sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Le lezioni del torneo Wta
di Wuhan in Cina
Pubblicato il 06-10-2015


Venus Williams-WTAIl torneo Wta di Wuhan in Cina è stato teatro di molti colpi di scena. Innanzitutto si è giocato senza Hawk-Eye, in segno di lutto per la precoce morte del giovane inglese Robin Llyr Evans, esperto di computer e deceduto a seguito di un incidente per cause ancora ignote. Lavorava come operatore per la tecnologia Hawk-Eye ed era un ex capitano della squadra giovanile di Rugby Club Pwlheli, per questo la decisione di non usufruire del servizio per tutto il torneo; anche se questo ha reso più complicato l’arbitraggio. Forse poteva essere indetto solamente un giorno di lutto oppure ripristinarlo almeno per la finale, poiché le condizioni in cui si è giocato sono state a volte disagevoli.

Se in finale ci si è potuti avvalere dell’esperienza e della sicurezza dell’arbitro francese Nouni, molto stimato ed apprezzato nel circuito a livello internazionale, nelle semifinali si sono creati non pochi problemi. E questo fa capire quanto siamo diventati dipendenti dalle tecnologie informatiche anche nello sport per attribuire punti decisivi.

Arbitro donna

Sebbene, a volte la decisione, la fermezza, l’autorevolezza (ma non l’autorità) dell’arbitro possano essere fondamentali: si pensi ad esempio alla finale maschile degli Us Open (tra Djokovic e Federer) arbitrata egregiamente da una donna (Eva Asderaki) che ha saputo prendere in mano la situazione. Qui al Wta di Wuhan, invece, le donne non hanno fatto bella figura. In semifinale contro Roberta Vinci, Venus Williams si è presa più tempo nel servizio, tra un punto e un altro, dei 30 secondi previsti: nonostante si parli di “tempo ragionevole”, era evidente che la giocatrice stesse temporeggiando per recuperare energie, soprattutto dopo un risentimento muscolare alla coscia destra. Neppure un avvertimento verbale per lei. Forse l’ammonimento col punteggio sarebbe stato persino impensabile o eccessivo, però di sicuro l’arbitraggio avrebbe dovuto fare qualcosa in più per far sentire Roberta tutelata e per cercare di calmare il suo nervosismo data la situazione di tensione: questo rientra perfettamente nei compiti di un giudice arbitro.

Ha vinto Venus sull’italiana, al terzo set, in un match durissimo, ma proprio puntando su una sfida di nervi. È stato evidente fin da subito che Venus volesse vendicare la sorella minore Serena, che contro la Vinci aveva perso in semifinale agli Us Open e per questo, nonostante fosse fisicamente provata da uno  muscolare, non ha ceduto.

E si è ritrovata in finale contro Garbine Muguruza che nell’altra semifinale, nel bel mezzo del 3-3 sul tie-break del secondo set contro Angelique Kerber, ha interrotto il gioco per chiedere l’intervento del fisioterapista per un problema alla caviglia destra e poi chiamare il time-out medico. Ed è approdata all’ultimo match decisivo. Con una vistosa fasciatura Venus ha continuato a lottare anche contro di lei, sfoggiando grinta e aggredendo psicologicamente l’avversaria. Alla fine sul 6/3 3-0 nel secondo set la Muguruza si è ritirata in lacrime, ma può gioire per essere salita al n. 5 del mondo. Forse questa è la forza delle Williams: di essere sempre aggressive sportivamente, o quasi sempre, anche a costo di risultare antipatiche; mettendo da parte il fair play per andarsi a conquistare la vittoria: giocando nel limite lecito delle regole, conoscendo bene il regolamento e osando entro quello che è concesso.

vinci-venus-williams-wta-wuhan-2015

Di certo una finale tra due infortunate non si era mai vista e questo ha destato molto stupore, soprattutto sui pronostici. Alla fine è stata una vittoria di carattere delle Venere nera (la n. 700 a 35 anni, che le ha regalato la posizione n. 14 del ranking mondiale e la n. 9 della Race) che ha vendicato la sorella Serena che, col ritiro dal torneo di Pechino e dalle Finals di Singapore, rischia una multa salata dalla Wta di 125mila dollari. Dando prova di quanto il periodo di crisi per lei continui dopo la sconfitta da Roberta Vinci agli Us Open: dimostrando, però, così di essere umana e non quella sorta di computer tennistico o robot in muscoli umani forzuti e mascolini, ma di avere le sue debolezze e una sensibilità che nasconde dietro un’apparente durezza. Ma si può essere n. 1 anche palesando le proprie fragilità. Tenace, combattiva, di carattere orgoglioso, non ama perdere o mostrare sofferenze, titubanze e timori, ma soffre anche lei: in campo e fuori. Ed è bello che mostri anche questo lato finora oscuro del suo carattere, uno splendore proprio perché così umano.

E soprattutto, una lezione c’è anche per lei: accettare le sconfitte, che comunque non pregiudicano il suo talento indiscusso. Avere carattere vincente significa anche questo. Di sicuro continua il periodo no anche per Maria Sharapova (ritiratasi a scopo precauzionale dal Wta Premier di Wuhan per infortunio all’avambraccio), per Simona Halep (che si è ritirata al torneo di Pechino per un problema al tendine d’achille al primo turno: sotto 5-4 nel punteggio contro Lara Arruabarrenna) e per Eugenie Bouchard (costretta al torneo di Pechino al ritiro contro la tedesca Andrea Petkovic, in vantaggio per 2-6 1-1 per il trauma cranico subito negli spogliatoi agli Us Open). A proposito di personalità, poi, se Roberta si dimostra essere il miglior rovescio in back del circuito e una campionessa mentale e tattica per i progressi che ha fatto, deve lavorare di sicuro sull’auto-convincimento di quanto valga e sulla sua autostima. Innanzitutto perché con la finale agli Us Open ha contribuito a portare il tennis italiano, soprattutto femminile (ma anche maschile col buon esito in Coppa Davis contro la Russia), a pari livello quasi del calcio: con tenniste ospiti in trasmissioni su Skysport (la Vinci) o a “Che tempo che fa” di Fabio Fazio (la Pennetta).

Stupisce per la sua semplicità, ma forse un pizzico di giusta, sana e meritata ambizione in più non guasterebbe. Deve essere consapevole delle sue capacità e di dove può arrivare: la top ten è alle porte. Invece sembra ancora aver paura a rendersi conto di tutto quanto ha ottenuto e continuare a voler volare basso, rimanendo umile e modesta: quello va bene, ma più grinta ci vuole. Su Supertennis Tv ha dato via a un simpatico programma in cui si fa conoscere da tutti i suoi fan: “Una giornata con Roberta Vinci”. E questo è molto bello, è una cosa buona che la avvicina al pubblico e la rende familiare e amichevole. Però, presentandosi, di sé ha detto che è una che non pretende tanto e che si accontenta di poco. Sbagliato, perché lei può avere molto di più e farlo in modo pulito, col sacrificio e lo sforzo degli allenamenti duri cui si sottopone. Anche in campo contro Venus ha esclamato: “Roberta, ma dove vai!?”. E avrebbe dovuto rispondersi: vado a vincere. Ha mancato davvero la finale al Wta di Wuhan per un soffio: ha avuto due match point e ha sempre recuperato Venus, anche sotto di uno o due break, sin dall’apertura del match. Capace di restare sempre ancorata alla partita e al punteggio, forse ha pagato un po’ di stanchezza e forse avrebbe dovuto insistere con più smorzate e back; certo Venus era molto in giornata col dritto. Sicuramente non potrà che andare meglio continuando a giocare ad alti livelli, ma deve imparare a nascondere meglio le sue emozioni e sensazioni in campo, come più volte già le ha consigliato il suo coach. Intanto lo scenario del tennis femminile si fa sempre più articolato e sembra esserci il ritorno anche di Sara Errani: la romagnola, numero 22 Wta, ha battuto Petra Kvitova al primo turno del Wta di Pechino per 7-5, 6-4.

Barbara Conti 

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