mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Sigonella trent’anni dopo:
un messaggio sempre attuale
Pubblicato il 20-10-2015


Nella storia della politica estera della prima repubblica così come della politica occidentale in Medio Oriente, Sigonella rappresenta un segnale di discontinuità che resterà però senza un domani. Come manifestazione del disegno politico di uno dei presidenti del consiglio più internazionalisti che l’Italia abbia avuto, mantiene, invece, tutta la sua attualità.
Per capirne la portata è bene fare un passo indietro. Sino all’immediato dopoguerra. Perché è allora che si forma la “costituzione materiale”, ossia l’insieme di principi non scritti ma non per questo meno scrupolosamente osservati destinati a regolare la proiezione internazionale del nostro paese praticamente sino ai giorni nostri.
Primo e fondamentale: l’Italia era autorizzata a pensare di avere vinto la guerra a condizione di comportarsi, di fatto, come se l’avesse persa. Insomma il mondo avrebbe fatto finta che la guerra l’aveva fatta Mussolini; a condizione però di ripudiare completamente non solo il nazionalfascismo e la politica di potenza ma anche una politica estera “nazionale”.
Simboli e, insieme, garanti della continuità di questa scelta lo stato guida dell’alleanza occidentale e le grandi strutture internazionali in cui questa si andava articolando: dal Patto Atlantico alla Nato all’Europa; un’architettura in cui il nostro paese avrebbe fatto parte a pieno titolo. Con tutti i vantaggi, politici ed economici connessi a questa scelta; e, naturalmente, anche con una serie di vincoli, in definitiva, non particolarmente gravosi. L’Italia è considerata un paese di frontiera. E in base a criteri non solo geografici ma anche politici e geopolitici. E, proprio per questo, le viene consentito un certo margine di manovra: fedeltà atlantica indefettibile ma, al tempo stesso, interpretazione difensiva e geograficamente circoscritta dei relativi obblighi; atlantismo ma dialogante; ancoraggio fermo all’Europa, compatibile peraltro con una certa “libera uscita”nelle questioni mediterranee e mediorientali. E così via.

Un ripudio del “sovranismo”, insomma; ma nella logica di una “onesta dissimulazione”. Un atteggiamento che ha avuto una serie di conseguenze positive: la scomparsa del nazionalismo dal panorama culturale e politico; la chiusura costruttiva e senza traumi delle vertenze alla nostra frontiera orientale e settentrionale; l’integrazione, sempre senza traumi, nello spazio europeo, con tutti i vantaggi che ne deriveranno; una presenza nell’area mediterranea e mediorientale non più condizionata dall’eredità coloniale e colonialista; e “last but not least”, la pratica di una politica estera sostanzialmente bipartisan in un paese caratterizzato , almeno in apparenza, da fortissime divaricazioni in ordine al giudizio sul “quadro internazionale”.

Il fatto è però che questo approccio (che potremmo definire come quello del “si però”) è diventato, nel tempo, una specie di seconda natura. Il che ha consolidato, in primo luogo, l’immagine dell’Italia come paese inaffidabile. Che dice sì al Patto Atlantico e alla Nato, salvo ad interpretare la sua adesione nel modo circoscritto e limitato; che accetta senza fiatare le direttive dell’Europa, salvo a battere ogni primato in materia di violazioni delle medesime. Che fa regolarmente parte del fronte occidentale contro il Nemico di turno salvo a coltivare i suoi contatti con il medesimo. E così via.

Per altro verso l’“onesta dissimulazione” è diventata nella pratica della nostra classe politica ad una costante autocensura. Se, insomma, non è politicamente corretto erigere apertamente l’interesse nazionale a parametro delle nostre scelte, ciò porterà fatalmente a porlo di fatto in secondo piano nei nostri rapporti con il mondo esterno: in particolare nei nostri rapporti con lo “stato guida” e con le istituzioni collettive cui siamo disponibili, in partenza, e senza discutere, a continui abbandoni di sovranità.

Nell’insieme, disistima e mancanza di autostima procedono insieme, sia pure attraverso percorsi diversi, nel determinare una continua riduzione del nostro peso e del nostro ruolo nel mondo. Un processo, bloccato in qualche modo, negli anni della contrapposizione est-ovest, dalla nostra posizione di frontiera: ma che, dopo la caduta del muro di Berlino tenderà ad accelerare e con effetti sempre più negativi. Anche perché è stato vissuto in modo totalmente passivo dai nostri gruppi dirigenti.
Proprio per questo, il messaggio craxiano è di un’attualità straordinaria. Perché si colloca in una sequenza politica-progettuale esattamente opposta a quella in cui si sono mosse le nostra classi dirigenti, dal dopoguerra ad oggi.

Così, non c’è alcuna contraddizione tra Comiso e Sigonella. Tra un ruolo attivo nella politica di difesa dell’Occidente e la difesa, in contrapposizione ai “marines”della nostra sovranità nazionale; di più, del diritto/dovere del nostro paese ad una politica estera, nell’area mediterranea e mediorientale, totalmente diversa da quella americana (anche se, in ipotesi, complementare rispetto a questa). In parole è proprio dall’impegno senza riserve nella costruzione di strategie internazionali comuni che discende il diritto e la possibilità di praticare e proporre, su specifici temi e in specifiche aree, strategie diverse, espressione di interessi nazionali.

In questo quadro, Sigonella non è un episodio isolato; è piuttosto un passaggio obbligato nell’approccio socialista nel conflitto israeliano-palestinese. Un approccio segnato da un altissimo grado di consapevolezza dei termini della questione (Craxi è tra i pochissimi a capire che israeliani e palestinesi non sono assolutamente in grado di fare la pace da soli e con la sola mediazione americana) e, insieme, di coraggio intellettuale e morale (quando il Presidente del Consiglio contesta, di fronte al Parlamento, il costante doppiopesismo sulla questione dell’uso della violenza: doverosa autodifesa nel caso di Israele, terrorismo nel caso dei palestinesi).

Dopo di lui, il diluvio. Il disimpegno europeo (e quindi anche italiano) dal Medio Oriente; nell’attesa che israeliani e palestinesi provvedessero da soli a risolvere il problema secondo la formula oramai consunta dei “due popoli due stati”. E, nel frattempo, una serie di catastrofi. Quando si potrà ripartire, il messaggio di tren’anni tornerà sicuramente attuale.

Come tornerà attuale l’approccio, sia detto per inciso, quello relativo all’Europa. Forte spinta verso l’integrazione; e, proprio per questo, attenta difesa dei nostri interessi nazionali. Un messaggio che è tornato attuale; ma anche qui dopo il diluvio.
Nel frattempo, il leader socialista è stato crocifisso sulla pubblica piazza. Ma la gran parte dei chiodi necessari alla bisogna erano stati acquistati dopo Sigonella.

Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. Perfetto. Complimenti.
    In verità gli sconfitti del ’45 (nazisti e fascisti) non hanno vinto trasformadosi in democrazie costituzionali. Sono ancora – agli occhi dei vincitori – “paesi vinti”, che all’occorrenza, vengono stangati.
    L’Italia – stragismo a parte – ha dovuto subire la cancellazione di un’intera classe politica; la Germania – con lo scandalo Volkswagen – un secondo sbarco in Normandia.

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