giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Un ponte di civiltà euromediterranea
Pubblicato il 19-10-2015


Si torna a parlare di Ponte sullo Stretto di Messina, probabilmente perché a livello politico, dopo anni di colpevole inerzia, si ha consapevolezza che è necessario investire in questa parte del paese in grandi opere infrastrutturali, funzionali alla modernizzazione di sistema, precondizione fondamentale per attirare capitali privati. E quindi, se si vuole evitare come al solito l’inutile retorica meridionalistica, servono massicci investimenti in porti, autostrade, reti ferroviarie e collegamenti telematici, politiche fiscali ed energetiche di vantaggio e, in questo necessario scenario, il Ponte per consentire al Sud e soprattutto alla Sicilia, di divenire la piattaforma logistica ed operativa dell’incontro tra l’Europa e un Mediterraneo pacificato, con una forte valorizzazione delle imprescindibili istanze del territorio siciliano, mettendo in equilibrio globale e locale.

Il ponte deve essere contestualizzato anche nella ripresa della prospettiva strategica dell’Area dello Stretto, quale porta d’accesso alla Sicilia. Un luogo che sin dall’antichità è stato visto come circondato da un alone di magia e di fiaba, dalla narrazione della traversata di Ulisse tra Scilla e Cariddi, alle leggende che narrano delle imprese di Carlo Magno e di re Artù importate nella nostra terra tramite i normanni, sempre in chiave di sfida tra l’uomo e la natura secondo l’épos omerico.
Insomma, il ponte deve essere visto come un segmento strategico per fare della Sicilia un punto fondamentale dello sviluppo del Mezzogiorno, realizzando il Corridoio transeuropeo 1.
E d’altronde, proprio i socialisti hanno storicamente sostenuto il ruolo strategico dell’Area dello Stretto e della realizzazione del Ponte. Il leader del Psi Bettino Craxi, nel 1985, all’apice degli anni straordinari della sua premiership, firmò la convenzione per il Ponte, lanciando l’idea di una grande area metropolitana nello Stretto, frutto della conurbazione tra Messina e Reggio Calabria, nell’ambito di una lungimirante visione geopolitica che assegnava al Mezzogiorno d’Italia la funzione di cerniera tra la costruzione di un’Unione europea non bancocentrica e i paesi rivieraschi del Mediterraneo.

Sul ponte sono sempre attuali le belle parole scritte da Francesco Merlo sul “Corriere della Sera”: “E anche con i bilanci in rosso, il Ponte sarebbe comunque ricchezza, risorse, opportunità straordinarie, nuovi posti di lavoro. Alla fine è l’opera più bella e avanzata che l’Italia possa realizzare, è un risarcimento al nostro Sud e deve essere un’opera laico-simbolica keynesiana, la fine di un handicap, la fusione di Messina e Reggio nella Città dello Stretto, come una nuova Costantinopoli”.
Il 6 agosto scorso il Presidente Egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha inaugurato il “raddoppio” del canale di Suez, un’impresa “faraonica” (è il caso di dirlo!) che raddoppierà letteralmente il traffico navale da e per il Mediterraneo e non solo. Per la sua realizzazione erano stati previsti tre anni di lavori, ma ne è bastato uno solo, e il costo è stato di appena 8,2 miliardi di dollari. E si guardi al ponte di Oresund di 15,9 km che collega la Svezia alla Danimarca, in prossimità rispettivamente delle due città di Malmö e Copenaghen, il più lungo ponte d’Europa adibito al traffico stradale e ferroviario con una campata centrale di 490 metri, inaugurato il 1° luglio 2000, esempio di integrazione ma anche di coesistenza tra rispetto per l’ambiente e opere di alta ingegneria.

A proposito del Ponte sullo Stretto è giusto affermare “Se non ora, quando?”, come Il titolo del bel romanzo di Primo Levi, purtroppo abusato spesso dai cultori del politically correct!

Maurizio Ballistreri

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