giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Salgono a 5 i carabinieri indagati per il caso Cucchi
Pubblicato il 13-10-2015


Processo Cucchi

In tutto sono cinque i nomi dei militari iscritti nel registro degli indagati per la morte di Stefano Cucchi, avvenuta nell’ottobre 2009 all’ospedale “Sandro Pertini” di Roma, dove era stato ricoverato in condizioni pietose a una settimana dall’arresto per droga. Nella nuova inchiesta si aggiungono infatti altre quattro persone, tutte appartenenti all’Arma dei carabinieri: tre di queste sono accusate del reato di lesioni aggravate, un’altra è accusata di falsa testimonianza, come il primo indagato, un ufficiale sotto indagine da tempo. Il legale della famiglia Cucchi: «Loro, e non solo loro, sono i veri responsabili della morte di Stefano». 

IL LEGALE DELLA FAMIGLIA CUCCHI: «Come avevamo detto fin da subito, la procura di Roma e’ andata ben oltre il primo contributo alle indagini che noi abbiamo dato». Così Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, commenta all’Ansa la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati dei quattro carabinieri. «Questi successivi passi – ha aggiunto Anselmo – confermano quanto da noi detto al trapelare delle prime indiscrezioni. Ora abbiamo altri indagati e tra di essi alcuni sono accusati di lesioni dolose aggravate. Loro ma non solo sono i veri responsabili della morte di Stefano. Questa contestazione, che riteniamo essere provvisoria, interromperà la prescrizione. Ma, lo ribadiamo con forza e lo stiamo provando, senza quel o quei pestaggi Stefano sarebbe ancora vivo. Questo è certo ed ormai tutti lo hanno capito».

LA MORTE DI STEFANO CUCCHI – Il geometra romano venne arrestato per possesso di droga il 22 ottobre 2009, e morì una settimana dopo all’ospedale “Sandro Pertini”, dove era stato ricoverato in condizioni pietose per le percosse ricevute durante la detenzione, aveva commentato la sentenza di primo grado. Per l’accusa il giovane venne pestato nelle celle del Palazzo di Giustizia, “dopo l’udienza di convalida e prima dell’ingresso al carcere”. Successivamente morì per “sindrome di inanizione”, ovvero per malnutrizione, a causa della condotta di chi doveva curarlo e non lo fece, cioè per una condotta “contrassegnata da imperizia, imprudenza e negligenza”.

Redazione Avanti!

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