venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Un uomo solo senza comando
Pubblicato il 30-10-2015


La vicenda Marino/ Pd così come la sua più che probabile conclusione potrebbero essere la pietra tombale sul “movimento dei sindaci” o, più esattamente, sulla narrazione che del medesimo è stata elaborata a nostro uso e consumo. Stiamo parlando dell’idea che l’esperienza della gestione dei più importanti enti locali fosse un tappa necessaria, ma anche sufficiente, nella marcia verso un importante destino nazionale. Ma anche della convinzione che il modello del “sindaco d’Italia” (attraverso la procedura dell’elezione diretta) potesse e dovesse essere riprodotto, come modello di ‘governance‘ per l’intero Paese.

Sul primo aspetto, pochi cenni. A partire dalla semplice constatazione che tutti gli aspiranti al “destino nazionale” – che si tratti di Rutelli o di Veltroni, di Bassolino o di Vendola – è riuscito a mantenersi a lungo in posizioni di vertice, quando non ha fallito al primo passaggio di grado. Segno, a parte ogni ulteriore considerazione, che il quid acquisito (visione? capacità? prestigio?) con la carica di sindaco o di presidente di Regione non era di per sé un propellente adeguato. Una considerazione che vale, ad ancora maggior ragione, per i Pisapia e i Doria, per gli Zedda o per i De Magistris. Né vale, in senso contrario, l’esempio di Renzi: arrivato, lui sì, al livello più alto; ma in virtù di un messaggio politico generale che tutti gli altri non erano stati in grado di presentare.

Ma veniamo, ora, al “sindaco d’ Italia”. E, per la proprietà transitiva, alla famosa legge sull’elezione diretta dei sindaci, forse la manifestazione più compiuta, nella teoria come nella prassi, della cultura politica della seconda repubblica. Questa legge conteneva in sé, sin dall’inizio due principi tra loro antitetici. Da una parte l’esaltazione del fattore personale. Il sindaco e il presidente della Regione ( pardon del “governatore”), designati direttamente dal popolo sulla base di un mandato fiduciario e tendenzialmente liberi da condizionamenti nella scelta dei propri collaboratori e nella elaborazione delle proprie strategie. A partire dal fatto che la loro caduta trascinava con sé quella dell’intero consiglio comunale. Dall’altra un consiglio comunale eletto con il sistema proporzionale a preferenza unica. Di qui la formazione di un personale politico senza legami di partito e cresciuto in un clima di feroce competizione individuale e con l’uso di ingenti risorse economiche. E quindi naturalmente portato a perseguire i propri interessi individuali in concorrenza o in concorso con altri.

Una costruzione, dunque, o meglio un meccanismo che conteneva in sé i germi della paralisi reciproca se non di una possibile degenerazione. Parliamo del conflitto tra il sindaco e il suo partito. E più in generale tra le sfere “alte” (sindaco, giunta) e quelle basse (consiglio comunale) del potere locale. Parliamo di un conflitto sempre più intenso e, allo stesso tempo, povero di contenuti. Questo processo avrebbe dovuto e potuto essere tenuto a freno: a) dalla mediazione dei partiti; b) dalla presenza di un disegno collettivo di gestione della città su cui si sarebbero potuti misurare sia il sindaco che la maggioranza a suo sostegno; c) dalla capacità/volontà del consiglio comunale di esercitare quei poteri di indirizzo di controllo che gli erano teoricamente attribuiti e, infine, d) dalla presenza di una società civile attenta ai destini collettivi della propria comunità di appartenenza.

Ora, per una serie di ragioni che non è il caso di approfondire qui, questi fattori correttivi sono tutti indeboliti nel corso del tempo. Anche se, naturalmente, in proporzione e con intensità diversa a seconda delle varie situazioni. Un conflitto che, proprio a Roma, si è manifestato nella sua forma più acuta. E, appunto, proprio perché, nella nostra città, gli elementi degenerativi si erano estesi a tutto un organismo da tempo privato dei necessari anticorpi. A Roma, in particolare, nessuno di questi ha funzionato. Un partito (Pds/Pd) da tempo immemorabile egemone nella nostra città, ma via via sempre più incapace di qualsiasi azione collettiva, sino ad essere ridotto ad un insieme di gruppi di potere in feroce contrasto tra loro. E, per converso, portati ad associarsi con  le forze di centro-destra in un grande consociativismo spartitorio. Un comune che, nella sua dimensione insieme politica e amministrativa, ha perso qualsiasi capacità di governo autonomo della nostra città, al punto di manifestare una sostanziale subalternità rispetto alle esigenze dei privati e alle pressioni corporative.

Un consiglio comunale i cui componenti, privati della possibilità di esercitare la loro funzione istituzionale, si dedicano alla promozione dei propri interessi particolari. Infine, una società civile (la cosiddetta “borghesia sensibile”) certamente interessata ai problemi della nazione e dell’umanità, ma altrettanto certamente indifferente a quelli della sua città. E’, allora, il fallimento del modello fissato nella legge del 1993. Che si manifesta, in primo luogo, come fallimento della città: prima finanziario (dibattito sul bilancio, estate 2014) e poi morale (inchiesta su Mafia capitale). La resa dei conti tra i protagonisti del medesimo (sindaco e Pd ) verrà mesi dopo. E, non a caso, non si misurerà sulle ragioni della crisi e sui possibili rimedi, ma piuttosto sulla esibizione impudica delle rispettive miserie.

Alberto Benzoni

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