domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Dichiararsi in guerra è la ricetta più sicura per perderla
Pubblicato il 27-11-2015


Cos’è successo dopo il 13 novembre? È successo che un governo che la guerra al Califfato già la faceva in due continenti e sullo stesso territorio nazionale, ha sentito il bisogno di coinvolgere nel conflitto il suo popolo e in prima persona. Prima, la Francia faceva la guerra; adesso “è” in guerra.

E allora vengono in mente alcune domande. Ci si può chiedere, per prima cosa, se dichiararsi in guerra sia la premessa necessaria per farla. E la risposta automatica è “no”. Sono oramai vent’anni che gli stati europei “fanno la guerra” al di fuori dei propri confini: dai Balcani all’Afghanistan, dall’Irak alla Libia, dai paesi dell’Africa nera sino alla stesso Medio oriente di oggi. E in nessun caso hanno invocato lo stato di guerra, coinvolgendo in prima persona i loro concittadini: anzi hanno espressamente camuffato i loro interventi all’insegna della promozione della democrazia e del ripristino di diritti umani calpestati.

Ci si può domandare, anche, se la dichiarazione di “stato di guerra”serva a fare di più e meglio le cose che già si facevano prima. E la risposta, in questo caso più meditata, è, ancora una volta, no. In sostanza, se si voleva essere autorizzati a bombardare la Siria con maggiore intensità non c’era alcun bisogno di proclamare una crociata; se si puntava ad un rafforzamento e coordinamento dei diversi apparati di intelligence e di sicurezza, questo, dopo il 13 novembre, era nell’ordine naturale delle cose; e se, infine, si doveva chiedere ai propri concittadini di rinunciare, per un periodo di tempo ben definito, a determinati spazi di libertà, questi non avevano bisogno di cartoline di precetto per rispondere positivamente a questa richiesta. E, dunque, questa “chiamata alle armi” non aggiunge sostanzialmente nulla all’armamentario politico-militare a disposizione delle democrazie occidentali, mentre, già in questa fase, manifesta controindicazioni evidenti.

La prima, e fondamentale, è quella di deviare la discussione dai fatti ai principi; e con effetti potenzialmente devastanti. Ci si dovrebbe concentrare su ciò che può, anzi deve, unire (e, nel caso della guerra all’Isis o a Daesh che dir si voglia, l’unità è condizione fondamentale per il successo), e, invece, si va alla ricerca di ciò che divide. Si dovrebbe parlare di come condurre la guerra e, soprattutto, della strategia politica suscettibile di dare un senso all’intervento militare dell’Occidente e, invece, si apre una diatriba potenzialmente lacerante per sapere se questo o quel paese si considera in guerra, oppure no. E, all’interno dei singoli paesi, una diatriba altrettanto lacerante e gravida di ogni tipo di veleno tra “guerrafondai” e “pacifisti”.

La seconda, derivante dalla prima ma, in prospettiva, ancora più grave è quella di modificare radicalmente l’oggetto anzi, più propriamente, il terreno della discussione. E qui valga il richiamo storico alle crociate. Ne sono state bandite molte: ma solo la prima è riuscita a raggiungere Gerusalemme. Le altre o sono state sconfitte; o si sono perse per strada conquistando Costantinopoli anziché Gerusalemme. O – ed è ahimè la maggioranza dei casi – non sono nemmeno partite per la disunione dei potenziali partecipanti.

Ora cosa accadeva in quest’ultimo caso? Accadeva che le folle eccitate dai vari predicatori facessero la crociata in casa propria, dedicandosi alla caccia di ebrei, eretici, untori ed altri nemici della civiltà occidentale, pardon cristiana. Ed è quello che rischia di accadere oggi. Anche se, beninteso, in forme, almeno per ora, assai meno cruente. Ma con conseguenze potenzialmente devastanti.

E qui torniamo a Hollande. E al suo proclama identico, nella logica di fondo, rispetto a quello lanciato da Bush; ma anche con alcune significative differenze. In meno, la risposta militare massiccia e globale alla sfida del terrorismo: in chiaro la guerra afgana e quella irachena (e magari, come si pensava allora, la tentazione del “regime change” a Teheran). In più lo schema della guerra come scontro di civiltà. E, ciò che più conta, l’invito al popolo francese e, per la proprietà transitiva, a tutti i popoli europei, ad arruolarsi per combatterla in prima persona.

Ora la caratteristica di una guerra di questo tipo è quella di avere come teatro di combattimento non già il Medio oriente ma l’Europa. Comunque lo si consideri, un grave errore di prospettiva. E, per altro verso, quello di contrapporre, fatalmente, mondo occidentale e Islam. Un errore di prospettiva non solo grave ma, in prospettiva, catastrofico. E qui sorge fatalmente che lo si voglia o no, la questione dei rapporti tra Islam e terrorismo. In un contesto in cui il secondo non solo fa parte dell’album di famiglia, ma ne rappresenta una interpretazione presente e, possibilmente, anche futura, suscettibile di coinvolgere minoranze, relativamente esigue, ma numericamente consistenti. Sulle ragioni che hanno portato all’esplosione del fenomeno si può discutere all’infinito. Noi a tirare in ballo le deficienze permanenti della polis islamica- e, in particolare, di quella sunnita con la sua negazione dei diritti individuali e con il suo rifiuto del pluralismo. Loro a rinfacciarci le colpe del colonialismo e, peggio ancora, del postcolonialismo. Tutti e due a riflettere, pensosi, sulle frustrazione delle periferie.

Ora, è assolutamente giusto porre i nostri interlocutori di fronte alla necessità di “fare ordine in casa propria” (e vale anche la reciproca). E cioè non solo di dissociarsi dalle pratiche jihadiste ma anche di combatterle attivamente e, soprattutto, di cancellarle definitivamente dall’album di famiglia (facendo i conti, appunto, con un fondamentalismo oscurantista e totalitario). Altra cosa è però è il misurarsi con l’Altro secondo lo schema dello scontro di civiltà e della necessità di combatterlo qui e oggi. Perché, che lo si voglia o no, questo scontro sarà fatalmente condotto in nome della nostra superiorità intellettuale e morale; e ciò che più conta, dell’intrinseca e potenziale stupidità/malvagità del nostro avversario. E perché, così stando le cose, l’odio e la paura nostra e la chiusura ostile dell’Altro sono destinati a crescere in modo esponenziale; né varranno a diminuire le nostre paure le assicurazioni che vengono dall’altra parte né la valutazione obbiettiva dei fatti (alzi la mano p.e. chi ha visto donne con il burqa girare per le nostre strade o genitori musulmani che esigono, spada alla mano, l’eliminazione del crocifisso dalle nostre scuole. Ma l’immaginario collettivo rimane quello).

È, attenzione, lo scenario sognato dall’Isis. Uno scenario in cui non c’è l’islamizzazione dell’Europa ma la distruzione della sua società, che dico, della sua civiltà; il Noi e l’Altro destinati a combattersi in uno scontro permanente, in un clima orribile in cui si riduce mano mano lo spazio non solo della democrazia ma della stessa libertà. Per noi, lo scenario opposto. Tempi brevi. Il luogo, il Medio oriente. Niente “scontri di civiltà” ma coinvolgimento di un arco di forze il più ampio possibile nella lotta contro l’Isis. In questo quadro, ma solo in questo, c’è spazio per tutti. Per chi ritiene che bisogna sentirsi in guerra per combatterla, e per chi rifiuta questa logica.

Alberto Benzoni

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