domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Stalking, ti denuncio. E poi? L’avvertimento non basta
Pubblicato il 09-10-2015


Locatelli-Psi-violenza donneI recenti omicidi di Giordana di Stefano ed Enza Avino rendono evidente che la denuncia per stalking non è sufficiente a tutelare le vittime. Ma chi sono gli autori di violenza?

Per quanto i dati del primo semestre 2015 del Ministero dell’Interno indichino che i reati per stalking e violenza sulle donne siano in calo, la cronaca si alimenta di nuovi fatti che sembrano raccontare un’altra storia. Certo, quel calo c’è: -21,30% di atti persecutori e -6,33% di omicidi per stalking (Fonte Min. Int.). Magra consolazione per le famiglie delle vittime che evidentemente non sono in queste, seppur positive, percentuali.

Molte risorse umane ed economiche vengono impegnate per il supporto, anche psicologico, alle vittime che comunque si sentono poco tutelate dopo aver sporto una denuncia. Gli strumenti giudiziari ci sono ma questo purtroppo non si traduce in una protezione concreta. Cosa dire degli autori di violenza? È evidente che la sola giustizia punitiva non paga e il timore di un processo non è un deterrente efficace per inibire nuovi atti criminali, alcune volte letali. Lo stesso processo è anzi un motivo in più per agire contro la vittima. Soprattutto in presenza di figli il timore di poterli perdere può tradursi in rabbia cieca.

Proprio ieri si è tenuto presso il Dipartimento Politiche Sociali, Sussidiarietà e Salute del Comune di Roma un seminario a cura dell’Osservatorio Nazionale Stalking coordinato da Massimo Lattanzi e Tiziana Calzone. Il seminario ha approfondito il tema del profilo dell’autore di violenza sottolineando quanto sia importante ed efficace il lavoro con gli offender. Una risposta concreta per prevenire e contrastare la violenza; una risposta fatta di strumenti e protocolli di intervento già sperimentati con successo presso il carcere di Rebibbia. Gli autori di violenza (offender) vengono accompagnati nel percorso di risocializzazione per un reinserimento nella società che li possa aiutare a costruire la loro “seconda possibilità”. In assenza di questo le persone possono sentirsi reiette, abbandonate, il cui unico compagno fedele è il pregiudizio con cui vengono guardate. Pregiudizio che spesso si trasforma in realtà per confermare ciò che sembra essere l’unica cosa che l’individuo sa fare. E mentre il dibattito tra chi li vorrebbe solo veder marcire in galera e chi li vorrebbe aiutare si infervora, una nuova vittima muore.

Ma chi è l’offender? Quando non affetto da evidenti disturbi psichiatrici molto spesso ricalca il profilo di una personalità narcisistica, dai sentimenti anestetizzati, incapace di provare empatia e pronto a manipolare e sfruttare l’altro. Il narcisista si presenta come un individuo disonesto, vendicativo e infedele. Tuttavia egli appare agli occhi degli altri come una persona rispettabilissima, a volte anche molto religiosa, volenterosa e impeccabile sul lavoro, talora fin troppo perfetta (Calzone, Lattanzi). Spesso fa grandi promesse e appare disponibile, generoso e ottimo ascoltatore per poi trasformarsi in vero e proprio sogno tormentoso.

Eppure, sembrava tanto una brava persona.

Valentina Correr

per saperne di più:
www.socialmente.net

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