lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Putin, il medioriente
e la politica del judo
Pubblicato il 07-10-2015


In questo periodo, Putin, almeno per i Paesi dell’area mediorientale, è l’oggetto del desiderio. Al punto che persino gli alleati più fedeli degli Stati Uniti – leggi Israele, Giordania, monarchie del Golfo – mandano in pellegrinaggio a Mosca i loro massimi rappresentanti (Netanyahu tra tutti); mentre gli stessi cristiani d’oriente riconoscono nella Russia la loro protettrice.

A ben vedere, questa “rentrèè” rappresenta un’assoluta novità. Da più di trent’anni, infatti, gli Stati Uniti erano riusciti a tenerla fuori dal gioco. Distrutti, o sotto una permanente spada di Damocle, i suoi alleati tradizionale- i Paesi arabi “radicali”; emarginata dal concerto internazionale intorno alla questione israeliano-palestinese, ridotta ad un dialogo a due, con gli Stati Uniti nel ruolo di unico mediatore; totalmente snobbata nelle sue ripetute richieste di partnership nella lotta al terrorismo islamico.

Oggi, invece, la presenza russa, militari e bombardamenti compresi, è considerata assolutamente necessaria. Al punto che l’intervento massiccio a favore di Assad viene silenziosamente avallato da Washington (gli unici a protestare sono gli ultras dell’interventismo democratico, leggi Francia e Inghilterra).

Perché tutto questo? Per una ragione molto semplice. Perché la Russia ha impiegato, in modo coerente, le sue scarse risorse al servizio di obbiettivi ad un tempo razionali e ragionevoli. Mentre l’America ha sperperato, in modo insensato, le sue immense risorse in una serie di “missioni” o impossibili da raggiungere o incompatibili tra di loro.

Tutto parte, agli inizi del secolo, da un fondamentale errore di prospettiva. Da una “dottrina” che, semplicemente, sbaglia , insieme, avversari e alleati. Avversari, l’estremismo politico sciita, rappresentato dall’asse Teheran – Damasco con l’aggiunta, laica, dell’Iraq di Saddam Hussein e sostenuto, dietro le quinte, dalla Russia di Putin. Alleati, anzi pilastro della linea di difesa degli Usa nell’area, Israele e Arabia Saudita.

Manca, però, in questo quadro, l’elemento principale: l’estremismo sunnita, nella versione politica rappresentata da al Qaeda e in quella “tout court” fanatica rappresentata dall’Isis. Un nemico che, per inciso, né Ryad né Gerusalemme hanno alcun interesse a combattere: Ryad perché ha a che fare con un figlio sia pure un po’ degenere; Gerusalemme perché il caos sanguinoso in campo nemico accresce, in tutti i sensi, la sua tranquillità.

Un nemico che, per lungo tempo, Washington non vede; forse perché non vuole vederlo. Così , l’avvento e la successiva fulminea crescita dell’Isis la coglie completamente di sorpresa. Aveva un nemico, poi due, e in guerra aperta tra loro. Ma qual’era il “nemico principale”?

Una domanda alla quale l’Amministrazione non è stata in grado di rispondere. Almeno sino all’altro giorno. Al punto di trovarsi in mezzo al guado. Molto meno nemica dei vecchi nemici; al punto di avere concluso l’accordo con l’Iran sul nucleare; e al prezzo di aver perso qualsiasi capacità di controllo sui suoi vecchi amici, Arabia saudita e Israele. Non abbastanza nemica dei nuovi nemici; al punto che, almeno sinora, a mettere gli scarponi sul terreno, in Iraq e in Siria, ci sono solo i curdi e le milizie sciite.

“Almeno sino all’altro giorno”. Perché a cavare l’America e l’Occidente dall’imbarazzo è accorso papà Vladimir. “Avete proclamato” (a parole n.d.r. ) la crociata mondiale contro il califfato ? La faccio mia; al punto di impegnarmi in questa crociata fino in fondo”. E poi “volete che Assad se ne vada senza che ciò, però, dia il potere in mano ai suoi oppositori islamisti? Ci penso ancora io. Assad mi deve tutto; e io i miei clienti so come controllarli, a differenza di voi”. E, da ultimo, “volete che il bagno di sangue in medioriente si chiuda con degli sconfitti, ma senza favorire troppo i vincitori ? Siete consapevoli che si tratta di un compito difficile e, con l’incrudelirsi dello scontro, praticamente impossibile? Ci penso sempre io. Una bella conferenza di pace è l’unico modo per uscire da questo caos: il nemico pubblico numero uno, l’Isis, completamente distrutto; e tutti gli altri attori politici moderatamente insoddisfatti. E non mi dite, per favore, che voglio interferire; perché, a rimediare ai vostri errori, mi ci avete chiamato voi”.

Una mossa politica da judoista. Uno sport che Putin conosce assai bene.

Alberto Benzoni

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