giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Giustiziare il “gioco”.
Un “pizzo” legalizzato
Pubblicato il 03-11-2015


Gioco azzardo-dipendenzaÈ sempre la solita storia della “doppia morale” tipicamente italica.  Come fossimo in un film di Francesco Rosi, assistiamo ora all’ennesimo spettacolo dell’ipocrisia. Stavolta, però, la trama e pure il finale si conoscono perché si svolgono sulla pelle dei disperati che nella rincorsa della “fortuna” non hanno che da perdere! Stiamo parlando del  gioco, delle lotterie e delle scommesse sportive che la nuova legge di stabilità vorrebbe “regolamentare” attraverso una serie di norme che ne disciplinano l’attività. La Legge, che abbiamo scritto sulla scia della normativa europea, intende ostacolare la diffusione del gioco irregolare e illegale e le infiltrazioni della criminalità organizzata nel gioco. Come?

Attraverso la regolarizzazione del gioco sommerso mediante nuove concessioni, ça va sans dire! Come a dire che la mafia si combatte, legalizzandola. E pensare che qualche anno fa c’era Gianfranco Miglio che lo sosteneva davvero! Come si può pensare, infatti, che una più rigida regolamentazione del gioco sarebbe la panacea per tutti i mali connessi al gioco? Davvero si ritiene che offrendo più concessioni e “regolarizzando il sommerso”, si risolverebbe il problema del riciclaggio di denaro e delle infiltrazioni mafiose nel gioco? Che differenza esiste tra una banca e un usuraio che decida di regolamentare i propri affari aprendone una? Non si tratta forse della prosecuzione della stessa attività – “criminosa”, come ci ricorda pure Brecht – con altri mezzi (leciti)?

L’illusione è di trasformare il gioco d’azzardo, clandestino, illegale – e, last but not least, il riciclaggio di denaro sporco che avviene con queste attività -, in un gioco pulito, controllato, regolamentato, svolto alla luce del sole e con denaro prelevato dai bancomat sotto casa. Tutto ciò, ovviamente, va ad ingrassare le casse di Stato, che quando non è direttamente coinvolto nell’esercizio delle attività di gioco, estorce il “pizzo” legalizzato.

A poco serve, allora, distinguere il gioco clandestino da quello legale, le scommesse che avvengono attraverso intermediari per conto di terzi (che la nuova Legge persegue) da quelle che si svolgono direttamente tra il concessionario e il cliente: è il gioco sit e simpliciter che va abolito, o meglio “liberato” dalla giogo predatorio e speculatore del mercato. Liberare il gioco significa riappropriarsene, restituirlo alla sua vocazione ludica originaria. Dovremmo imparare dai bambini, quegli stessi bambini che la legge sostiene di voler tutelare. Se così fosse capiremmo ben presto che il gioco non ha nulla a che fare con l’indebitamento, con lo sfruttamento dell’illusione e della speranza di migliorare la propria condizione, con il miraggio di un arricchimento facile, con l’incitamento indiretto all’autodistruzione fino ad arrivare ad una vera e propria patologia psichica, peraltro finalmente riconosciuta dalla psichiatria ufficiale, quale il Gioco d’Azzardo Patologico. L’operaio che, prima del turno in fabbrica, “si gioca” mezzo salario in una sola mattina davanti a una slot machine di un bar, così come l’imprenditore indebitato che cerca una soluzione ai propri problemi ricorrendo alle scommesse sportive non sono un gioco. Però la loro salute psichica, le loro condizioni materiali e anche la loro vita sono davvero in gioco!

Noi uomini delle istituzioni, sensibili alla tutela dei consumatori e alle problematiche riguardanti gli effetti del gioco (l’aggettivo “d’azzardo” appare fuorviante se si considera che vengono regolamentate le concessioni e le attività, non la quantità di denaro che viene scommessa), abbiamo l’onere e la responsabilità di svolgere un’azione più incisiva volta a contrastare tali effetti, attraverso strategie deterrenti tese a disincentivare la domanda e l’offerta di attività legate al gioco. Giacché non esiste alcun gioco “giusto” occorrerebbe “giustiziare” definitivamente il gioco anziché regolamentarlo. Questa sì che sarebbe un’azione concreta di giustizia sociale da parte delle istituzioni. Invece, si sa, la doppia morale impone di essere scientemente e volontariamente stolti o “finti” tali, al punto che si continua a guardare il dito e non la luna.

di Angelo Santoro e Enrico Buemi

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