venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Europa al bivio
Pubblicato il 26-11-2015


Dal 2008 in avanti l’Europa è stata colpita da molte crisi. Da quelle che sembrano essere alle nostre spalle l’Europa è emersa, seppure lentamente e con fatica, più forte di prima. Ulteriori sfide sono in corso ed altre ancora si profilano all’orizzonte. Tuttavia la storia recente dovrebbe insegnare ad avere fiducia, ed essere uno sprone per superare le crisi attuali e future in modo sempre più unitario.

Volgiamo per un attimo lo sguardo al passato e ci accorgiamo del percorso fatto in pochi anni. Dapprima la crisi finanziaria ed economica, importata dagli Stati Uniti, ha dato luogo ad una nuova disciplina nei bilanci statali, il famoso “fiscal compact”. Ma anche ad una serie di misure volte a ridurre la frammentazione dei mercati dei capitali europei, come ad esempio l’unione bancaria, di cui sono stati completati due pilastri su tre, restando ancora non realizzato il meccanismo europeo di protezione dei depositi.

Poi la crisi della Grecia, che ha palesato un conflitto interno all’Unione Europea, con l’affermarsi di un metodo intergovernativo che talora si è sovrapposto alla normale operatività delle istituzioni europee, nonché il rischio concreto della fuoriuscita dall’Eurozona di un Paese fondante della cultura occidentale. Un rischio che tuttavia alla fine è stato superato anche grazie alla saggia accettazione da parte dei governanti greci di un protocollo di salvataggio, che, per quanto indigesto, consentirà al popolo ellenico di non andare alla deriva.

Quindi la crisi ucraina, che ha visto l’Europa rispondere assumendo una posizione comune dinanzi alla Russia, cui sono state imposte sanzioni economiche, anche se tale imposizione ha significato per alcuni Paesi, tra questi l’Italia, una perdita netta in termini di scambi commerciali.

E veniamo alle crisi più recenti: quella del flusso migratorio e quella del terrorismo in casa nostra. A queste crisi, tra loro correlate, l’Europa non ha saputo ancora dare una risposta univoca. Più che per mancanza di solidarietà, per l’assenza di una visione comune. Il peso dei migranti – richiedenti asilo o migranti economici che fossero – è in prima battuta gravato unicamente sui Paesi di frontiera. L’Italia ha adottato una politica che, sostanzialmente, mira a salvare vite umane. Ma l’Europa non si è mostrata pronta a farsi carico dei flussi in arrivo e le decisioni prese per una ripartizione degli stessi non hanno finora trovato un’applicazione concreta. Al contrario, molti Paesi europei – tra cui l’Ungheria ma anche la Francia – hanno risposto tramite una chiusura o maggiori controlli ai confini, di fatto prima bloccando il flusso dei migranti e poi ostacolando il piano di redistribuzione. In questo scenario si è distinta soltanto la Merkel, che, andando controcorrente, ha mostrato per una volta di essere un leader con una visione europea ed ha aperto il proprio Paese, soprattutto ai rifugiati siriani. L’Europa si è dunque mossa in modo disarticolato dinanzi ad un problema epocale che ha messo in crisi due accordi: quello di Dublino e quello di Schengen. Entrambe le convenzioni necessitano di un aggiornamento, ma se dovessimo rinunciare alla libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione Europea allora verrebbe meno uno dei pilastri sui cui si è fondata la stessa Unione. E l’avremmo data vinta ai nostri nemici, che hanno attaccato i nostri valori fondanti. Deve comunque esser chiaro a tutti che la crisi dei migranti eccede le possibilità di soluzione a disposizione dei singoli Paesi ma, al contempo, che l’Unione Europea non può accettare un numero illimitato di immigrati. La risposta più razionale dovrebbe essere innanzitutto quella di rafforzare gli interventi di controllo delle frontiere europee, stabilendo standard più cogenti ed attuando una maggiore condivisione delle banche dati in possesso dei vari Paesi, fino ad arrivare alla creazione di una vera e propria polizia di frontiera europea. Un controllo basato su protocolli comuni, seri, che, facendo salva la vita umana, miri a respingere chi non ha titolo per entrare nell’Unione, favorirebbe anche la gestione condivisa di coloro a cui temporaneamente sarebbero aperte le porte europee. In seconda battuta, anche per arginare il fenomeno terroristico, si dovrebbe intervenire con una sola voce in quei Paesi da dove le migrazioni hanno origine, senza guardare unicamente agli interessi nazionali. A tale proposito, sarebbe utile riprendere il percorso verso la strutturazione di una reale forza di difesa europea.

Mentre le crisi di cui si è detto sono ancora sul tavolo, altre crisi si affacciano già all’orizzonte: tra queste la possibilità che il Regno Unito tenga entro il 2017 un referendum per decidere se restare o meno nell’Unione Europea. Pochi giorni fa, per la prima volta, i sondaggi hanno evidenziato che la maggioranza dei cittadini inglesi sarebbe a favore della Brexit. Ebbene, anche qui bisognerebbe porsi dinanzi alle richieste avanzate da Cameron senza pregiudizi. E con uno spirito costruttivo. Da un lato essendo consapevoli che alcune deleghe nazionali sono ormai inefficaci e che quindi sarebbe opportuno spingere verso una maggiore integrazione, dall’altro tenendo conto che le diversità europee sono un patrimonio ma che non possono costituire un freno all’integrazione europea. Quindi dobbiamo saper andare avanti con chi è d’accordo ad una maggiore integrazione, intessendo al contempo una cooperazione rafforzata con quei Paesi europei non disponibili ad intraprendere questo percorso, in modo da lasciare aperta la possibilità non solo ad una Europa a due velocità ma anche ad una Europa costituita da gruppi di Paesi con obiettivi diversi. Certo, a minori oneri corrisponderebbero minori benefici e minore capacità decisionale.

Il mondo è cambiato rispetto a soli trenta o quaranta anni fa. L’Europa si confronta oggi con il venir meno di una visione condivisa dell’ordine mondiale, con visioni di stampo universalistico che non corrispondono a quelle che sono storicamente europee. Assistiamo alla progressiva perdita della capacità di incidere sul mondo. L’Unione è dunque attrezzata dinanzi a queste sfide esterne, di sicurezza ma anche culturali, che mettono a rischio l’esistenza stessa dell’Europa? Non è facile rispondere a questa domanda, ma senza dubbio l’Europa è arrivata ad un bivio: o impara a parlare con una sola voce o rischia di essere ridotta al silenzio.

Alfonso Siano

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