sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Raffaele Mattioli,
banchiere e mecenate
Pubblicato il 02-10-2015


È uscito di recente un volume di Francesca Gaido e Francesca Pino, entrambe esperte archiviste; il volume, “Raffaele Mattioli. Documenti e fotografie della maturità”, completa “l’apertura al mondo delle ricerca delle Carte di banca di Raffaele Mattioli che, al pari di altri archivi di personalità del Novecento, vanno ben oltre l’ambito strettamente biografico e professionale”, permettendo di “cogliere il tono della vita politica, economico-sociale e civile di un epoca”, ma anche il contributo alla caratterizzazione delle singole personalità.

Raffaele Mattioli è stato un famoso banchiere che ha vissuto ed operato in Italia a partire dagli inizi del secolo scorso; era nato a Vasto in Abruzzo nel 1895, «abruzzese della marina», mentre Benedetto Croce, nato a Pescasseroli ed al quale è stato devoto per tutta la vita, era un «abruzzese di montagna». Mattioli, trapiantato a Milano, si è convertito all’interventismo, partecipando alla Grande Guerra; successivamente, affascinato dall’altro «abruzzese della marina», Gabriele D’Annunzio, ha preso parte all’avventura fiumana.

Nel 1921, Mattioli si è laureato a Genova in economia, diventando assistente di Attilio Cabiati alla Bocconi, dove ha tenuto corsi di economia, anche grazie all’ausilio del rettore Angelo Sraffa, giurista di fama, la cui adesione al fascismo consentirà al figlio Piero, il famoso economista, una “libertà di movimento” nel Paese negata a chiunque altri non si fosse piegato alle “regole” del regime; di Mattioli è attestata la partecipazione, nel 1925, alla stesura di alcune parti del celebre saggio di Sraffa, “Sulle relazioni fra costo e quantità prodotta”, nel quale sono stati dimostrati i limiti della teoria economica tradizionale e, nello stesso anno, è divenuto socio della Royal Economic Society, mentre nel 1937 si è iscritto all’American Economic Association.

Nel 1925 è stato scelto da Giuseppe Toeplitz, amministratore delegato della “mitica” Banca Commerciale Italiana (Comit), come capo delle sua segreteria, divenendone il suo successore nel 1931. Alla direzione della grande banca fino agli inizi degli anni Settanta, quindi sin quasi alla sua morte avvenuta nel 1973, è stato uno degli artefici degli eventi più importanti dell’economia italiana. Durante il fascismo, nel periodo tra le due guerre, nel suo ufficio studi hanno trovato rifugio, protezione e sostegno molti antifascisti, come Ugo La Malfa, Leo Valiani, Giovanni Malagodi, Enrico Cuccia ed altri ancora. Piero Sraffa, al quale Mattioli farà pervenire cospicui contributi per coprire le spese di ricovero di Antonio Gramsci, favorirà l’inizio del rapporto che lo stesso Mattioli intesserà col Partito Comunista d’Italia e con Palmiro Togliatti; dopo la morte dell’intellettuale sardo, Sraffa farà pervenire a Mattioli, perché li salvasse, i quaderni che Gramsci aveva scritto in carcere. Nel 1942 ha partecipato alla stesura del manifesto del Partito d’Azione; ciò, però, non gli ha impedito di dichiararsi favorevole alla conservazione della monarchia in Italia.

Per il suo impegno di “protettore” degli antifascisti si è giunti ad affermare che, durante il fascismo, la direzione della Banca Commerciale Italiana sia stata nel mondo della banca quello che la “Critica” di Croce ha rappresentato nel mondo della cultura; in realtà, Mattioli è stato anche un munifico mecenate della cultura liberale italiana, in quanto è stato fondatore della casa editrice Ricciardi, che pubblicherà la collana dei Classici Italiani, e finanziatore di alcune riviste letterarie (“La Fiera Letteraria; “La Cultura”) e di importanti istituzioni culturali, come l’Istituto Italiano di Studi Storici, del quale è stato anche Presidente. Per il suo interesse verso la cultura, Mattioli è stato definito il banchiere umanista, considerato anche che sul suo “libro paga” sono “transitati” molti letterati, poeti e storici.

I suoi esegeti, a fronte del poliedrico libero impegno, anche in un periodo “buio”, qual è stato quello del regime fascista, affermano che Mattioli si è sempre mantenuto libero dalle influenze politiche ed è stato, oltre che un protagonista della finanza e della cultura, un grande servitore dello Stato; ciò non ha escluso tuttavia, sia pure fuori da ogni forma di protagonismo “sopra le righe”, che egli abbia partecipato alla vita politica del Paese, influenzandola attraverso il suo multiforme impegno, a volte caratterizzato da scelte che nell’immaginario collettivo hanno sollevato qualche interrogativo, quale quella, ad esempio, con cui ha deciso d’essere sepolto nel cimitero dei monaci dell’Abbazia di Chiaravalle, nel milanese (al cui restauro aveva contribuito), in ricordo, almeno così si ritiene, di Guglielma la Boema, venerata nel Medio Evo, malgrado la disapprovazione della Chiesa cattolica.

Nel 1926, la Comit, per via della sua natura di banca mista, versava in una preoccupante situazione di immobilizzo dei suoi crediti industriali, mentre la crisi delle borse rendeva impossibile il ricorso al mercato finanziario interno. In seguito alle perturbazioni internazionali dovute alla «grande crisi» del 1929-1932, la Comit è stata costretta a chiedere l’intervento dello Stato, per risanare la sua gravissima situazione; Mattioli è stato l’ideatore della proposta di affidare i pacchetti azionari industriali posseduti da tutte le banche miste ad un ente tecnico, l’IRI (Istituto per la ricostruzione Industriale), creato nel 1933, presieduto da Alberto Beneduce, con la direzione generale affidata a Donato Menichella.

Negli anni di guerra, Mattioli ha coordinato i vari raggruppamenti antifascisti; nel suo studio, presso la sede romana della Comit sono transitati, ricevendo aiuti e consigli, non solo gli esponenti del Partito d’Azione, ma anche cattolici di varia estrazione, liberali, monarchici, socialisti e comunisti. Dall’autunno 1944, malgrado la sua iscrizione al Partito Nazionale Fascista per poter divenire Presidente della Comit, Mattioli è stato chiamato a testimoniare sull’operato di personalità coinvolte nei processi di epurazione; fatto questo che gli ha consentito di ricuperare al Paese la competenza di tecnici altamente qualificati, qual era ad esempio Donato Menichella, diventato, a guerra finita, il Governatore della Banca d’Italia all’epoca della ricostruzione e del miracolo economico. Nel dopoguerra, Mattioli è entrato a fare parte di commissioni incaricate di valutare i programmi politico-economici proposti per la ricostruzione del Paese; il suo contributo specifico è stato quello di riuscire a convogliare la riflessione dei vari movimenti politici sui non pochi problemi di arretratezza storica dell’Italia, da affrontare con priorità e da risolvere con spirito unitario.

Nel quadro di quest’attività spicca l’impegno che Mattioli ha profuso per la creazione di Mediobanca, riprendendo un’idea, da tempo coltivata, di completare il ruolo della Comit con un organismo a sé stante, per l’erogazione del credito a medio termine. Il progetto è stato realizzato, col consenso della autorità monetarie, unendo alla Comit le altre due banche di interesse nazionale (Banco di Roma e Credito italiano). La guida del nuovo istituto è stato affidato ad Enrico Cuccia, il quale era stato stretto collaboratore di Mattioli negli anni precedenti. L’integrazione funzionale tra Comit e Mediobanca ha permesso alla prima di coprire i fabbisogni di credito finanziario delle imprese e alla seconda di provvedere alla raccolta dei mezzi tramite l’emissione di titoli.

L’attività di Mediobanca, quale unica banca privata di investimento, è stata largamente positiva per il Paese, al punto che essa è divenuta sino alla sua privatizzazione, nel 1988, arbitro degli equilibri tra le grandi famiglie del capitalismo italiano, sottraendo una parte notevole del sistema produttivo nazionale all’“intrusione” della politica. Durante i lavori della Costituente, nel 1946, Mattioli, nell’audizione a lui riservata, si è dichiarato a favore dell’intervento dello Stato nella regolazione dell’economia e del mantenimento dell’IRI come socio di riferimento per le banche di interesse nazionale. Egli era consapevole dei guasti che potevano derivare dal dilagare della politica nella gestione del sistema economico, ma era anche consapevole delle carenze degli investitori privati italiani, scarsamente propensi al rischio e sempre pronti a cercare i favori dello Stato per mantenersi sul mercato.

Negli anni del dopoguerra è da ricordare la frequentazione da parte di Mattioli del gruppo della sinistra cristiana cattolico-comunista, e di Franco Rodano in particolare; dopo la crisi, nel 1947, del Partito d’Azione, egli si è avvicinato al Partito Comunista Italiano, approfondendo il dialogo col suo segretario Palmiro Togliatti, del quale apprezzava la moderazione e la “sua” via italiana al socialismo, nonché il “suo” programma «gramsciano» di educazione delle masse, per rendere possibile la loro partecipazione responsabile al governo del Paese. Una delle riviste sostenute da Mattioli, “Lo Spettatore Italiano”, proponeva un superamento delle barriere ideologiche, al fine di consentire la costruzione di un solido fronte riformista, che non impedisse il dialogo culturale ed economico con l’Europa orientale, pur rimanendo fedele all’atlantismo. Per queste posizioni, Mattioli è stato oggetto di speciale vigilanza, per la sua presunta vicinanza al «fronte comunista», fino a un tentativo, fallito, di rimuoverlo dal vertice della banca, avvenuto nel 1954, al tempo del governo presieduto da Mario Scelba. Nel 1963, infine, Mattioli è stato nominato advisor nell’International Finance Corporation, per favorire gli investimenti privati nei Paesi in via di sviluppo e per fare nascere negli stessi mercati finanziari efficienti.

Impossibile sarebbe elencare tutte le vicende economiche, sociali e politiche nella quali Mattioli è stato coinvolto da protagonista; la sua multiforme attività non lo ha sottratto al sospetto d’aver fatto parte, in quanto cattolico tradizionalista, di un complotto che avrebbe avuto come associati, ai danni della Chiesa Cattolica, molte importanti personalità della cultura (tra gli altri, Massimo Cacciari, Sergio Quinzio) e di personaggi di spicco provenienti dal mondo dell’alta finanza laica, come Enrico Cuccia, oltre allo stesso Mattioli, tutti vicini alla casa editrice Adelphi. Prova del complotto e dell’ambiguità di Mattioli, che per tutta la vita è stato al fianco di movimenti politici laici, come il Partito d’Azione, il Partito Repubblicano Italiano e il Partito Comunista, sarebbe il fatto che egli ha voluto essere seppellito nell’antica tomba che aveva ospitato l’eretica medievale Guglielma la Boema, in seguito “svuotata” per ordine dell’Inquisizione. La notizia del complotto è fornita da Maurizio Blondet, giornalista del Giornale e dell’Avvenire, nel suo libro “Gli ‘Adelphi’ della dissoluzione”; uscito nel 1994, il libro denuncia i partecipanti al presunto complotto di “neo-gnosticismo” per aver tentato di supportare una strategia culturale diretta contro la Chiesa, per via della sua apertura ideologica al marxismo.

Senza entrare in una polemica con fini solo denigratori, va considerato che si può essere cattolici tradizionalisti, come lo è stato forse Mattioli, pur condividendo la cultura laica, senza per questo risultare contraddittori, sino a diventare compartecipi di presunti intrighi, come vorrebbe una certa cultura di destra, affermatasi in Italia durante la Seconda Repubblica; tale cultura, di stampo stalinista, spesso non ha esitato ad usare la distorsione dell’esperienza di vita di quei personaggi dei quali, per scopi politici, voleva solo infangarne l’immagine. Simili tentativi, di fronte all’impegno di un uomo che, come Mattioli, oltre ad aver operato per il bene del Paese, ha saputo intessere un dialogo globale che ha onorato l’Italia, sono solo meritori di finire nella “pattumiera della storia”.

Gianfranco Sabattini

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