Lavoro. Meno incidenti
ma aumentano i morti

morte-bianca Si continua a morire di lavoro. E oggi si muore più di ieri. Infatti dati dell’Inail affermano che gli infortuni sul lavoro sono in calo ma non è così per i casi mortali, che, dati aggiornati a fine ottobre in base alle denuncia arrivate, sono circa 100 in più rispetto allo stesso periodo del 2014. È quanto appare in uno studio dell’Inail diffuso nel giorno dell’Assemblea sull’Amianto, spiegando che è in corso uno studio per appurare e comprendere le cifre.

Insomma dopo un decennio di cali, gli incidenti fatali tra gennaio e ottobre del 2015 hanno ripreso ad aumentare. Un’inversione di tendenza che era emersa sin dai primi mesi di quest’anno ma che ora Inail conferma, esprimendo “preoccupazione” per un rialzo significativo, che supera il 16%.
Eppure se si guarda a tutti gli infortuni, anche quelli non mortali, la discesa continua, con un ribasso complessivo tra il 4,5% e il 5% nei primi dieci mesi dell’anno. Se ne contano 25.623 in meno, includendo anche i casi definiti dall’Istituto “in itinere” ovvero nei tragitti intrapresi per motivi strettamente legati all’impiego. Una decisa flessione si rileva anche focalizzando l’attenzione solo sugli incidenti accaduti mentre si lavora (17 mila e rotte in meno).

Tutto ciò non è bastato per impedire 101 morti in più, tra cantieri, fabbriche, campi e tutti gli altri scenari operativi. Si sono infatti conclusi con un decesso 729 infortuni (erano 628 nello stesso periodo del 2014). E il divario aumenta ancora se si aggiungono anche le perdite “in itinere” (155 in più) con il totale che sfiora il milione solo nei primi dieci mesi del 2015 (988). Il minimo storico dell’anno prima è ormai già abbondantemente superato ma l’Inail invita comunque alla prudenza ricordando che si tratta di dati basati sulle denunce, che ancora “sono in fase di assestamento”. Inoltre i vertici dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro fanno sapere che è in corso un’analisi per capire il perché dell’aumento. Intanto dai dati mensili, pubblicati sul sito web dell’Inail, è evidente l’aumento dei casi mortali tra gli over60 (+38,3%).
L’occasione per tornare a parlare di morti bianche è stata l’Assemblea nazionale sull’amianto, che negli anni ha fatto, ha sottolineato il presidente dell’Inail Massimo De Felice, oltre “17 mila” vittime. Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha assicurato che le verifiche diventeranno più efficienti a partire già dal prossimo anno, non appena l’Ispettorato Unico, previsto dal Jobs act, diventerà una realtà. Le attività ora dislocate tra Inps, Inail e ministero del Lavoro saranno infatti accorpate e faranno capo a un solo polo. Quel che bisogna capire, ha avvertito Poletti, è se mantenere comunque lo stesso impianto, “le stesse competenze”, oppure aprire una “riflessione” sui ‘poteri’ dell’Agenzia Unica, affinché “la nuova struttura possa essere meglio utilizzata”. Oltre al capitolo dei controlli c’è un tema che per il presidente dell’Inps, Tito Boeri, resta cruciale: “la flessibilità in uscita”.
Parlando dei lavoratori che si ammalano a causa del contatto con l’amianto, Boeri è tornato sul punto, chiarendo anche come sia “molto difficile riuscire a misurare con esattezza la speranza di vita dei singoli e delle specifiche carriere”.

Redazione Avanti!

Psi. L’emozione e le tensioni di storie nuove

La direzione nazionale del partito, riunitasi a Roma il 26/11 scorso, ha unanimemente assunto l’indirizzo di convocare, indicativamente, entro il febbraio 2016, il congresso nazionale.Il Psi affronterà le prossime assise interne forte di lusinghieri risultati ottenuti dalla delegazione parlamentare e di un soddisfacente stato di salute, organizzativo e politico, così come testimoniato, non da ultimo, dal successo della recente conferenza programmatica, pur nella difficile e magmatica situazione politica nazionale, che tende ad escludere ed emarginare le forze “minori”.Non si possono non registrare, tuttavia, una serie di iniziative indette nel segno del frazionismo e dell’opportunismo personalistico, volte a destabilizzare la comunità socialista. Pur trattandosi di iniziative assunte da settori largamente minoritari del partito, esse si configurano come atti concepiti dai promotori con il fine di separarsi dalla comunità del Psi.Siamo certi che tutti insieme sapremo, anche in questa occasione, superare con dignità la prova. Ne va della nostra stessa esistenza. E’ inoltre giunta notizia di un attacco tanto politicamente irrituale quanto inaccettabile, per il modo e le procedure con cui è stato ordito e portato, da parte di alcuni ex parlamentari, che, con argomenti falsi e pretestuosi, hanno ritenuto di adire per vie legali contro il Segretario nazionale ed il Tesoriere.

L’esistenza di posizioni ed orientamenti differenti sono propri della vita di un’organizzazione partitica, ne testimoniano la vitalità e la vivacità ideale e culturale. Sì a posizioni ed idee diverse, sì ad un confronto di idee aperto e franco ma comunque all’interno di una dialettica politica che si fondi su un patto di rispetto e di riconoscimento reciproci. Tale azione, tuttavia, pare porsi né più né meno come l’ultima di una catena di azioni destabilizzanti messe in atto da chi ha deciso di scegliere la mai abbastanza deprecata prassi del “tanto peggio, tanto meglio”.

Il fatto è ancora più grave se si considera che quasi tutti tra gli attori hanno ricoperto nel partito ruoli apicali e di responsabilità e hanno condiviso, alcuni fino al 2013, altri fino a poche settimane fa, le scelte politiche, programmatiche e organizzative assunte democraticamente dagli organi dirigenti di cui sono o sono stati parte.Confermando la solidarietà ai compagni Nencini e Pastorelli, segretario nazionale e tesoriere nonché quest’ultimo legale rappresentante del Psi, intendiamo esprimere la ferma e inequivoca condanna nei confronti degli attori di questa sgradevole iniziativa.

In un quadro così delineato, nel corso della riunione della Direzione Nazionale, bene ha fatto il segretario Nencini, a formulare un appello all’unità e a richiamare i gruppi dirigenti del partito di ogni livello al massimo sforzo nella direzione della responsabilità e della solidarietà interna.

Nel segno dell’unità, della responsabilità, della solidarietà, del confronto di idee e programmi alti, tuttavia, occorre sia lanciata una sfida ben più ambiziosa che non si limiti ad una semplice difesa della comunità esistente. Una sfida che miri ad una seria ridiscussione delle forme e dei modi dell’iniziativa del partito, nella direzione degli spunti più innovativi che l’attuale guida del Psi ha in diverse occasioni affermato o tentato di implementare ed in coerenza con un più generale processo di rigenerazione cui i modelli della politica più tradizionali sono sottoposti dalle dinamiche, le tensioni e le trasformazioni in corso della società attuale, oltre che di iniziative in sintonia con il comune sentire dei nostri concittadini, le loro esigenze ed aspirazioni.

E che già il prossimo Congresso possa raccontare non di contrapposizioni stanche e sterili o, peggio, di riconciliazioni ipocrite e fasulle, ma l’emozione e le tensioni di storie nuove.

Maria Cristina Pisani, Federico Parea, Enzo Maraio, Luigi Iorio, Elisa Gambardella, Roberto Sajeva,  Francesco Castria 

Hanno già sottoscritto in qualità di componenti il Consiglio Nazionale:

Ajazi Arjan, Noemi Calogiuri, Vincenzo Iacovissi, Paolo Carletti, Silvano Del Duca, Martina Iafrate, Vincenzo Iacovissi,  Guerrino Macori, Raffaele Tantone, Antonio Ruvolo, Dario Nascone, Rossella Pera, Roberto Vucas, Marco Riccio, Boris Rapa, Francesco Meringolo, Barbara La Rosa, Pasquale De Mattia, Simona Russo,  Carmine Iuliano, Elisa Sassoli, Nilo Arcudi, Diego Rufo, Biagio Ponti, Leo Alati, Nilo  Arcudi, Ajazi Arjan, Noemi Calogiuri, Paolo  Carletti, Pasquale  De Mattia, Silvano  Del Duca, Vincenzo Iacovissi, Martina Iafrate, Carmine Iuliano, Barbara  La Rosa, Guerrino Macori, Patrizia Marchetti, Francesco Meringolo, Dario  Nascone, Rossella  Pera, Biagio Ponti, Silvio Prampolini, Boris Rapa, Marco  Riccio, Diego  Rufo, Simona Russo, Antonio Ruvolo, Elisa  Sassoli, Raffaele Tantone, Roberto Vucas

Per sottoscrivere inviare una email, con oggetto “sottoscrivo”, a:  pisani@partitosocialista.it

 

30 novembre 2015

Mobili made in Italy,
una strategia per la Cina

mobiliSi parla molto ultimamente di nuovi finanziamenti per le start up giovanili, ma ciò che sorprende di più è che stiano nascendo specifici programmi di insediamento imprenditoriale indirizzato particolarmente ai grandi Paesi in via di sviluppo, Cina in testa. Su questo il settore mobilificio ha una strategia innovativa.

Una strategia creata appositamente per la Cina e completamente diversa da quelle studiate negli anni per l’espansione nei diversi su un mercato che ha bisogno di un approccio specifico. La strategia dell’industria del mobile italiano per la Cina, in sinergia con il sistema delle Fiere e il Governo, non cambia.

Il rallentamento della crescita cinese non sembra spaventare, per ora, le imprese italiane dell’arredamento: le vendite verso Pechino continuano ad aumentare, sebbene a ritmi inferiori rispetto al 2014 (che aveva segnato un +35%). Dopo il +20% del primo semestre, nei primi sette mesi dell’anno l’export del settore legno-arredo in Cina ha superato i 190 milioni, con una crescita dell’8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Un programma che culminerà, almeno nella sua prima fase, in una fiera del mobile realizzata in partnership con Bologna Fiere, che si terrà a Shanghai nel dicembre del 2016. Sulla location, già individuata, c’è ancora riserbo, ma da Fla anticipano che si tratta di uno spazio limitato, di circa 4-5mila metri quadrati e che a breve partirà la vendita degli spazi.

L’idea è quella di distinguersi, con un evento piccolo ma prestigioso, dai grandi eventi a cui sono abituati i cinesi, per offrire agli operatori un ‘superdistillato’ del Salone del Mobile di Milano. Quasi una ‘boutique’ fieristica che punta a intercettare una clientela business (architetti, designer, sviluppatori) selezionata tra gli operatori che non vengono al Salone milanese. Una rassegna destinata, in prima battuta, non al pubblico indistinto, ma agli operatori specializzati.

Allo stesso modo prosegue il progetto di sistema avviato da FederlegnoArredo, anche grazie al sostegno di Ice e Mise, circa un anno e mezzo fa attraverso la creazione del programma “Club made in Italy”, che offre alle imprese aderenti diverse attività di formazione e consulenza, ma anche accordi e convenzioni con gruppi della grande distribuzione.

Alessandro Munelli

SENZA FUTURO

Paris-2015-COP21

Iniziato a Parigi il vertice mondiale per la 21ma Conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici. Una sfida davvero difficile con una soluzione che non sembra a portata di mano dove le forze e gli interessi in gioco sono davvero forti.e forse troppi per essere gestiti con un accordo che soddisfi tutti. “Il mondo non ha mai affrontato una sfida così grande”: con questo monito, il presidente francese, Francois Hollande, ha aperto i lavori del vertice che dovrà cercare un accordo per scongiurare una catastrofe ambientale irreversibile. Gli obiettivi sono la riduzione delle emissioni ma anche un aumento degli investimenti nelle energie rinnovabili, in modo da scongiurare un aumento della temperatura terrestre oltre i due gradi rispetto all’era preindustriale. Hollande nel suo intervento ha esortato a “lottare per il clima come contro il terrorismo” osservando che “i cambiamenti climatici “creano più migrazioni delle guerre”. Barack Obama ha ammesso che gli Usa “hanno contribuito a creare il problema” e ha avvertito che “siamo l’ultima generazione che può cambiare le cose”. Per Vladimir Putin “si può crescere riducendo le emissioni” e il presidente russo ha proposto un Forum mondiale a guida Onu.

Il summit dei 150 leader mondiali segna l’inizio della conferenza che si chiuderà l’11 dicembre, con un testo che dovrebbe essere “vincolante”. “Il successo è alla nostra portata ma ancora non è stato raggiunto. La posta in gioco è troppo importante per potersi accontentare di un accordo al ribasso. Abbiamo un obbligo di successo”, ha affermato il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius. Secondo il presidente Barack Obama il vertice di Parigi può essere “il punto di svolta” degli sforzi mondiali per limitare un futuro aumento della temperatura del pianeta. “La prossima generazione ci sta guardando” ha detto Obama. “Il cambiamento climatico può definire il contorno di questo secolo più di qualsiasi altra sfida. Io sono venuto qui per dire che gli Stati Uniti non solo riconoscono il problema ma si sono impegnati a fare qualcosa”.

Anche la Cina ha manifestato le proprie intenzioni di mantenere gli impegni. Lo ha fatto nel giorno in cui, quasi fosse un monito, il paese del Sol levante si è svegliato avvolto da una colossale nube di smog. Il presidente cinese Xi Jinping ha detto di essere impegnato per il successo del vertice e ha confermato “il fermo sostegno cinese allo sforzo francese per il successo della Conferenza e il raggiungimento di una accordo internazionale applicabile dalle parti”. Il risultato della Conferenza, ha aggiunto Xi, dovrà riflettere il principio di “responsabilità comuni ma differenziate”. Ai primi di novembre, Cina e Francia hanno diffuso un comunicato congiunto a sostegno degli obiettivi del vertice.

Per il presidente del Consiglio Matteo Renzi il futuro del pianeta è “una sfida che riguarda tutti noi, i nostri figli e i nostri nipoti”, ma è ora di “uscire dalla retorica per cui l’Italia non fa abbastanza”. “Senza allarmismi inutili dobbiamo prendere atto che siamo ad un bivio. L’Italia vuole stare tra i protagonisti della lotta all’egoismo, dalla parte di chi sceglie valori non negoziabili come la difesa della nostra madre terra”. “Non sarà facile arrivare a un accordo, ma è una condizione fondamentale”. Per il presidente del Consiglio sul clima serve “un accordo il più vincolante possibile, altrimenti rischia di essere scritto sulla sabbia”. E in conferenza stampa ha annunciato il primo atto concreto: “4 miliardi di euro sul climate change da qui al 2020″ inseriti nella nuova legge di stabilità.

Tra i grandi inquinatori l’India è il Paese che pone più ostacoli al raggiungimento di un accordo, se non in cambio di consistenti contropartite economiche. Con un intervento sul Financial Times, il premier indiano Narenda Modi ha rivolto uno monito ai Paesi ricchi del mondo, ricordando che essi hanno l’imperativo morale di guidare la battaglia contro il riscaldamento climatico. Il ragionamento dell’India, e di altri Paesi emergenti, è che i Paesi occidentali per oltre un secolo hanno inquinato e avvelenato il mondo senza porsi regole e ora il peso e l’onere dell’abbattimento delle emissioni deve riaccadere su di loro e non su chi solamente ora si sta affacciando tra i paesi industrializzati. Essi, ha affermato il leader indiano, “hanno spianato la loro strada verso la prosperità con i combustibili fossili” e devono quindi continuare a sopportarne il peso più grande: “Qualsiasi altra soluzione sarebbe moralmente sbagliata” ha affermato Modi.

E mentre si è appreso che alle manifestazioni sul clima in 175 Paesi hanno partecipato 785.000 persone, il summit è stato anche un crocevia diplomatico, con il colloquio Obama-Putin, la prima stretta di mano dal 2010 tra Benjamin Netanyahu e Abu Mazen e il gelo tra lo stesso presidente russo e il collega turco Erdogan, con cui non ha voluto parlare. Parigi dovrebbe sancire un patto per contenere il riscaldamento climatico globale, dopo il fallimento della conferenza di Copenaghen nel 2009. Dalla rivoluzione industriale, le temperature sono aumentate di poco meno di un grado e nei 23 anni trascorsi dalla conferenza di Rio le emissioni di gas serra sono ulteriormente cresciute, con un nuovo record l’anno scorso.

Intanto l’Agenzia europea dell’Ambiente ha pubblicato un rapporto da cui risulta che l’Italia è il Paese dell’Unione europea che segna il record del numero di morti prematuri rispetto alla normale aspettativa di vita per l’inquinamento dell’aria. Il Belpease nel 2012 ha registrato 84.400 decessi di questo tipo, su un totale di 491mila a livello Ue. Tre i ‘killer’ sotto accusa per questo triste primato. Le micro polveri sottili (Pm2.5), il biossido di azoto (NO2) e l’ozono, quello nei bassi strati dell’atmosfera (O3), a cui lo studio attribuisce rispettivamente 59.500, 21.600 e 3.300 morti premature in Italia. “Il dato diffuso dall’Agenzia Europea dell’Ambiente – ha affermato in una nota Oreste Pastorelli, deputato del Psi e componente della commissione Ambiente della Camera. – è la dimostrazione che il problema dell’inquinamento, in particolare quello derivante da polveri sottili, è stato sottovalutato per troppo tempo dal nostro Paese. Un’inversione di tendenza, che possa radicalmente modificare le abitudini dei cittadini, salvaguardando così salute e ambiente, non è più rinviabile”.  “Il primo passo da compiere riguarda la mobilità. I veicoli a emissione zero devono sostituire quelli tradizionali, a cominciare dal trasporto pubblico. È necessario – ha concluso – incentivare l’acquisto di mezzi elettrici tramite importanti sgravi fiscali. Negli altri grandi paesi d’Europa hanno già adottato il sistema di detassazione per favorire la mobilità elettrica. Anche per l’Italia è arrivato il momento di agire”.

Ginevra Matiz

Area socialista,
lettera ai compagni

Cari Compagni,
abbiamo ricevuto una lettera del Sen. Nencini in risposta alle nostre legittime richieste di chiarimento sula trasparenza del tesseramento e relativi pagamenti.
Siamo al paradosso in quanto ci viene rimproverato il ricorso all’autorità giudiziaria per ottenere ciò che è nostro diritto conoscere, visto che per le vie brevi ci è stato sempre negato l’accesso bonario agli elenchi ed alla amministrazione, invece di dire più correttamente che abbiamo solo formalizzato tale richiesta con la via prevista dalla legge e divenuta obbligatoria dopo la entrata in vigore della norma del 2 per mille per i partiti politici. Quindi ancora niente Tribunale ma solo una necessaria e utile richiesta per tutti, con la speranza che si vogliano evitare i passaggi successivi.
La soluzione logica sarebbe quella delle primarie consentendo il voto congressuale a tutti coloro che, in sede di seggio, firmino la adesione al Partito. In tale modo si eliminano le contestazioni sul tesseramento e si evitano strascichi di qualsiasi tipo.
Perché si vuole falsificare la realtà? Forse per non focalizzare la esatta situazione in cui ci troviamo? Fingere che tutto proceda al meglio rasenta il ridicolo.
Se metà gruppo parlamentare abbandona, se vi è in atto una scissione, se una parte significativa del gruppo dirigente si schiera all’opposizione e chiede lumi sulla gestione del Partito, vorrà pur dire qualcosa.
Se il PSI è ridotto al lumicino, i sondaggi non ci danno più come rilevabili (quindi al di sotto dello 0,2%), alle elezioni non abbiamo liste con il simbolo di partito, l&rs quo;emorragia di sezioni e compagni è continua, ci sono evidenti responsabilità.
Drammatizzare é una inutile strategia. Modificare continuamente linea politica a seconda delle convenienze e assecondare di volta in volta il capo prevalente del PD, non puó essere la linea di un partito.
La lettera di Nencini dimostra tutta la sua debolezza e la incapacità ad affrontare e riconoscere le sue responsabilità.
Fraterni saluti.
Roberto Biscardini, Bobo Craxi, Pieraldo Ciucchi, Gerardo Labellarte, Aldo Potenza, Angelo Sollazzo

Roma 27 novembre 2015

 

Osvaldo Gnocchi Viani,
l’antesignano del socialismo

Osvaldo Gnocchi Viani, nato ad Ostiglia nel 1837, è un esponente importante della prima fase del movimento socialista italiano. Sindacalista e giornalista, due ingredienti essenziali allora per diventare protagonisti socialisti, attraversa ottant’anni di vita italiana. Laureato in legge come Turati e come Prampolini, si diede come loro alla politica a tempo pieno. Oggi verrebbe definito “un professionista della politica”, in segno dispregiativo, oggi che la professionalità è richiesta in tutte le attività umane e solo in politica é diventata un vizio. Diciamo che la sua vita, che si conclude a Milano nel 1917, abbraccia anche ottant’anni di vita del

Osvaldo Gnocchi Viani

Osvaldo Gnocchi Viani

movimento dei lavoratori. Anzi, Gnocchi Viani, essendo di vent’anni più vecchio di coloro che fonderanno il Partito nel 1892, può essere a ragione considerato il padre della futura generazione socialista, un vero antesignano del movimento operaio italiano. Pensiamo ad alcuni dati anagrafici. Gnocchi Viani era nato nel 1937, Andrea Costa nel 1851, Enrico Ferri nel 1856, Leonida Bissolati nel 1857, Filippo Turati nel 1858, Camillo Prampolini nel 1859, Ivanoe Bonomi solo nel 1873. Nella vita, nel pensiero e nell’azione di Gnocchi Viani sono concentrate così quattro grandi questioni: il rapporto tra Risorgimento e questione sociale, quello tra anarchismo, mazzinianesimo e primo socialismo, il confronto tra operaismo e socialismo maturo, lo scontro tra riformismo e massimalismo.

Risorgimento e questione sociale

Veniamo al rapporto tra Risorgimento e questione sociale, o socialistica. All’origine del primo socialismo italiano non c’è Marx, ma Garibaldi e Mazzini. I due miti risorgimentali sono il punto di riferimento di chi si accingeva, non solo a rapportarsi alla questione unitaria con sensibilità sociale, ma a chi combatteva in prima persona le guerre di indipendenza in Italia e all’estero col culto della giustizia sociale. Il rapporto tra primo socialismo e patriottismo è strettissimo. Lo dico perché questo rapporto è tornato prepotentemente di attualità, a mio parere, proprio oggi dopo le stragi di Parigi. Lo era più in Italia, che stava conquistando la sua indipendenza, che non in Francia o in Germania, nazioni, soprattutto la prima, di più antica esistenza. Penso che questo sentimento si sia attenuato da noi e che la sinistra italiana lo abbia smarrito nel dopoguerra anche a causa della sua esaltazione da parte fascista nel ventennio nero, mentre in Francia si intrecciò, all’incontrario, proprio con la lotta antifascista e antinazista che, dopo la guerra franco-prusssiana di settant’anni prima, metteva ancora in discussione l’indipendenza nazionale. Garibaldi e Mazzini erano vissuti in modo talmente indivisibile che quando, dopo la Comune di Parigi del 1871, si trovarono su posizioni diverse a causa della sconfessione di quel moto da parte di Mazzini, Celso Ceretti, mirandolese mazziniano e garibaldino (aveva combattuto coi Mille) pensò a un seduta di riconciliazione tra i due da convocare solennemente nella sua Mirandola. Il dissenso trai due eroi era vissuto come un trauma inaccettabile da chi aveva creduto all’indissolubilità del binomio. I primi socialisti, come Celso Ceretti, come Pietro Artioli a Reggio Emilia, erano anche combattenti. D’altronde pensiamo a Carlo Pisacane, che sulla rivoluzione socialista aveva scritto un saggio e che morì come tutti sappiamo. Artioli combatté in Spagna. Lo stesso Gnocchi Viani partì con l’esercito Garibaldino dei Vosgi per difendere la Repubblica francese nella guerra franco-prussiana del 1870. Marx ed Engels non li conosceva ancora nessuno. Prampolini ricorda che alla sua conversione al socialismo non aveva ancora letto un solo rigo di Marx e Benedetto Croce parla del socialismo italiano come di un fenomeno “impuro” perché i suoi protagonisti “erano uomini che avevano cominciato da repubblicani, democratici, liberali e che tali si mantennero nel loro fondo”. Il capitale di Marx, ma solo in un compendio, verrà tradotto in italiano da Carlo Cafiero solo negli anni ottanta. I miti risorgimentali erano un solido punto di riferimento. L’altro era costituito dalla conoscenza e dall’attrazione dei testi dei cosiddetti socialisti utopistici. Parliamo di Robert Owen e della sua sperimentata comunità di New Armony nell’Indiana, che fallì per motivi economici, ma che si prospettava come isola felice di uguaglianza e di solidarietà. Parliamo di Charles Fourier che coi suoi Ateliers sociaux durante la rivoluzione del 1848 aveva creato a Parigi un nuovo modo di produrre e vaticinò di un Falansterio dove produzione e vita in un comune avrebbero conciliato lavoro e felicità. Parliamo di Saint Simon e del suo socialismo cristiano che fece presa su Prampolini, ma soprattutto di Benoit Malon, l’autore che scrisse del fallimento della Comune e impressionò i giovani Turati e Prampolini, che già conoscevano i testi dei positivisti e soprattutto quelli di Spencer, per il suo socialismo romantico. Aggiungiamo che oggi il socialismo che Marx giudicò utopistico si rivela forse più attuale del suo socialismo scientifico, per la passione e il sentimento di giustizia e di amore che la fredda e matematica contabilità del marxismo non sono riusciti a suscitare nelle loro errate profezie di crollo e di rivoluzione. Oggi pensare che la crisi finanziaria rilanci il marxismo, e addirittura il leninismo, come ci prospetta il giovane filosofo Diego Fusaro, significa guardare al presente e al futuro con le lenti deformate della vecchia ideologia. Che ne sapeva Marx della finanziarizzazione dell’economia, che ne sapeva della globalizzazione, dei vincoli di spesa europei, della rivoluzione tecnologica, di questo e di altro, di molto altro?

Mazzinenesimo, anarchismo, marxismo

Osvaldo Gnocchi Viani frequenta il Liceo a Mantova e l’Università a Padova, dove si iscrive alla Giovane Italia mazziniana. E’ protagonista di una manifestazione liberale e viene fatto oggetto di procedimento giudiziario. Si trasferisce a Pavia ove consegue la laurea in Giurisprudenza nel 1861, proprio nell’anno dell’Unità d’Italia. Ma consapevole della sua vocazione sociale, e sensibile al richiamo del giornalismo mazziniano, rifiuta un posto da archivista dopo avere vinto apposito concorso e si avvia al giornalismo. Collabora a “Il Diritto”, a “L’Unita italiana”, a “Il Dovere” di Genova, questi due giornali poi si fonderanno, dove approfondisce in una apposita rubrica l’evoluzione economica nella storia d’Italia e si avvicina ai problemi del lavoro. Si trasferisce nel frattempo a Genova. Poi scrive “Pensieri d’un lettore dell’opuscolo di Mazzini dal Concilio a Dio”, manifestando dissenso sulla concezione religiosa mazziniana ed aderendo di fatto al materialismo. Tuttavia resta in contatto con Mazzini. Poi nel 1870 parte coi Vosgi, inviando corrispondenze in Italia ove torna nel marzo del 1871. La questione della Comune di Parigi apre un altro grave fronte del suo dissenso da Mazzini, che rompe con l’Internazionale del 1964 fondata a Londra da Marx e Engels. Siamo così alla seconda grande questione. E cioè quella riferita ai contrasti politici tra mazziniani e internazionalisti e, tra questi ultimi, al conflitto tra i bakuniniani e i marxisti. Bakunin, che nel 1864 non aveva aderito all’Internazionale, preferendo proprio in quell’anno andare a trovare Garibaldi a Caprera, lui che era appena fuggito dalla Russia dove il mito di Garibaldi era alquanto conosciuto, entra in urto coi marxisti a causa della sua concezione della rivoluzione. Se Marx infatti guardava alla classe operaia come motore del processo rivoluzionario, e all’Inghilterra, patria della rivoluzione industriale, come luogo ideale per farla esplodere, Bakunin guardava al mondo contadino, e dunque all’Italia pre industriale, come paese nel quale fare esplodere le sue insurrezioni. Bakunin si trasferisce per questo nel nostro Paese, si fa mantenere dal ricco Carlo Cafiero che gli permetterà di vivere in una lussuosa villa sul Lago di Como. E ispirerà talune insurrezioni negli anni settanta, a metà tra il romantico, il comico e il tragico. A Bologna, nel 1874, un gruppo anarchico guidato dall’imolese Andrea Costa verrà fermato da poche decine di agenti all’ingresso della città e nel Matese, tra Campania e Basilicata, con Carlo Cafiero ed Errico Maletesta alla guida, una banda anarchica scorazzerà di comune in comune proclamando la proprietà collettiva, arrendendosi anch’esso alle forze dell’ordine dopo una cruenta sparatoria. Gli anarchici furono costretti all’esilio e anche Costa si rifugerà all’estero. La sezione italiana dell’Internazionale era nata nel 1872 e la sua ispirazione era prevalentemente anarchica. Proprio in quell’anno l’Internazionale aveva conosciuto la separazione dei bakuniniani che poi fonderanno la loro Internazionale antiautoritaria. In Italia la confusione tra anarchici e socialisti durerà almeno fino alla svolta di Costa del 1979, che, con la sua “Lettera ai compagni di Romagna”, aderirà al socialismo abbandonando le primitive forme insurrezionaliste e anarchiche. In realtà la commistione durerà di fatto fino al 1892, tanto è vero che al Congresso di Genova per la fondazione del Partito dei lavoratori si presenteranno sia i socialisti sia gli anarchici, fondando poi due partiti diversi con identico nome. Già nel 1871, un anno prima, dunque, della fondazione della sezione italiana dell’Internazionale, Gnocchi Viani si era trasferito a Roma, allontanandosi da Mazzini dopo la condanna della Comune. La diversa considerazione della lotta di classe, a cui Mazzini contrapponeva la sua solidarietà sociale e il suo mondo dei produttori, ma anche il suo ricco tessuto di società operaie, non lo attrae più. Gnocchi Viani resta fedele all’Internazionale. Nel novembre del 1871 partecipa al dodicesimo congresso della Società operaie italiane e si astiene sul passo della solidarietà a Mazzini. A Roma, di fatto, inizia la sua attività sindacale. È correttore di bozze nella Tipografia Richiedei. È promotore della Società dei compositori tipografi. Diventa segretario della Lega operaia di arti e mestieri, aderente all’Internazionale, che dispone di un settimanale, “La voce dell’operaio”. E’ anche incarcerato per tre mesi per cospirazione contro la sicurezza dello Stato. Poi, quando torna in libertà, la Lega è già egemonizzata dagli anarchici. Si sente ormai lontano dal mazzinianesimo, ma anche dall’anarchismo. Nel 1874, mentre si prepara la prima insurrezione a Bologna, Gnocchi Viani polemizza dichiarandosi più vicino al socialismo evoluzionista. Per questo, dopo aver continuato la sua attività come redattore de “Il Tipografo”, alla fine del 1876 Enrico Bignami lo chiama a Milano alla redazione de “La Plebe”, il primo giornale socialista al quale collaborerà lo stesso Camillo Prampolini. Nell’ottobre del 1876 si costituisce la Federazione Alta italia dell’Internazionale su posizioni socialiste. Per Gnocchi Viani la differenza tra anarchici e socialisti deriva dal fatto che per i primi esiste un solo mezzo per la rivoluzione e cioè l’insurrezione, per i socialisti i mezzi sono molteplici. Non escludono l’insurrezione, ma ne considerano altri. Un po’ l’idea più volte formulata a proposito dal giovane Prampolini che, imbevuto più di positivismo che di marxismo, considerava la violenza anche anti storica.

Operaismo e primo socialismo

La terza questione è quella relativa al rapporto tra operaismo e primo socialismo. Teniamo presente il fatto che Gnocchi Viani a Milano, dopo il fallimento dei moti anarchici del 1877 e, nel 1879, il passaggio di Costa al socialismo, è tra i i fondatori nel 1882 del Partito operaio italiano. L’anno prima Andrea Costa aveva fondato il Partito socialista di Romagna che si diede un organo di stampa chiamato “Avanti”, un settimanale col nome di quello tedesco che anticipò di quattordici anni il quotidiano del Psi. Nel Partito operaio emersero dissensi con i cosiddetti operaisti come Croce, guantaio, Alfredo Casati, bronzista, che teorizzavano l’adesione dei soli operai al partito prospettando una visione corporativa dello stesso. Gnocchi Viani non viene per questo presentato candidato alle elezioni del 1882 dal Partito operaio, ma dalla democrazia radicale. Senza essere eletto, peraltro. Il tema dell’operaismo lo vede su posizioni diverse rispetto a quelle classiche di stampo corporativo. Nel 1882, alle prime elezioni con suffragio allargato e collegi provinciali alle quali in diverse forme prendono parte anche candidati socialisti, viene eletto il solo Andrea Costa a Ravenna, primo deputato socialista in assoluto. Per la verità Gnocchi Viani non verrà eletto mai, nonostante si presenti più volte candidato alla Camera. Nel 1886 viene presentato a Reggio Emilia, in coppia con Enrico Ferri, l’avvocato mantovano che aveva difeso i contadini del movimento de “La boje” dei primi anni ottanta. Grande avvocato, grande oratore, Ferri fu un uomo politico ambiguo. Quando aderì al partito, col congresso di Reggio Emilia del 1893, Turati diffidò molto della sua conversione socialista. Ferri fu leader indiscusso del Psi nei primi del Novecento, ma oscillando da un maggioranza coi sindacalisti rivoluzionari di Arturo Labriola nel 1904 a una nuova maggioranza coi riformisti nel 1906. Fu poi favorevole alla Guerra di Libia del 1911, sensibile al riformismo patriottico di Bissolati, poi affascinato dalla figura di Benito Mussolini. Niente di paragonabile alla coerenza e alla lucidità di un Filippo Turati. Nel 1889 Gnocchi Viani inizia a Milano la sua propaganda con l’opuscolo “Le borse del lavoro”, organismo nato in Francia, per la costituzione delle Camere del lavoro in Italia. È certo il protagonista della nascita al Castello sforzesco della Camera del lavoro di Milano nel 1891, la prima in Italia. É tra i membri della Lega socialista milanese nata nel giugno del 1889 su impulso di Turati e Kuliscioff e nel 1892 aderisce al Pdl di stampo socialista contrariamente a Casati e ad altri operaisti che si schierano cogli anarchici. Nel 1890 era stato eletto consigliere comunale a Milano, divenuta ormai la sua città. Dopo la nascita del Partito dei lavoratori, che solo l’anno dopo, col congresso di Reggio Emilia assume il nome di socialista, e solo con quello di Parma del 1895 si chiamerà definitivamente Psi, Gnocchi Viani svolge prevalentemente un ruolo provinciale e comunale, a Milano. Il partito, che era nato sulla base delle adesioni collettive alla luce del ricco tessuto di leghe, di cooperative, di società di mutuo soccorso che l’avevano preceduto e che lo stesso Gocchi Viani aveva contribuito a formare, passa all’adesione individuale. Si formano le correnti di pensiero e di azione politica. I congressi diventano palestre oratorie di scontro politico e ideale, che infiammano i delegati. Gnocchi Viani si sente fuori da queste diatribe e si ritaglia un ruolo marginale. Preferisce tuffarsi nell’avventura dell’attività della Società umanitaria della quale diviene segretario, lavorando poi alla creazione dell’Università popolare che vede la luce nel 1901.

Riformismo e massimalismo

Il quarto tema, e cioè quello dello scontro tra riformismo e massimalismo, vide così Gnocchi Viani in una situazione di scarso protagonismo. Anche l’età avanzata avrà giocato un ruolo in questo suo rifugio a Milano dopo una vita di corsa tra città diverse, tra mestieri diversi, sempre accompagnati da lotte durissime e rischiose. Dopo i governi reazionari di Crispi, di Rudini, di Peloux, dopo la strage dei cannoni di Bava Beccaris del 1898 che costano molte vite umane e la galera anche a Filippo Turati, mentre le leggi liberticide di Pelloux costano il carcere a Camillo Prampolini nel 1899, si apre la fase del dialogo. I gabinetti Zanardelli e Giolitti vengono salutati con sollievo e favore. Grazie all’appoggio parlamentare del Psi si ottengono riforme importanti: il divieto del lavoro per i bambini, la diminuzione a dieci delle ore giornaliere di lavoro, la statizzazione delle ferrovie, il diritto di sciopero e altri importanti diritti civili. L’epopea del riformismo si scontra con il biennio sindacalista rivoluzionario, del 1904-1906, che causa non poche disgrazie ai socialisti, sconfitti in quel periodo in molte amministrazioni comunali e nelle elezioni parlamentari. Poi, dal 1906, il riformismo riprende le redini del partito, con smagliature diverse, fino alla crisi del giolittismo con l’impresa di Libia. Ma già l’anno prima, col congresso di Milano del 1910, una tendenza di sinistra, che vede il suo leader in Costantino Lazzari, e nel giovane Benito Mussolini, che svolge il suo primo intervento congressuale, un suo ardente proselite, si era fatta sentire e la mozione di sinistra che era stata firmata anche da Gnocchi Viani, in nome di un purismo socialista che rimandava al socialismo delle origini. Al congresso di Modena dell’anno dopo, quando già l’impresa di Libia aveva preso avvio, i riformisti entrarono in una fase discendente, con uno scontro acceso tra i cosiddetti riformisti di sinistra, Turati, Treves, Prampolini, Zibordi, e quelli di destra, Bissolati, Bonomi, Cabrini. Anche a Modena Gnocchi Viani si trova firmatario della mozione della sinistra nell’ultimo congresso vinto dai riformisti. La spaccatura delle corrente riformista sarà ancora più accentuata dopo che Bissolati e i suoi si recarono dal re per portargli la loro solidarietà dopo un attentato sventato. Mussolini, al congresso di Reggio Emilia del 1912, presenta l’ordine del giorno che ne decreta l’espulsione. Bissolati e i suoi si trovano, da epurati, costretti a fondare il Psri (Partito socialista riformista) e Turati e la corrente riformista restano in minoranza nel Psi, alla vigilia della prima guerra mondiale e ancor di più dopo le infatuazioni per la rivoluzione bolscevica del 1917 e alla luce di quel nazionalismo post bellico che porterà al fascismo. Osvaldo Gnocchi Viani era però già morto, ottantenne, nella sua Milano, nel 1917, mentre gli austro tedeschi marciavano sulla Lombardia dopo la rotta di Caporetto e Turati invitava anche i socialisti a combattere per difendere la patria.

Mauro Del Bue

Il viaggio di Arlo: la storia di un’insolita amicizia

il-viaggio-di-arlo-spot-tv-francese-wpcf_400x225Dai creatori di “Inside Out”, la Pixar bissa l’esperienza fortunata del valido corto d’animazione per festeggiare i vent’anni. Lo fa con l’uscita de “Il viaggio di Arlo” ed avvalendosi della collaborazione della Disney. Diretto da Peter Sohn e prodotto da Denise Rea, questo nuovo film d’animazione racconta la storia di un dinosauro, Arlo, il più piccolo di tre fratelli, che si ritrova a vivere delle disavventure per imparare il senso della vita. Rimasto solo, ha paura e stenta a crescere, ma dovrà rischiare la vita per poter mettere la sua impronta sul silo dove c’è la riserva di granturco per l’inverno della sua famiglia, che ha una piantagione che tutti insieme coltivano.

Mettere quell’impronta significa riuscire a costruire qualcosa di importante, ma prima dovrà “superare le sue paure per vedere la bellezza che ci circonda”, come gli dice il padre. Se la vita appare quasi una giungla tra cacciati e cacciatori, la famiglia, l’amicizia e l’aiutare chi ha bisogno ed è in pericolo sono le cose che ci rendono degni di mettere quell’impronta. Prima di apprendere tutto ciò, però, Arlo dovrà destreggiarsi tra le insidie della vita, imparare a controllare le sue paure: “non puoi liberarti della paura, ma puoi resisterle”, gli dice colui che potrebbe essere il suo peggior nemico, il più grande pericolo per lui, ma che già ha appreso come “danzare sotto la pioggia mentre si attende che torni il sereno ed esca il sole”, come si suole dire. La tempesta che sembra sconvolgerci e travolgerci a volte, “è una festa” perché può dare “una ri-elevazione” più che una “rivelazione”.

Nel suo viaggio Arlo “morderà” la vita in toto e sarà accompagnato da un amico insolito, che piomba nella sua esistenza inaspettato. Colui che pare inizialmente essere la rovina sua e della sua famiglia, sarà il bene più prezioso, il tramite cui arrivare a comprendere il significato stesso del termine famiglia e il senso più profondo della vita: la solidarietà, la riconoscenza e l’amicizia vera; tanto che i due si difenderanno e sosterranno a vicenda, accomunati dal fatto di essere rimasti soli. Arlo vuole tornare a casa, Spot, il suo nuovo amico, desidera trovare un posto dove restare. “Spot non è in vendita”, grida Arlo. Forse perché riesce ad instaurare una comunicativa implicita straordinaria con questo essere molto particolare, senza parole. Spot non parla, è un cucciolo d’uomo un po’ scimmiottesco, va a carponi come un cagnolino, emette solo grugniti come il Mowgli de “Il libro della giungla”.

Soprattutto, però, sembra conoscere bene la legge della sopravvivenza. Tutto questo forse rende attuale una storia con un dinosauro e ambientata milioni di anni fa. La forza dei sentimenti evidenziata con le immagini. Le scene più belle, infatti, sono senz’altro quelle quando Arlo e Spot disegnano la rappresentazione della loro famiglia e quella in cui da un prato o da un campo di grano si sollevano lucciole: quanta vita c’è nella natura. Se la vita sembra toglierci è anche pronta a restituirci qualcosa di nuovo, sebbene si debba imparare a conoscere il prezzo del dover lasciare andare e separarsi anche dagli affetti a noi più cari, conservandoli nel nostro cuore. Anche per questo Arlo e Spot sono speciali e diversi, dipinti in maniera differente da tutti gli altri animali che abitano nella giungla della vita. Anche un fiume, fonte stessa di vita, può indicare la via giusta verso casa, ma non va preso alla leggera perché nasconde delle insidie. Occorre imparare a riconoscere il pericolo per dominarlo.

I due amici parlano un linguaggio universale, semplice: quello dei sentimenti per cui non occorrono tante parole per capirsi. Quasi che anche due razze così diverse riescano a comunicare e ad essere uniti. Paradossalmente è come se fossero più evoluti i dinosauri, che non sono estinti come i valori che impersonificano, che gli esseri umani.
Dimostrazione di ciò è che, sull’esempio lanciato da “Il viaggio di Arlo”, il 4 dicembre prossimo si terrà a Cuneo, presso lo spazio Biodiversity, uno spettacolo teatrale intitolato “Dinosauri”; ispirato a San Francesco d’Assisi e al poeta Vladimir Majakovskij, è un invito a difendere e riscoprire i valori umani fondamentali.

Tra l’altro nel doppiaggio originale de “Il viaggio di Arlo” (dal 25 novembre al cinema) c’è anche Frances Mcdormand, che interpreta Momma.

Barbara Conti

‘Vivà’ Nenni, un’eroina
senza tempo

Vivà Vittoria NenniVivà era il nome con cui in Francia era conosciuta Vittoria Nenni, terzogenita di Pietro Nenni. Ed è anche il titolo di un bellissimo libro di Antonio Tedesco, appena pubblicato dalla Fondazione Nenni, in cui si racconta la storia di Vivà, dapprima bambina sbarazzina e gioiosa e poi eroina della resistenza francese durante la seconda guerra mondiale. E’ una storia di grande trasporto, in cui l’autore riesce a coniugare episodi storici con momenti di vita vissuta familiare, grazie alle testimonianze documentali ma anche alle fonti orali, quali quella di Maria Vittoria Tomassi, discendente della famiglia Nenni.

Nel 1927 Vivà ha dodici anni. Dopo non poche peripezie, con la mamma e le sorelle raggiunge il padre, esule a Parigi. Il clima in Italia era molto pesante e la scelta di vivere esuli all’estero per chi era esposto politicamente era quasi obbligata: pochi mesi prima a Milano le squadracce fasciste avevano aggredito la piccola Vittoria al ritorno da scuola e poi devastato la casa di Pietro, minacciandone la morte. Arrivata a Parigi, Vittoria vi si ambienta bene: le piacciono le passeggiate nei boulevard con la sorella Vany, le vetrine illuminate, lo studio e la frequenza delle compagne francesi. Vivà era forse, tra le quattro figlie di Nenni, quella meno impegnata in politica. Era giovane e desiderava approfittare della vita e di quanto le offriva Parigi, una città socialmente e culturalmente molto avanzata rispetto alle altre capitali europee che vivevano all’ombra del nazifascismo. A Parigi le donne potevano esprimere la loro personalità,Presentazione libro Vivà Nenni mentre in Italia, ad esempio, prevaleva la retorica e la donna era relegata al ruolo di guardia del focolare domestico. La Francia rappresentava dunque un baluardo di libertà e a Parigi avevano trovato rifugio molti esuli antifascisti. Qui il giornalista Pietro Nenni, pur tra mille difficoltà contingenti, portava avanti la sua battaglia contro il fascismo ed il franchismo.

Poi arriva la guerra. Pietro Nenni à costretto a rifugiarsi nei Pirenei per non cadere nelle mani dei nazisti e lascia alle due figlie Vivà e Vany la gestione della tipografia che, dopo mille sacrifici, era riuscito ad acquistare a Parigi. Vittoria, che nel frattempo si era sposata con l’amato Henri Daubeuf, pian piano inizia a collaborare con la resistenza francese. Alla ragazza sbarazzina subentra, quasi in continuità, una donna che lotta per i principi di libertà. Quei principi che, congiuntamente alle amicizie che aveva coltivato a Parigi, la inducono a mettere la tipografia a disposizione per la stampa notturna di opuscoli e giornali clandestini, trascinando in questa avventura il riluttante Henri. Il principale obiettivo era quello di risvegliare le coscienze, spingendo i francesi a resistere all’occupante. Così come poi puntualmente avvenne, tanto da scatenare la reazione tedesca, decisa, con l’aiuto dei collaborazionisti francesi, a smantellare le reti clandestine di propaganda. In una retata di polizia, fu arrestato Henri e, poco tempo dopo, la stessa Vittoria.

Già in tale occasione, Vivà avrebbe avuto la possibilità di scappare, ma decise di restare accanto al marito, che in seguito morirà fucilato. Nel duro carcere Vivà si ritrova con una serie di prigioniere politiche che, come lei, avevano animato la resistenza francese. Qui ebbe una seconda occasione per sottrarsi all’amaro destino: se avesse rivendicato la sua nazionalità italiana, avrebbe evitato la deportazione. Non lo fece, preferendo restare con le sue compagne. Il peggio, però, doveva ancora arrivare. E così, nel gennaio del 1943, fu deportata ad Auschwitz insieme ad altre 229 prigioniere politiche antitedesche. Con loro condividerà la prigionia, terribile. Dopo appena quindici giorni dall’ingresso al campo, saranno 27 le decedute. Vittoria resiste ed anche nell’orrore di Auschwitz riesce a tenere alto il morale suo e delle sue amiche, tanto da diventare per le stesse un punto di riferimento. Sarà proprio l’amicizia, la solidarietà e l’unità a tenere in vita il gruppetto di otto amiche con cui Vittoria condivide gli stenti e le tragiche difficoltà di quei mesi. Purtroppo, proprio quando sembrava profilarsi un’alternativa ai duri lavori forzati all’esterno del campo, con la possibilità di un lavoro all’interno di una fabbrica, Vittoria si ammala di tifo e si spegne nel luglio del 1943.

Il padre Pietro porterà sempre nel cuore l’angoscia di non aver fatto tutto il possibile per salvare la figlia. Appresa la morte di Vivà dopo la liberazione dei campi, due anni dopo, nell’estate del 1945, Pietro Nenni si tormentava di non aver scritto al nemico-amico Mussolini, con il quale in gioventù aveva condiviso la cella in carcere, per chiedere che la figlia fosse salvata dagli orrori del campo. Avrebbe potuto farlo, ma i suoi principi glielo avevano impedito. Il suo rimpianto fu placato solo quando Charlotte Delbo, francese di origini italiane, la più vicina a Vittoria fra le deportate ad Auschwitz, riferì al padre a guerra finita che Vittoria le aveva lasciato questo messaggio: “Dite a mio padre che ho avuto coraggio fino all’ultimo e che non rimpiango nulla”.

Una storia, quella di Vivà e della famiglia Nenni, di libertà, di solidarietà, di coraggio, di umanità. Una storia che l’autore Antonio Tedesco ha saputo raccontare in modo eccellente, affrescando la narrazione con la descrizione dei luoghi e degli animi dei protagonisti. Grazie anche alle fotografie di archivio, sembra davvero di essere lì, con Vittoria, ma anche con Pietro, Carmen, Giuliana, Vany, Luciana, condividendone le aspirazioni, le difficoltà, i dolori, le angosce. Una storia racchiusa in un libro che non è assolutamente grigio, ma che sprigiona vitalità in ogni pagina. Una storia di grande attualità, che meriterebbe di essere raccontata nelle scuole. Si rifletta su come il fascismo poco a poco, complice anche la legge elettorale Acerbo, abbia occupato il potere e soppresso le libertà, spingendo gli uomini liberi all’esilio, e su come la barbarie, che credevamo ormai confinata alla storia, sta riemergendo sotto altre spoglie. Ma Vivà è anche la storia di Pietro Nenni, un uomo che non si dato mai per vinto e che ha sempre sentito la necessità di dover dare un esempio morale, non temendo le conseguenze per sé e la sua famiglia.

Ed è per queste ragioni che la Fondazione Nenni, grazie anche all’attivo interessamento del Presidente Giorgio Benvenuto, ha promosso la realizzazione di questo libro, recentemente presentato a Roma presso la sede nazionale della UIL. La Fondazione Nenni ha inoltre in serbo per il prossimo anno una serie di iniziative tese a celebrare la figura di Pietro Nenni come padre della Repubblica Italiana e l’apporto dei socialisti alla Carta Costituzionale. Oltre al consueto premio giornalistico, sarà infatti ripubblicato con commenti un libro autobiografico dello stesso Pietro Nenni, in cui il leader socialista descrive gli anni della fanciullezza, che tanto peso avranno poi sulle sue scelte di vita. Un ulteriore passo per dare continuità nel tempo a quegli ideali di libertà, fratellanza e solidarietà di cui Pietro Nenni e la figlia Vittoria sono stati fulgidi esempi.

Alfonso Siano

Orozco-Estrada
giovane bacchetta
tra passato e futuro

orozcoChi applaude al termine di un concerto si domanda che significa quando i musicisti battono i piedi sulla pedana e percuotono con gli archetti le corde dei violini, soprattutto alle ultime uscite del direttore o del solista, prima che tutto ridiventi tranquillo e il pubblico sciami verso le uscite ammaliato, trasognante, quasi estatico.

Questa domanda, alla quale si può dare plausibile risposta anche senza interrogare qualcuno, è il risultato di una conduzione impeccabile, senza sbavature che il maestro Andrés Orozco-Estrada (colombiano classe 1977) ha regalato al pubblico il 28 novembre scorso (repliche lunedì 30 novembre – martedì 1 dicembre) alzando la bacchetta sull’Orchestra e Coro dell’Accademia di Santa Cecilia. Il programma impagina la Passacaglia di Anton Webern (Vienna 1883 – Mittersill, Alpi Salisburghesi, 1945), i Salmi di Alexander Zemlinsky (Vienna 1871 – Larchmont, New York 1942) e Vita d’eroe di Richard Strauss (Monaco di Baviera 1864 – Garmisch 1949).

Da tempo ospite fisso dell’Accademia, il Maestro è inserito nel programma che vede giovani talenti, direttori, compositori e solisti confrontarsi con i mostri sacri del passato che, negli ultimi trecento anni, hanno scandito tutta la storia della musica.
La “Passacaglia” mancava da Santa Cecilia dal 2003, diretta da Daniele Gatti. Questo ritorno al Parco della Musica di Roma è stato un avvenimento auspicato anche per i “Salmi”, dei quali l’ultima esecuzione romana è del 2004 con Vladimir Jurowsky.
Per la sinfonia Vita d’eroe di Richard Strauss, che ha aperto e chiuso la seconda parte, sono molteplici le rappresentazioni nella capitale. Nel 1909 fu diretta dallo stesso Strauss, per arrivare a quella del 2012 con sul podio ancora il giovane colombiano.

I circa 50 minuti della sinfonia straussiana, op. 40, sono stati intensi, coralmente espressivi, con intermezzi emozionanti e ben interpretati dal violinista Roberto Gonzáles-Monjas che ha suonato un Giuseppe Guarnieri del 1710.

Vita d’eroe fu concepita dal compositore tedesco tra il 1897 e il ’98 insieme al Don Chisciotte, formando con quest’ultimo un dittico sulla figura dell’“eroe”, nel concetto romantico dell’idealista e dell’artista sognatore e guerriero. In questa composizione, viene annotato, come “la musica, pur con l’eloquenza sonora che essa ostenta in alcune pagine che esaltano il ‘grand’uomo’ incompreso dal mondo, non ha nessun segno del malumore estetizzante o dello spiritualismo che oggi avvertiamo in molti lavori tardoromantici”.

Alcune assonanze con Wagner in questa sinfonia sono quasi d’obbligo, ma gli applausi finali e il rumore forte e ritmato di suole sulle tavole del palcoscenico hanno fatto percepire a tutti una grande serata ed una scelta vincente tra passato e futuro, ancora tutta da esperire.

Guerrino Mattei

Portogallo. Costa conferma l’impegno in Europa

costaL’allarme Portogallo non esiste. Nonostante il terrore post voto diffuso dal centro-destra e dal presidente della Repubblica Aníbal Cavaco Silva, Lisbona non abbandonerà l’Unione Europea. Ad affermarlo è il neo-premier socialista, António Costa, in occasione della sua prima partecipazione ad un Consiglio Europeo.
Secondo il Primo Ministro, accolto dal presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, l’impegno del Portogallo nelle istituzioni comunitarie, è chiaro e non in discussione.

“Ho fatto in modo che la meta del mio primo viaggio all’estero fosse proprio l’Unione Europea”, ha dichiarato Costa in occasione del vertice di Bruxelles, per ribadire ciò che è ovvio: l’Unione è un investimento strategico, fondamentale. Nel processo di integrazione europea, il governo portoghese, da quando nel 1976 Mario Soares chiese l’adesione all’UE, ha avuto una posizione costante e continuerà ad averla, ovviamente, sempre in prima linea.

Si mettono a tacere così mesi di polemiche dovuti soprattutto alla presenza del Bloco de Esquerda tra i partiti della maggioranza. Il Bloco, infatti, raccoglie in coalizione istanze marxiste e trozkiste, mettendo fortemente in discussione la partecipazione portoghese alle istituzioni comunitarie ed atlantiche.

La riaffermazione del ruolo europeo della nazione lusitana è una vittoria di Costa e del Partido Socialista, che afferma così sin da subito la propria egemonia sulla coalizione di governo, dando un forte segnale agli alleati. Dopo il merito di aver raggiunto accordi impossibili per riuscire a formare il governo, la scommessa più grande del neo-premier sarà quella di riuscire a tenere ancora alle corde la sinistra comunista. La presenza acclamata al Consiglio Europeo è il primo importante passo in questo senso.

Giuseppe Guarino