sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Antirenziani, manuale
di sopravvivenza
Pubblicato il 13-11-2015


In sé e per sé, l’”antismo”- leggi l’ostilità viscerale nei confronti di una personalità politica – è sempre stato praticato nel nostro paese; e senza effetti collaterali negativi – disturbi emotivi, danni nei rapporti interpersonali, turbe di carattere paranoico nei rapporti con la realtà- nei suoi adepti, individuali e collettivi.

Nel caso di Renzi, invece, questi effetti collaterali si manifestano eccome: e, particolare interessante negli antirenziani; specie cui mi onoro di appartenere. E di questi voglio offrire testimonianza; fino a suggerire possibili rimedi. Pochi cenni sui disturbi emotivi. Legati all’esposizione permanente del personaggio, sempre pronto a “spararsi una posa”, cioè ad atteggiarsi in tutto ciò che dice e che fa. Penso ai tweet intrisi di saccente bullismo; al suo attaccare briga con i deboli. Penso alla faccia e al “petto in fuori pancia in dentro”. E mi fermo qui. Perché a questi effetti collaterali c’è un rimedio: spegnere la Tv, limitandosi alle trasmissioni sportive, ai gialli e a Rai storia.

Una pratica semplice. Ma che interferisce anche sui rapporti interpersonali. Leggi meno i giornali, quando non li leggi affatto. Selezioni le tue frequentazioni sulla base del loro giudizio su di Lui; non reggi una conversazione con chi la pensa diversamente da te; sei soggetto a improvvisi scoppi d’ira con i familiari che ti guardano preoccupati. E, piano piano, senza accorgertene, scivoli nella paranoia; là dove il tuo male acquista una dimensione collettiva e, dobbiamo dirlo, una dimensione politica complessivamente negativa.

Gigantismo e disfattismo; con annessa perdita della capacità di reagire. Questi i suoi principali aspetti.

Il gigantismo è la proiezione di Lui su di un grande schermo fino a far scomparire tutto il resto. Lui è dappertutto; o più esattamente dietro a tutto. Lui può tutto. La storia comincia con Lui; perché prima di Lui non c’era niente e nessuno. Non c’è storia dopo di Lui; perché dopo di Lui non ci sarà nulla e nessuno.

E allora non ci resta che sperare in qualche Evento esterno. Nello Scandalo che lo coinvolgerà direttamente. In qualche calo del Pil (ci contentiamo del meno 0.1% ); nelle fabbriche che chiudono; in qualche calamità naturale (versione moderna del “piove governo ladro”…); nell’Europa che torni a fare la faccia feroce. E, per carità di patria, mi fermo qui.

Un segnale di impotenza politica; questo è certo. E, del resto, l’impotenza politica è l’immagine che, di sé, da l’opposizione parlamentare di sinistra: quando parla di attentato alla democrazia nei giorni dispari (tre di numero) salvo a praticare compromessi al ribasso con l’Attentatore in quelli pari (che sono quattro).

La diagnosi conclusiva è allora: “paranoici perché impotenti; ma al tempo stesso (e sempre più) impotenti perché paranoici.

Ed è esattamente così che Lui ci vuole. Una sinistra di opposizione incerta nella sua fisionomia e divisa al suo interno; una opposizione interna alla maggioranza alla difesa di istituzioni screditate e incapace di contestare al dettaglio scelte che ha accettato all’ingrosso.

Lui poteva rottamarci del tutto. Ma ha scelto di mantenerci in vita; e non per bontà d’animo ma perché esibirci al pubblico ludibrio e agli occhi dell’Europa è elemento essenziale della sua narrazione. Siamo il vecchio che dimostra la necessità della rottamazione; ma anche il conservatore che dimostra la necessità della riforma. O, per dirla tutta, gli sconfitti che dimostrano la Sua vittoria.

Come uscirne? Potremmo cominciare con il raccontare, anche solo a noi stessi, una semplice verità. Che la storia non comincia nel 2014. Che prima del Suo arrivo il corso della seconda repubblica era stato segnato da una serie di cambiamenti vorticosi, all’insegna della totale cancellazione dell’eredità della prima. E che le istituzioni fondamentali della democrazia: partiti, sindacati, enti locali, cooperative, stavano vivendo una situazione di progressiva decadenza. E che la sinistra era pienamente coinvolta in questo duplice processo. Sia perché aveva avallato, se non attivamente promosso questi cambiamenti: dalle privatizzazioni al fiscal compact, dal mutamento nei rapporti di lavoro al porcellum. Sia perché era stata, diciamo così, testimone passiva della degenerazione di istituzioni che erano parte integrante del suo mondo.

E, allora, per misurarci con il Renzi reale (uno che non ha fatto che sviluppare sino ai limiti estremi la cultura della seconda repubblica) avremmo dovuto misurarci, per prima cosa, con il nostro passato. Non l’abbiamo fatto. Abbiamo preferito collocarci, invece, all’interno della narrativa del premier. Assumendo così, progressivamente, volenti o nolenti, il ruolo che ci era stato assegnato.

Oggi, stiamo in una specie di riserva indiana; o meglio in una specie di ghetto politico-ideologico. A uso e consumo della pubblica opinione; e, sia chiaro, senza pogrom in vista.

Non ne usciremo tanto presto. Ma ci sono due cose che, forse, dovremmo fare subito. La prima è di fare, politicamente e culturalmente, i conti con la seconda repubblica. La seconda, corollario inevitabile della prima, è di fare i conti con noi stessi: e cioè con la cultura e la dirigenza politica che ci ha condotto fatalmente al disastro.

Per usare un termine alla moda, alla sinistra serve una “narrazione” (che oggi non ha); e, già che ci siamo, anche dei narratori credibili. Dopo di che Lui ci sarà ancora; ma senza la maiuscola.

Alberto Benzoni

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