domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Allons Enfants
Pubblicato il 20-11-2015


Loro sono giovani criminali europei. Questo sono, e definirli altrimenti non ci aiuterebbe a decifrare il venerdì nero di Parigi. Non più di quanto quarant’anni fa poteva servire una sofisticata analisi delle teorie rivoluzionarie dietro alle quali si nascondevano gli assassini di Aldo Moro e della sua scorta. Vili azioni criminali da perseguire, senza dispute dottrinarie, laicamente, senza teatralità o frasi storiche. E senza cadere nella tentazione emergenziale.

    All’epoca, contro le Brigate Rosse fu messo in campo, sul piano culturale, il “pensiero debole”, che scalzò l’egemonia marxista e agevolò il “riflusso”. Nel nostro “quotidiano” di allora ogni rigida serietà divenne oggetto di minuziose pratiche ironizzanti. L’allentamento delle strutture sociali “forti” subì un’ulteriore spinta. E così, dieci anni dopo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, verso la fine degli anni Ottanta, i brigatisti apparvero a tutti come residuati di arcaiche glaciazioni novecentesche: tragici prigionieri di una fiaba idiota, fatta di chiasso e furore che non significava più nulla.

    Però, da allora il rilasciamento dei costumi e un certo edonismo militante ci accompagnano… In origine questi fenomeni furono attribuiti alle responsabilità del Governo Craxi e del nuovo corso socialista… Qual enorme sopravvalutazione! La “società liquida” ha continuato a liquefarsi anche dopo l’inabissamento del PSI e dell’intera Prima Repubblica. I mega-trend planetari procedono imperterriti, né si curano dei nostri governi, partiti, correnti e sottocorrenti.

Oggi il fenomeno terroristico globale produce, al ritmo di circa due attentati all’ora e migliaia di morti l’anno, una carneficina permanente. Ce ne accorgiamo solo se e quando questo fenomeno percuote le nostre città.

    Nelle nostre città, secondo Rossana Rossanda, gioca un ruolo importante il disagio sociale: integrazione è spesso sinonimo di frustrazione. Molti giovani musulmani europei si vedono progressivamente defraudati delle loro chances a causa delle diffuse discriminazioni che essi subiscono e che si ricombinano con la lunghissima crisi economica in atto, gran fomentatrice di xenofobia.

    Ma c’è un “ma”.

    I terroristi di oggi “non sono i dannati della terra. A giudicare dai casi passati non sono neppure i più poveri”, riflette Rossanda: “Non posso pensare che siano tutti mussulmani integralisti che si fanno uccidere perché sarebbero accolti da bellissime vergini. È un fenomeno che nel ‘900 non c’era, e c’è la necessità di capire come e perché avviene”.

    Se, come suggerisce la psicoanalista Elisabeth Roudinesco, proviamo a scindere la nozione di “disagio sociale”, inteso in senso strutturalmente economico, da una dimensione di horror vacui, ciò che ci si configura sul monitor è un’immagine di panico terrore: “Il terrore di perdere la famiglia, il padre, la nazione, tutto”.

    Ecco allora una doppia simmetria tra polarità esteriormente contrapposte, ma intimamente alleate: la simmetria “islamismo vs. razzismo” e la simmetria “disagio sociale vs. horror vacui”.

    Che islamismo e populismo siano due facce della stessa crisi dovrebbe apparire assolutamente chiaro a chiunque. Basta rendersi conto che il voto popolare francese (ma non solo francese) tende a smottare tutto a destra: “Marine Le Pen ha surrogato i valori di sinistra sostituendoli con dei falsi. È questa la nuova peste politica che non a caso si nutre e prende forza da ogni attacco dell’islam radicale. Si fanno forza l’un con l’altro”, ragiona Roudinesco.

    L’escalation delle due estreme destre opposte-e-alleate – il fondamentalismo islamico e il populismo europeo (laddove quest’ultimo coincide per lo più con il tradizionalismo cristiano) – contiene un “minimo comun denominatore” che lega entrambi i fenomeni a un totale, violento rifiuto dello Stato laico. Ché quest’è la Francia nell’immaginario collettivo di tutti noi: lo Stato laico per antonomasia.

    Agli occhi di ogni teologia politica fascistoide, il pluralismo delle opzioni, delle preferenze e delle inclinazioni personali – costituzionalizzato dopo il 1945 secondo un principio fondamentale di intangibilità della dignità umana – viene percepito come vettore di una vera e propria dissoluzione nichilistica (beninteso, il nichilismo avanza al galoppo nelle nostre società, ma certo non a causa dal rispetto, lacunoso, dei diritti umani).

    Insomma, non siamo davanti soltanto al problema di un’integrazione fallita, quindi, ma anche a quello di un simmetrico rifiuto verso qualsiasi integrazione. Questi “sparano perché hanno paura dell’integrazione”, conclude Roudinesco: “resistono a modo loro”, reagendo in modo inaccettabile all’horror vacui di un modello sociale a sua volta assurdo, imperniato com’è sull’individualismo più sfrenato e insofferente di ogni remora.

    Come scacciare l’immagine nietzschiana dell’Uomo folle che irrompendo sulla piazza del villaggio globale nell’era del suo sfarinamento relativista a propulsione turbo-finanziaria per proclamare che Dio è morto?

   Consideriamo che – se Dio è morto, se tutto è permesso, se ogni perentorietà viene edipicamente sospinta verso un “oltre” indefinito e angosciante – allora dietro l’angolo ci aspetta una nuova weimarizzazione delle Grandi Insicurezze europee.

    Questo, e non l’Isis, pare a me il nostro problema più serio. Perché la destra estrema – nelle due componenti predette – ha buon gioco a rivendicare il ritorno del Padre Padrone, sia esso inteso nel senso del tradizionalismo europeo sia in quello del fondamentalismo jihadista. Ovviamente, non ci sarà alcuna restaurazione patriarcale, ma in compenso l’escalation tra i rivali-alleati – populisti e islamisti – rischia di trascinarci in una conflagrazione assolutamente psicopatica.

Molti commentatori in questi giorni inneggiano alla “guerra”, non però gli esperti di questioni strategiche e geo-politiche: «La bandiera nera non sventolerà in Piazza San Pietro né in nessuna capitale occidentale. Il nostro destino dipende da noi. I terroristi suicidi vogliono spingerci al suicidio civile e politico, alla “guerra santa”». Così riassume i termini della questione Lucio Caracciolo.

    Bando, dunque, alle retoriche militariste. E bando alle doppiezze: a quelle della “famiglia sunnita di stampo waabita” (Emma Bonino), ma anche a quelle di molti altri Paesi che vendono armi e comprano petrolio dall’Isis (Giovanni Salvi).

    Né l’intera Europa né gli USA né la NATO possono uscire vittoriose da un terzo conflitto mesopotamico (che per altro è esattamente ciò a cui puntano gli strateghi islamisti). Se Obama, Putin e Hollande si coordineranno, in tempi ragionevoli il “Califfo” sarà messo in ginocchio (Romano Prodi). L’Occidente deve solo evitare di colpire le popolazioni civili inermi. Una ricomposizione della guerra civile siriana è ormai alle viste, dopo il “passo indietro” preannunciato da Assad.

    Nel nostro Continente dobbiamo del pari guardarci dalla cultura dell’emergenza (Sergio Romano), coordinare i servizi d’intelligence (Enrico Letta) e sconfiggere il razzismo (Bernard-Henri Lévy).

    E la Francia, dove nacque l’esercito di leva della Rivoluzione, può procedere oggi a una trasformazione di quel glorioso ideale del patriottismo democratico: la promozione di un “esercito del lavoro” europeo capace di prosciugare la disoccupazione fornendo a tutti i giovani occasioni di esperienza e apprendimento finalizzate ad aggredire in positivo le sfide globali.

    Come sostiene Jacques Attali, l’Europa può ritornare grande se sceglie la grandezza dell’altruismo, se indica al mondo una via d’uscita dall’attuale crisi, una via diversa dal conflitto di civiltà, nell’accudimento dell’ambiente, nella solidarietà sociale e nell’accoglienza dei migranti che continueranno comunque ad approdare alle nostre frontiere.

Andrea Ermano
L’Avvenire dei Lavoratori

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