sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

“A norma di legge
sale ‘giochi’ e tabacchi”
Pubblicato il 20-11-2015


Slot machine-Nencini-PsiAbbiamo inserito nella nuova Legge di stabilità una parte dedicata alla regolamentazione del gioco: un atto dovuto, perché “ce lo chiede l’Europa!”. Siamo molto preoccupati per la crescita dei consumatori abituali, quelli che non conoscono l’assuefazione del “gioco” nei “sale e tabacchi” di ultima generazione, i casino’ de’ noantri. Una crescita costante degli ultimi anni che procede parallelamente all’aumento della povertà.

La drammatica crisi finanziaria ha partorito un nuovo mostro della società contemporanea: la dipendenza dal gioco.

Ricordate le tabaccherie degli anni Cinquanta? Ma sì, quelle con la scritta “Sali e tabacchi”. Quando timidamente la signora Pina si recava con il capo chino in tabaccheria, comperava del sale perché in quegli anni non c’erano ancora i supermercati e, qualche volta, le sigarette per il marito. Oggi, invece, Maria e Giovanna sono due clienti disinvolte del bar sotto casa dove abitano da tempo. Giovanna è una signora italiana di mezza età, casalinga a forza perché cassaintegrata; ogni giorno sputtana un po’ del salario di suo marito per giocare alle slot machine e anche al gioco del lotto: il suo sogno è di poter vincere i soldi per il parrucchiere e magari comperare l’ultimo modello di iPhone che, con il naso schiacciato sul vetro del negozio della via accanto, guarda tutte le mattine mentre passa per andare dal fornaio. Maria, invece, è una ragazza polacca sulla trentina, lavora in una ditta di pulizie e deve crescere Luca, suo figlio. Per “arrotondare” i suoi tre euro l’ora, tanto prende dalla cooperativa per cui lavora, nella speranza di dare a Luca un futuro e soprattutto un presente più dignitoso. Gioca quotidianamente due ore del suo duro lavoro. Di rado vince, anzi, quasi mai; infatti il più delle volte se ne va a lavorare a stomaco vuoto perché si è giocata la colazione.

Sono storie di vite ai margini della società del “benessere”, tanto per usare un eufemismo. Vite ai margini ma tutt’altro che marginali.

Nel neorealismo di “Mamma Roma” Anna Magnani e’ una prostituta disposta a sacrificare la sua vita pur di assicurare a suo figlio un futuro differente dalla nuda vita “de borgata”. Da quegli spazi, quei luoghi e quelle relazioni sociali che il boomeconomico aveva completamente dimenticato di toccare; a dire il vero non le aveva proprio viste. Oggi non esiste più un luogo incontaminato, non scalfito dall’azione trasformatrice dell’economia finanziaria. “Treno Italo” si chiama questa diavoleria della modernità, viaggia velocissimo di stazione in stazione e inghiotte paesaggi, cose, città e persone. Avanza gagliardo e affetta l’aria come la spada di un Samurai, con buona pace di chi non ce la fa a stargli dietro, di chi non riesce a seguire la sua velocità e i suoi fendenti. Quest’ultimi arrancano per mettere insieme il pranzo con la cena. Non assomigliano agli operai dalle mani callose, i “fuochisti delle fornaci di mattoni”: oggi reperti archeologici, ieri protagonisti della ricostruzione del dopoguerra che partivano da paesini dai nomi sconosciuti per far fortuna in città. Non sono nemmeno le facce “arrabbiate” dei ragazzi di borgata e degli accattoni dei film di Pasolini. Sono, invece, uomini e donne di tutti i giorni, spesso anche di diversa estrazione sociale, che vivono nelle nostre città e che incontriamo ogni mattina nei bar e nelle tabaccherie sotto enormi palazzi scrostati. Cosa hanno in comune? Il bisogno di rincorrere “Treno Italo”, il sogno di un benessere a portata di mano, o meglio della loro mano che spinge il bottone di un video poker, che strofina con foga un “gratta e NON vinci” o che riporta una giocata con i numeri di un sogno rivelatore. Ma nell’inseguire “Treno Italo” finiscono spesso per esserne sopraffatti, schiacciati sotto le sue rotaie.

Ci sono milioni di persone come Maria e Giovanna che, per correre verso il miraggio di un facile guadagno, rimangono imprigionate e vittime di un meccanismo di dipendenza, oggi noto anche alla psichiatria con l’acronimo di GAP “gioco d’azzardo patologico”. Perdono ingenti somme di denaro, si indebitano, compromettono irrimediabilmente la loro salute psichica, si mettono in pericolo e rovinano la vita loro e dei loro cari pure.

Ci è sembrato necessario agire su una materia così scottante e delicata, nei confronti della quale era urgente da parte delle istituzioni tutelare, fuor di retorica, quella parte di cittadini più fragili. Ma caspita quanto è difficile! Ci siamo limitati esclusivamente a regolamentare il “gioco” per combattere il “sommerso illegale”. In che modo? Legalizzandolo! Ovvero, in altri termini, liberalizzando le concessioni per offrire più opportunità agli sciacalli della speranza, ai vampiri, agli usurai delle vite delle tante Marie e Giovanne del nostro bel Paese. Si tratta degli stessi individui che fino a ieri operavano all’oscuro, mentre oggi lo Stato, consente di esercitare le identiche attività alla luce del sole. Infatti, non è forse lo stesso Stato a detenere, come per i sali e i tabacchi, il monopolio?

Solo se assunto in gran quantità il sale fa male, soprattutto per chi ha la pressione alta; il tabacco nuoce molto di più alla salute, anche se ormai campagne di sensibilizzazione ne scoraggiano il consumo. E il gioco? Il gioco no! Il gioco abbiamo deciso di incentivarlo, aumentando le opportunità di consumo attraverso lotterie, gratta e NON vinci, sale gioco, un bingo a destra e pure uno a manca sparsi su tutto il territorio nazionale e, come se tutto ciò non bastasse, ora anche le nuove concessioni. Maria e Giovanna, intanto, continuano a giocarsi la vita.

Sen. Enrico Buemi Dott. Angelo Santoro

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