domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

RIFORME ATTO TERZO
Pubblicato il 13-10-2015


Riforme Senato-Boschi

Un altro giro si è compiuto. Il Senato ha approvato il ddl Boschi con 179 sì, 16 voti contrari e 7 astenuti. Il testo ora passa nuovamente a Montecitorio. Servirà poi un’altra lettura (a distanza di tre mesi) per ciascuna camera dove la riforma sarà votata senza possibilità di emendamenti. Si terrà poi entro l’autunno del 2016, secondo i piani del governo, il referendum confermativo.

Un voto in diretta tv caratterizzato, anche visivamente, dalle decisione aventiniane di gran parte delle opposizioni. I M5S non hanno partecipato al voto finale. Dopo l’intervento del loro portavoce Gianluca Castaldi, sono usciti dall’Emiciclo di Palazzo Madama per non votare una riforma che considerano “offensiva” per il popolo italiano e per l’intero Paese. Lo stesso ha fatto Sel. Stessa decisione da parte di Forza Italia, che fino all’ultimo è rimasta indecisa sulla strategia da prendere. Fuori dall’Aula anche la Lega. Mentre il gruppo dei fittiani, Conservatori e Riformisti è rimasta in Aula e ha votato contro il ddl.

Decisioni non secondarie che hanno lo scopo di rendere “visibile” il voto soprattutto dopo la decisione dei verdiniani del gruppo Ala di votare a favore: “Se questa è la volta buona – ha detto il senatore Riccardo Mazzoni – dipenderà anche dai nostri voti”, ha spiegato, invitando la sinistra Pd a “stare tranquilli: non pesteremo il loro orticello, ma si ricordino che le riforme sono patrimonio di tutti”. “Il nostro voto favorevole – ha detto ancora – non è né un’invasione di campo né un’intrusione in qualche giardino altrui, ma semplicemente una manifestazione di coerenza, perché questa riforma non solo l’abbiamo già votata un anno fa, ma abbiamo anche contribuito a scriverla, nel solco di una politica che il centrodestra ha portato avanti per vent’anni ma che poi ha inspiegabilmente deciso di ripudiare”. Parole riferite a Forza Italia che aveva appoggiato e condiviso i precedenti passaggi parlamentari fino all’elezione del capo dello Stato occasione in cui si è consumato lo strappo che ha sancito la fine dell’idillio tra Renzi e il Cavaliere. “Voi oggi – ha affermato il capogruppo di Forza Italia Paolo Romani in Aula – otterrete una vittoria numerica, siete stati abili a raccogliere il consenso dei parlamentari mossi da ragioni che non giudico. Chi è venuto meno al mandato degli elettori risponde alla propria coscienza. Non illudetevi, non è un vittoria politica. Avete perso una buona occasione per riscattare la sinistra. Il Paese non si merita questo”.  Romani ha ricordato il “Patto Nazareno, che non è mai stato un accordo formale, ma un accordo sul metodo che prevedeva di fare le riforme insieme e insieme si decidessero i cambiamenti e le garanzie e questo senso è stato ampiamente tradito”.

Ma anche nella maggioranza i mal di pancia non sono mancati. Come quello di Gaetano Quagliarello che non ha nascosto i suoi dubbi. “Oggi – ha detto – onoriamo sostanzialmente l’impegno assunto a inizio legislatura all’atto della rielezione del presidente Napolitano, ma si chiude una fase della nostra vita politica. Il modo in cui questa riforma giunge al suo sostanziale traguardo, i pregi e i limiti del testo che ci accingiamo a licenziare, riflettono le evoluzioni e le torsioni di questa legislatura”. “La celebrazione del risultato raggiunto oggi – ha detto ancora – sarà tanto meno artificiosa quanto più ci mostreremo consapevoli che una fase è finita e che da questa fase, per dirla con Gobetti, non si può uscire senza crisi e senza analisi. E’ un compito che spetta tanto a ogni singolo componente della maggioranza quanto a ciascuna forza politica, e al quale nessuno si dovrebbe sottrarre”. Quagliarello è tornato sui dubbi che ha espresso più volte: “Per effetto del combinato disposto tra questa riforma e la nuova legge elettorale, la maggioranza del Pd ha ulteriormente sbiadito la logica di coalizione privilegiando la trattativa con la propria minoranza, secondo uno schema di autosufficienza che, grazie anche all’apporto del gruppo Ala, coniuga l’unita’ del partito con la conquista dell’area del buon senso da delegare direttamente al leader. E’ evidente che una fase è finita e dalla conseguente riflessione non si dovrebbe sottrarre nessuno: è un compito che spetta a ogni singolo componente della maggioranza e a ciascuna forza politica”.

Continua a dividere l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: mentre in Aula difendeva strenuamente quella riforma di cui, anche il ministro Boschi, gli attribuisce la paternità da una parte si levano applausi del Pd mentre dall’altra i senatori del M5S uscivano lasciando i banchi deserti. Hanno abbandonato i loro posti anche numerosi esponenti di Forza Italia. Un Napolitano che nel suo intervento ha fatto un riferimento all’Italicum: “Al di là dell’approvazione del disegno di legge in discussione, bisognerà altresì dare attenzione a tutte le preoccupazioni espresse in queste settimane in materia di legislazione elettorale e di equilibri costituzionali”. Insomma un invito al governo ad aprire a delle modifiche.

Soddisfatto il capogruppo del PD Zanda per il quale il voto favorevole dei verdiniani non cambia gli scenari. “La maggioranza di governo è quella  che ha sino ad oggi sostenuto il governo e continuerà a farlo.  Ma ho sempre auspicato, anche nelle scorse legislature, che le grandi  leggi di sistema e quelle sui diritti civili venissero  approvate  dalla più larga maggioranza possibile in Parlamento”. Al voto del gruppo Pd si è unita la minoranza interna. Non tutta: sono mancati tre voti. Quello di Corradino Mineo  che ha votato in dissenso dal suo partito. Un dissenso che ha motivato in Aula con poche parole: “Perché il Governo non ha consentito alle opposizioni di toccare palla; ha usato una pattuglia di transfughi del Centro-destra come arma di pressione per strappare un accordo alla minoranza PD. Poi ha sigillata l’intesa chiudendo a ogni modifica. La Costituzione non può essere affare di un solo partito e i taxi che trasportato parlamentari da un lato all’altro dell’emiciclo hanno un nome: si chiamano trasformismo”. Gli altri due voti contrari sono quelli di Casson e Tocci.

Riferendosi alle vicende lombarde il deputato M5s e vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, ha commentato su Fb che “se la riforma di Renzi fosse già in vigore, questo signore, sicuramente membro del futuro Senato, si sarebbe salvato dalla galera”. “Ironia della sorte. Stamattina, mentre al Senato si sta votando la nuova legge costituzionale che darà l’immunità parlamentare ai membri dei consigli regionali, la Guardia di Finanza arresta il Vice Presidente della Regione Lombardia e consigliere regionale Mario Mantovani”.

Chiusa la partita delle riforme, rimangono aperte quelle delle Unioni Civili e del ddl Boccadutri sulla sanatoria al finanziamento ai partiti per gli anni 2013 e 2014. Entrambe  verranno incardinate domani in Aula al Senato. Lo ha deciso la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama, optando per tempi contingentati almeno per la Boccadutri, con il termine per gli emendamenti previsto per le ore 10, in modo da arrivare al voto finale in serata.

Ginevra Matiz

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