domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Alla guerra come alla guerra?
Pubblicato il 23-11-2015


Mi è venuta alla mente in questi giorni una frase che ho sentito tanti anni or sono da Francesco De Martino, che era un eccellente oratore, oltre che uomo di profonda cultura: “Nelle avversità si manifesta la forza morale degli uomini, se essi hanno coraggio”. Sembra scritta da Tacito. Non v’è dubbio che, dopo il 13 settembre a Parigi, le democrazie occidentali e l’intera comunità internazionale debbono affrontare la più drammatica “avversità” dal 1945 ad oggi.

Mi è vento spontaneo completare così la massima: “Il coraggio e la forza morale sono essenziali quando si tratta di persone investite di alte responsabilità istituzionali”.

Fissati questi punti di orientamento, mi sono domandato se il capo del nostro governo, ma anche i governanti le maggiori potenze europee agiscono in questi giorni applicando questo principio.

Da Londra arriva ora la sola risposta affermativa. Solo gli inglesi non si limitano a cantare La Marsigliese negli stadi.

Per tutti gli altri soci dell’Unione Europea resta vero quanto ha scritto icasticamente Paolo Valentino sul Corriere della Sera del 19 novembre: “Nella guerra all’ISIS la Francia è sola in Europa. E la Marsigliese non può bastare.”.

Anche il nostro Presidente del Consiglio, che pure ha fama di decisionista, si distingue per prudenza. Nel frattempo le cronache danno notizia che sono in preparazione nuovi simposi politici alla “Leopolda” e che il PD sta organizzando nuovi “banchetti”.

Dall’Europa dunque è arrivata, al cospetto di questo drammatico tornante della storia, la delusione maggiore.

Il Presidente della Repubblica di Francia ha preferito invocare la clausola della solidarietà difensiva prevista nel Trattato dell’Unione Europea, anziché quella contenuta nello statuto della NATO. Una decisione comprensibile, se si tiene presente che essa consente più agevolmente la cooperazione, anche militare, con la Russia di Vladimir Putin; che infatti è oggi il solo alleato in guerra della Francia. “Come contro Hitler”, ha efficacemente chiosato l’ex capo del KGB : una sottolineatura politicamente accattivante.

A questa istanza di “cobelligeranza” ha invece fatto riscontro il lento avvio del soccorso dell’Unione Europea, reso esplicito nella dichiarazione protocollare dell’Alto Rappresentante dell’UE, Federica Mogherini, che rimanda ad accordi bilaterali fra gli Stati dell’Unione e la Francia.

Il Presidente della Commissione Jean Claud Juncker avrebbe avuto l’occasione per dar prova della sua statura di statista-guida del Vecchio continente. Ma non lo ha fatto. Anzi, dopo una settimana dall’eccidio di Parigi, non ha ancora convocato la riunione dei Capi di Stati e di Governo dell’Unione.

Ma non basta; non risulta che il Parlamento Europeo si sia riunito in solenne seduta, per chiamare alla guerra a fianco della Francia gli Stati membri.

Il ritmo dei vertici e delle decisioni dell’U.E. è al rallentatore. Non solo non c’è l’Esercito Europeo che invocavo quando, tanti lustri or sono, ero Ministro del secondo Governo Craxi, ma non esiste neppure un Intelligence Service Europeo.

Purtroppo, anche nel Parlamento italiano non c’è stato un dibattito all’altezza dell’ora grave ed un pronunciamento di solidarietà attiva, anche militare, alla Francia.

Siamo dunque costretti ad ammettere: “Meno male che Putin c’è”; senza dimenticare che il suo è un neo-zarismo di intonazione proto-sovietica. E tuttavia, come dimenticare il realismo di Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill che si allearono con Stalin per liberare il mondo dal nazismo?

Leggo sui giornali che Renzi è accusato di “andreottismo”. Il paragone mi sembra inappropriato. Giulio Andreotti, certo, era assai prudente, sapeva dialogare con il mondo arabo e, particolarmente, con Arafat, ma non ha esitato ad assecondare Craxi al tempo, glorioso per l’Italia, di Sigonella.

La verità è che incide negativamente sul corso di questi drammatici eventi l’obsolescenza di Barak Obama come leader delle libere democrazie dell’Occidente. È un’eclissi che prende avvio dal fallimento sostanziale della guerra irachena contro Sadam Hussein, un errore ammesso a posteriori da Tony Blair. Purtroppo questo vuoto di leadership non è stato colmato dall’Europa.

Ho letto con attenzione l’editoriale del mio amico Enrico Cisnetto sulla rivista “Terza Repubblica”, come sempre accortamente motivato, che elogia la “prudenza” del nostro governo.

E tuttavia non mi hanno convinto gli argomenti messi in campo. Il primo è di diritto internazionale “bellico”: non è lecito dichiarare guerra contro i terroristi che non sono soldati e non hanno uno Stato. Mi pare una tesi debole, giacché è sempre lecito organizzare una “guerra giusta” (uso il lessico del famoso trattato di Michael Walzer) contro chi ti aggredisce ed è dotato di una sua base territoriale certa. Ed è del pari ininfluente che alcuni dei terroristi siano diventati cittadini europei; neppure mi convince l’evocazione della drole de guerre del 1940.

La mia convinta opinione è che l’Italia debba coerentemente assicurare la solidarietà anche militare alla Francia di Holland e chiedere che gli altri Stati membri dell’Unione facciano altrettanto. Così sta facendo l’inglese Rod Cameron; così avrebbe fatto sicuramente Bettino Craxi, lo statista che non esitò, in collaborazione con Francesco Cossiga, a far approvare dal Parlamento l’installazione degli euro-missili quando l’Unione Sovietica puntava sulle nostre città i suoi missili SS20.

E’ anche tempo di decidere in che modo l’Italia parteciperà alla guerra in corso contro il Califfato. Pare quasi inevitabile che saremo chiamati ad assumerci un compito militare non irrilevante in Libia, che è a poche miglia dalle nostre coste. Eugenio Scalfari, nel suo editoriale di domenica, ha dato a Renzi un consiglio che a me pare giusto: l’Italia si assuma il compito di allestire i campi di accoglienza ed identificazione dei migranti provenienti dai Paesi sub-sahariani. Un obiettivo che comporta l’occupazione manu militari di una parte della Libia. È il minimo che ci si può richiedere. Le mie conoscenze dell’apparato militare rimontano al ’94, ai tempi della spedizione dell’ONU in Somalia. E tuttavia sono fiducioso che le nostre Forze Armate saprebbero svolgere questo compito con coraggio ed onore.

Fabio Fabbri

 

 

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