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Opinioni e commenti
 

13 novembre. Per favore, non parliamo di guerra
Pubblicato il 17-11-2015


Ma davvero gli attentati a Parigi del 13 novembre sono una guerra? No, sono episodi efferati di terrorismo e a definirli ‘guerra’ si rischia solo di dare partita vinta a tavolino a chi li ha progettati e condotti a termine.

Qualche settimana prima dell’intervento Usa in Iraq, sul quotidiano ‘The Times’ venne pubblicato un paginone con 30 interviste a 10 esponenti politici, dieci religiosi e dieci militari. A tutti venne posta la stessa domanda: fare o non fare la guerra? I più prudenti e ragionevoli erano i militari.

Di che stupirsi? Sono loro che vanno a fare la guerra sul serio e sono loro i primi a verificare la distanza esatta tra le parole e la realtà.

Quelli più disponibili a dare la parola alle armi erano, e sono, gli esponenti del clero; d’altra parte loro sul campo di battaglia non ci vanno mai e tutt’al più si preoccupano del superlavoro che gli tocca con la gran quantità di anime dirette all’al di là.

In mezzo, un po’ di qua e un po’ di là, i politici; forse più attenti ai sondaggi demoscopici o forse preoccupati di trovare una via di uscita ragionevole.

Un’impostazione che si ripete anche oggi. Abbiamo un Papa che è stato il primo a dirci che è in corso la terza guerra mondiale il che equivale a dire: armiamoci e partite.

A ruota qualche politico, soprattutto quelli schierati a destra, che vedono il conflitto, la guerra, col contorno di massacri e odio, come la manna dal cielo perché è per loro il terreno ideale per raccogliere consensi. Sono maestri da sempre in quest’arte: da Nethanyau a Orban, coltivano la paura perché è su questa che costruiscono il loro potere. E non c’è neppure tanto da stupirsi, ma forse da rammaricarsi, se il socialista Hollande è caduto nella trappola. Il presidente più scolorito della storia francese ha la destra di Marine Le Pen alle calcagna; teme di non arrivare neppure al ballottaggio alle prossime presidenziali, e pensa così di poter arginare la valanga razzista e xenofoba che inquina anche la Francia.

Eppure chi usa così facilmente la parola ‘guerra’ dovrebbe pur rendersi conto che esacerbare gli animi, assecondare l’odio razzista di chi stabilisce un nesso di ‘civiltà’ tra islam e terrorismo, equivale a preparare un conflitto civile aperto che l’Europa avrebbe già perso in partenza.

Durante la seconda guerra mondiale, la civilissima e liberale America, buttò nei campi di concentramento dopo averli privati di ogni avere, italiani e giapponesi, colpevoli di nulla, ma solo di appartenere formalmente a due nazioni con cui erano in guerra perché avrebbero potuto trasformarsi in una quinta colonna di ‘nemici’ in casa.

Immaginate cosa accadrebbe a una Francia che ospita 6 milioni di musulmani. O anche all’Italia che ne conta almeno un milione. Non avremmo neppure il posto per fare campi di concentramento così grandi. E poi per farne cosa, gasarli, incenerirli? O tenerceli ad libitum?

Lasciamo Feltri (quello dal titolo ‘bastardi islamici’) e Salvini, per qualche lettore e qualche voto in più, a rimestare in questo fango e diamo piuttosto una mano a chi cerca di spiegare che il problema serio è la mancata o insufficiente integrazione degli immigrati, musulmani o meno. È la disoccupazione al 40% nelle banlieu parigine che alimenta le acque putride in cui pescano in Francia i reclutatori dell’Isis.

E noi più che costringere i bambini musulmani a mangiare il maiale nelle mese scolastiche in nome della nostra ‘superiore civiltà’ o a celebrare gli ultimi deliri della Fallaci, chiediamoci come convincere gli Stati feudali del Golfo a non finanziare il terrorismo.

Anche a Parigi c’è comunque chi spiega che al terrorismo si risponde così come facemmo noi con quello nero e rosso degli anni di piombo.
Il premier francese Manuel Valls, ha avvertito i suoi concittadini che il problema non si risolverà dall’oggi al domani, che il terrorismo verrà combattuto in ogni modo, ma che dovranno abituarsi a conviverci per un po’. Un esempio di sano e onesto realismo dal Paese che con ‘liberté, égalité, fraternité’ ci ha dato la linfa della democrazia.

Altrettanto ragionevole e intelligente è stato però anche il nostro Presidente del Consiglio: “Sono molto prudente sulle parole. Capisco chi utilizza la parola guerra ma io non la uso”.

Già, a che serve dire che siamo in guerra? L’Isis non aspetta altro che veder schierato un esercito di ‘infedeli’ per chiamare tutto l’Islam alla difesa della propria terra. A che serve dire che è in corso uno ‘scontro di civiltà’? A mettere fuori legge l’altra? A stabilire una graduatoria di ‘civilizzati’ a cui assegnare lavoro, sanità, istruzione, case …?

Dire che la guerra è in Europa è come dire che siamo già stati sconfitti, che non abbiamo saputo tradurre in cose concrete i nostri ideali oppure … che erano sbagliati.

Carlo Correr

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Commenti all'articolo
  1. Certo si deve fare “tutto il possibile” per risolvere la situazione. Questa però è una vera “guerra” portata avanti con atti di terrorismo e non si può non vedere che quello che è successo a Parigi è guerra. Personalmente ho paragonato i fatti di Parigi a Marzabotto, allora bruciarono vivi circa cinquecento persone oggi ne hanno uccise solo 132 e 300 feriti soltanto perché non sono riusciti ad entrare nello stadio. Lo stadio era il loro obiettivo perché se fossero riusciti a farsi esplodere le vittime sarebbero state molte di più. Seguiamo la situazione e invitiamo i nostri concittadini a comportarsi di conseguenza: prudenza, vigilanza e collaborazione con le forze dell’ordine.
    P.S.: venerdì 13 ero a Parigi in albergo fortunatamente.

  2. Il terrorismo va combattuto in ogni modo. Dal G2O di Antalya e’ arrivato il messaggio “uniti contro l’ Isis”. E’ vero che siamo una societa’ vulnerabile ed e’ per questo che i terroristi vogliono un mondo diverso ma non per questo si debba parlare di guerra. SIamo una societa’ aperta e questa situazione porta a delle chiusure e a una restrizione della liberta’. Aumenta la psicosi ma aumenta la sicurezza. Non e’ condivisibile che si usi il termine “guerra” anche se la questione militare e’ molto complessa.La risposta della Francia all’ indomani dell’ eccidio avvenuto e’ comprensibile. Se lì occidente dovesse decidere diversamente, sia chiaro che la guerra non la vince.L’odio etnico e religioso produrrebbe altro odio e vendetta. A monte del problema – che condivido – e’ “la insufficiente integrazione degli immigrati e la disoccupazione al 40 % che alimenta nelle acque putride in Francia in cui pescano i reclutatori dell’ Isis ” Infine, dichiarare guerra “si o no ” verrebbe da chiedersi chi sono i nemici e chi gli amici “.Chi li combatte ? Usa e Russia ? Lo scenario e’ colmo di contraddizione e mi fermo qui’. Questa sera la Nazionale Francese ha giocato ugualmente e la vittoria piu’ grande non era quella sul campo ma il fatto che abbia giocato lo stesso. Importante, per continuare nelle azioni quotidiane, non perdere le abitudini per non alimentare la paura.

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