segretario Nencini, nel suo Editoriale, in vista della Conferenza programmatica del Partito che si terrà a fine ottobre, vale la pena svolgere alcune considerazioni sul dopo Rimini, dallo stesso Segretario evocato; ciò perché è proprio muovendo da quanto è accaduto nel periodo successivo al 1982 che, forse, danno un senso alle domande che il Partito Socialista deve porsi oggi alla vigilia di una Conferenza programmatica.

Il Segretario ricorda che, all’indomani del 1982, l’Italia non era il Paese che abbiamo di fronte oggi: “Allora la società industriale declinava verso il terziario avanzato, si imponeva il bisogno di un maggior decisionismo istituzionale […] e la ripresa economica muoveva i primi passi, sostenuta da una cospicua spesa pubblica…”. Che cos’è rimasto di quella storia? A parere di Nencini, sarebbe rimasto ben poco. Certo quella storia ha “cambiato pelle”, ma i suoi esiti sono rimasti, e il glorioso Partito Socialista Italiano – occorre riconoscerlo – ha fatto ben poco per contrastarli; esiti, che sono poi quelli che affliggono l’Italia di oggi, sia sul piano delle riforme istituzionali, sia su quello del governo dell’economia.

All’indomani del 1982, la tendenza dell’Italia ad aprirsi alle esigenze del terziario avanzato era associata a quella, che stava prendendo corpo a livello dell’intero mondo capitalistico, di accogliere acriticamente le idee neoliberiste di Reagan e della Thatcher; nel mondo occidentale tali idee hanno aperto le porte ad una linea di pensiero, quella della “Mont Pélerin Society”, che sino ad allora era stata con successo contenuta, attraverso l’accoglimento del compromesso tra capitale e lavoro fondato sul pensiero keynesiano e la sua attuazione mediante l’elaborazione di politiche pubbliche alle quali il Partito Socialista Italiano ha contribuito in maniera determinante in sede di definizione dei loro contenuti, cercando di conformare la struttura della base produttiva nazionale all’attuazione di quel compromesso. L’impegno del Partito Socialista ha consentito così all’Italia di fruire dei vantaggi e dei progressi che hanno caratterizzato i “gloriosi trent’anni” del secondo dopoguerra.

In Italia, le idee del neoliberismo hanno segnato la fine delle Prima Repubblica e il socialismo riformista ha smarrito il suo impegno modernizzatore, adattandosi acriticamente a condividere il pensiero di quanti, con l’avvento della Seconda Repubblica, hanno inteso liberare gli “animal spirit” del libero mercato, deregolando l’economia, comprimendo la spesa pubblica e liquidando l’economia mista che, nei decenni precedenti, aveva svolto un ruolo stabilizzatore nel processo di crescita e sviluppo del Paese.

Successivamente, poco è stato fatto per impedire la distruzione dell’economia mista e scoraggiare la corsa sfrenata alle privatizzazioni, con cui i rappresentanti del “capitalismo familiare italiano” si sono impossessati a condizioni di vantaggio dei beni dello Stato; ciò è accaduto, in parte per cause proprie del Partito Socialista e in parte per la responsabilità di altri partiti che, pur dicendosi di area socialista, per ragioni di potere, hanno trovato conveniente togliere dalla scena politica il partito storico che, sin dalla sua origine, risultava impegnato sul fronte di una modernizzazione dell’Italia che non ha escluso una crescente equità distributiva. E’ da supporre sia nell’esperienza di tutti, per essere qui ricordato, quanto è successo con la Seconda Repubblica; ciò che ha caratterizzato il Partito Socialista Italiano in quest’ultima fase è la totale assenza politica dei socialisti, la cui diaspora li ha spesso trasformati in “mosche cocchiere” di altre formazioni politiche, a volte molto distanti dalla tradizione democratica e riformista del socialismo italiano.

Allo stato attuale, i problemi nati da ciò che è accaduto nell’ultimo ventennio del secolo scorso, attendono sicuramente una risposta da coloro che oggi si professano eredi del socialismo riformista di allora. Per i socialisti di oggi, perciò, deve continuare ad avere significato la differenza destra/sinistra rispetto a tutti i problemi che, nati a partire dal 1982, attendono d’essere affrontati, non certo attraverso una presunta “strategia dello strabismo”, cioè prendendoli in considerazione alla rinfusa e in alleanza con chicchessia.

Sulla base di quanto sin qui detto, si può plausibilmente pensare di poter dare una risposta alle domande poste dal Segretario Nencini nel suo editoriale, tracciando le sponde del sentiero entro il quale il Partito dovrà coerentemente conservarsi nella sua azione futura; se il Partito, oggi, avesse contezza di non essere in grado di tracciare il proprio cammino, non gli resterebbe che riconoscere d’essere giunto al capolinea della sua storia e sparire, con dignità, dalla scena politica, senza opportunistiche confluenze in altre formazioni partitiche.

Con la Conferenza programmatica, il Partito Socialista dovrebbe riuscire a dotarsi di un corpus di idee, attualizzando buona parte del proprio patrimonio ideologico originario; da quest’ultimo dovrebbe derivare l’indicazione sul come conformare la propria azione alle sfide che proverranno dalla necessità di risolvere i problemi più urgenti del Paese, tenendo conto delle condizioni interne ed esterne in presenza delle quali dovrà operare. Ciò comporterà che il Partito Socialista, da un lato, debba pensare a come stabilizzare la situazione interna, riordinando e potenziando ciò che resta dell’economia mista e riorganizzando lo Stato sociale, in modo da orientarlo ad attenuare le disuguaglianze distributive attraverso la rimozione della povertà, nella sua duplice configurazione di povertà assoluta e relativa; dall’altro lato, debba impegnarsi, più di quanto ha fatto sinora, a lottare per risolvere il problema del Mezzogiorno, attraverso una riforma dello Stato in senso federalista, al fine di supportare la prospettiva dello sviluppo locale, responsabilizzando le popolazioni delle regioni meridionali nel disegnare la loro via alla crescita ed allo sviluppo, in presenza di uno Stato con compiti di coordinamento delle politiche locali per una loro riconduzione ad un’unità di indirizzo nazionale.

Ovviamente, la riforma dello Stato in senso federalista non avrebbe significato se non fosse associata ad un maggiore impegno del Partito perché si proceda alla realizzazione, anche a livello europeo, dell’unificazione politica, sempre in una cornice istituzionale di tipo federalista. Ciò varrebbe a qualificare positivamente il Partito, perché dimostrerebbe il suo impegno, non solo ad assicurare migliori condizioni per la realizzazione di una solidarietà internazionale più coesa, ma, grazie a questa, anche per fare fronte in termini più efficaci alle sfide della globalizzazione.

Dotarsi di un programma che contempli l’impegno del Partito per il raggiungimento degli obiettivi indicati, comporta anche la necessità di una riflessione sull’individuazione dei “compagni di strada” coi quali realizzarli più agevolmente. Dovrà trattarsi di “compagni” che siano orientati a favorire l’unificazione europea su basi federaliste e ad affrontare le riforme istituzionali interne con essa compatibili; ancora, occorrerà che essi siano disposti a perseguire una maggior giustizia distributiva e ad assicurare al Paese istituzioni politiche realmente rappresentative, non “taroccate” da leggi elettorali maggioritarie che hanno solo l’effetto di conculcare la cura degli “interessi” dei cittadini più diseredati, ovvero di quelli che dovrebbero stare più a cuore al Partito Socialista. A tal fine, si dovrà seriamente riflettere sul fatto che i “compagni di strada” attuali non sembrano essere quelli più convenienti.

Gianfranco Sabattini

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