mercoledì, 7 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Hollande e la guerra di civiltà
Pubblicato il 23-11-2015


Dopo il 13 novembre i dirigenti politici europei dovranno pesare attentamente le loro parole. Prima, erano liberi di rappresentare la realtà secondo le loro convenienze elettorali e inseguendo l’andamento dei sondaggi. Da oggi in poi la loro narrazione dovrà obbedire a dei vincoli precisi: rassicurare ma, al tempo stesso, responsabilizzare la gente, indicare strategie ed obbiettivi sui quali esiste potenzialmente un largo consenso, esaltare il valore della causa che si intende difendere ; ma, al tempo stesso, isolare i terroristi all’interno della comunità che pretendono di rappresentare.

Compiti nuovi che richiederanno qualche tempo prima di essere svolti in modo adeguato.  E che vedranno, come è logico, molte false note all’inizio del percorso.

Una di queste è certamente il discorso di Hollande davanti ai parlamentari francesi. Una “narrazione” controproducente su almeno due punti fondamentali. Il primo è la rappresentazione della vicenda  come simbolo di uno scontro a due: da una parte la Francia, dall’altra l’Isis. Una visione, attenzione, che lo stesso lsis ha tutto l’interesse a diffondere; e che anzi rappresenta l’elemento cardine nella sua presentazione del caso davanti all’opinione pubblica non pregiudizialmente allineata, sia essa islamica od occidentale. “Voi state uccidendo le nostre donne e i nostri bambini; voi state uccidendo degli innocenti. E noi facciamo altrettanto, rendendovi pan per focaccia”. In una disputa da bar, un argomento abbastanza efficace (e soprattutto per un aspetto su cui non si insisterà mai abbastanza: il fatto che l’Occidente, nel suo conteggio dei morti, tiene conto solo di quelli europei mentre ignora bellamente gli altri. Ricordiamo che quando l’Isis massacrava all’ingrosso iracheni e siriani della cosa non importava nulla a nessuno, tanto da non comparire sui nostri teleschermi; mentre è bastata la pubblica esecuzione di un ostaggio americano per trasformarla nel Nemico pubblico n.1 ). E quindi, un argomento che Hollande aveva tutto l’interesse a contrastare. Ma non l’ha fatto. Passi sottolineare ad ogni piè sospinto il ruolo e le benemerenze della Grande nazione: ma si poteva anche aggiungere che questa non era che un elemento di una più grande coalizione, europea e mediorientale; che intendeva rafforzare questa coalizione all’interno di un disegno collettivo; e che, vivaddio, per le strade e nei locali di Parigi era stata colpita anche l’Europa, nella visione pacifica e universalistica di cui era portatrice e nell’umanità che di questa visione era partecipe. La seduta solenne del Parlamento francese era l’occasione per dire queste cose; ed è stata un’occasione perduta.

Ancora più grave però, almeno in prospettiva, la presentazione del conflitto come “guerra”. Insomma non solo il “ci hanno dichiarato guerra”; ma il “siamo in guerra”.

Grave, innanzitutto, perché alimenta divisioni all’interno dello stesso fronte anti Isis. In  un contesto in cui nessuno, dico nessuno, dei Paesi dell’Unione ha fatto sua questa valutazione mentre, alcuni, tra cui in primo luogo l’Italia, se ne sono apertamente dissociati.

Grave perché è e sarà sempre più il pretesto per polemiche di cui non si sentiva alcun bisogno e che contribuiranno a intorbidare ulteriormente le acque: pacifisti, contro guerrafondai,” accoglientisti” contro “espulsionisti”, trombettieri di un Islam intrinsecamente malvagio e assassino contro giustificazionismi in nome del disagio delle periferie; e via blaterando. Una roba che non contribuirà minimamente ad una più esatta visione del problema; ma solo a moltiplicare le divisioni per calcoli di breve periodo e del tutto strumentali.

Grave, infine e soprattutto, perché  la cosa non era affatto necessaria. Lo stato francese era da tempo in guerra contro il terrorismo di matrice islamica in Francia; e di recente aveva deciso di estendere il conflitto all’Africa sub sahariana e al Medio oriente. E, ancora, il governo di Parigi non avrebbe avuto alcuna difficoltà, dopo i fatti del 13 novembre, a richiedere nuovi poteri, limitati nel tempo e a far accettare ai suoi cittadini temporanee limitazioni delle loro libertà civili. Perché, allora, il “siamo in guerra”? E senza chiarire in alcun modo chi fosse il Nemico, dove e come andasse combattuta, quale fosse la posta e in gioco e la natura del Pericolo e quale fosse il contributo che si chiedeva al popolo francese nel “fare fronte”.

E non si tratta di una questione nominalistica. Perché, per gli ascoltatori del messaggio, “fare la guerra” ed “essere in guerra” non sono affatto la stesa cosa.  Perché un popolo in guerra è chiamato a cambiare la sua vita, i suoi orientamenti, la sua visione del mondo e delle cose; a guardarsi costantemente contro minacce terribili e imprecisate; e soprattutto a mobilitarsi contro un Nemico. E perché questo Nemico, che lo si voglia o no, finirà fatalmente con l’assumere le sembianze dell’Islam e dei musulmani: al di là delle dichiarazioni di fedeltà di questi ultimi e dei meritori “inviti a distinguere”dei governi.

Dobbiamo allora sperare che una coalizione anti Isis si concretizzi; che un qualche accordo di massima sulla transizione siriana si realizzi; e che si creino così le condizioni per una “guerra lampo” contro il Califfato.

Perché, in caso contrario, la guerra si trasferirà in Europa, riportando l’odio e il terrore in un mondo che sperava di esserselo lasciato definitivamente alle spalle; e creando un abisso incolmabile tra le due comunità. Come vuole l’Isis.

Alberto Benzoni

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Io la vedo così: Hollande è sempre stato considerato una tartaruga senza corazza e in Francia il FN avanzava a passi da gigante.
    Sarkozy fece quel disastro in Libia insieme alla Gran Bretagna, un po’ per avidità di petrolio e di potere, un po’ per far fuori Berlusconi e Tremonti che si mettevano di traverso rispetto alla politica dell’austerità (ricordate l’insistenza per emettere gli “eurobond”?) e se Hollande fosse stato titubante, avrebbe potuto anche dimettersi subito.
    No, lui ha dichiarato la guerra. E gli altri tutti zitti. In più, ha anche sdoganato Putin, a dispetto degli USA.
    Poi, come la guerra si farà, se si farà, sarà tutto da vedere.
    Ora chiamatelo ancora moscio, se vi piace.

Lascia un commento