lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

I nodi della Conferenza programmatica – di Bobo Craxi
Pubblicato il 05-11-2015


Sarebbe sbagliato non cogliere gli aspetti positivi che giungono dalla Conferenza Programmatica del PSI, innanzitutto quelli che derivano dalla volontà di perseguire e mantenere un formato classico mutuato dalle vecchie organizzazioni di massa atto a modellare un programma politico onnicomprensivo cogliendo l’esigenza primaria ovvero di plasmare l’azione politica cercando di anticipare temi e problemi e di padroneggiarli attraverso quelle che vengono definite con un neologismo le “buone pratiche”.

Fin qui ciò che rilevo di positivo nella scelta che si è voluto operare convocando una Conferenza Programmatica attingendo alla storia recente del Partito Socialista ed alle sue Rimini (’82 e ’90) che seppero anticipare e puntellare il nuovo corso.

D’altronde ciò che residua del movimento socialista all’indomani della fine della Prima Repubblica ha sempre, in fasi diverse, cercato di destinare per sé un ruolo propositivo; ciò che nei primi del 2000 definimmo, in particolare assieme a Gianni De Michelis, il tentativo di essere una “minoranza efficace”, ruolo che simmetricamente sapemmo svolgere paradossalmente da due fronti opposti della diaspora, il Nuovo Psi e lo SDI, progetti che culminarono nell’esperienza elettoralmente – ma non politicamente – fallimentare della Costituente Socialista. Molto banalmente riprendevamo un vecchio proverbio che diceva: “Nel Paese dei ciechi beato chi ha un occhio!”.
I limiti della seconda Repubblica erano evidenti innanzitutto a noi socialisti e attendevamo che si schiarisse il campo della politica per far valere le nostre ragionevoli obiezioni e per ritornare a giocare un ruolo da protagonisti.

Ed infatti le relazioni introduttive di Covatta e Del Bue, senza indulgere in alcun modo a passatismi e nostalgie, hanno ricordato con chiarezza di quali ritardi ed incongruenza sia costellata l’intera ‘Seconda Repubblica’ e a quale rischio d’improvvisazione possa andare incontro questa nuova fase di cambiamento d’epoca se non si attrezza una politica riformista attiva e non contrassegnata da decisioni e scelte “à la carte” che appaiono dettate più dall’esigenza del copione del ‘rottamatore’ ad ogni costo, piuttosto che da una riflessione profonda che viene da lontano e che affonda le radici storiche e culturali nel novero dei riformismi politici che il nostro Paese ha conosciuto.

Per questa ragione non posso non cogliere la distonìa rilevante fra ciò che timidamente in diversi interventi è apparsa come una volontà di ritagliare un ruolo politico “efficace” per una minoranza ed una sintesi che è apparsa appiattita sulla volontà di accomodarsi alla nouvelle vague “cambista” di Matteo Renzi.

Nella replica conclusiva i limiti interpretativi di ciò che dovrebbe essere una minoranza efficace sono apparsi evidenti.

È sbagliata l’analisi che assimila il riformismo di Matteo Renzi ai riformismi storici di segno socialista; è riduttivo sostenere che la necessità di ritenere che in una società a tendenza “millenians” la domanda di fondo di socialismo che aumenta nelle società complesse ed avanzate non possa essere esaudita attraverso un adattamento ai tempi in cui noi stiamo vivendo; è assente del tutto dall’analisi complessiva del Partito nella sua sintesi finale la richiesta di una chiarificazione di fondo che non può non essere reclamata non soltanto per quanto concerne il funzionamento dell’Unione Europea e della insostenibile cessione di sovranità, ma anche come critica essenziale e necessaria a ciò che va producendo nel mondo la finanziarizzazione dell’economia. Questo fenomeno difatti influenza la riduzione degli spazi istituzionali democratici, come è apparso chiaro nel caso greco ed oggi nella vicenda portoghese, e che in Italia ha trovato nell’azione di riforma costituzionale il suo apice.

È apparsa totalmente fuori luogo l’affermazione che Renzi appare legittimato ad assumere un ruolo di esclusività nell’esercizio del potere politico non avendo più davanti a sé la cosiddetta “società di mezzo” entrata irrimediabilmente in crisi, quando è chiaro che qualsiasi contropotere si fosse affacciato per contrastare o per condividere le azioni dell’esecutivo si sarebbe trovato di fronte un muro, con la conseguenza dell’emarginazione dalle scelte politiche; così è accaduto ai sindacati e oggi è sotto i nostri occhi il tentativo di ammutinamento delle Regioni mentre le grandi città hanno visto progressivamente perdere il loro peso politico tanto che resta sul terreno ancora il potere della magistratura, tutt’altro che rientrata nei ranghi delle proprie prerogative costituzionali, pronta come sempre a svolgere il deprecabile ruolo di supplenza che ha svolto per oltre un ventennio.

La Sinistra di Governo è al potere eppure sembra avere smarrito il senso e l’orizzonte della propria azione politica; E noi che abbiamo un ruolo politico che ci deriva dalla nostra storia, dalla nostra esperienza e responsabilità nei confronti del Paese dobbiamo continuare a essere una parte politica animata da uno spirito critico e pratico non appiattendoci sull’esistente, sottolineando errori e vistosi ritardi in materia di politica economica, di politica estera, sui diritti civili, sulle riforme istituzionali, in materia di enti locali.

Non è apparso chiaro ai più se esista per i socialisti una prospettiva di sopravvivenza autonoma; la decisione di una linea praticabile appartiene certamente al Congresso del Partito, ma allo stato non ci può essere più posto per una condotta ambigua, per cambi di linee repentini a seconda delle fasi (prima la “federazione” col PD poi un’alleanza con le aree civiche a prevalenza cattolica ed oggi una riscoperta di un polo laico che è più un’aspirazione che una praticabile e reale presenza politica nazionale) ed a seconda delle convenienze.

Se c’è una domanda nuova di socialismo democratico, liberale, riformista allora il polo socialista non può che essere fondato a partire dalla centralità politica socialista, e la centralità politica deve, e può, essere acquisita anche scontando una critica verso l’esistente, verso il crogiuolo di interessi che oggi occupa il potere ed attrezzando una polemica scomoda verso chi governa senza venire meno ad un dovere di lealtà nel senso di responsabilità che ci deriva dalla nostra storia.

La Conferenza Programmatica non ha sciolto questi nodi. Essa ha dato la dimostrazione della vitalità di una comunità, ma non ha esaurito la nostra necessaria ricerca ed affermazione di un ruolo politico autorevole ed autonomo nel novero delle impoverite ed incancrenite forze politiche italiano che non stanno “cambiando”, ma conservando e prolungando la lunga crisi della transizione italiana.

In questo senso si apre, come è giusto e normale che sia anche per il Partito Socialista Italiano, l’ora della riflessione politica ed organizzativa, se sulla stragrande maggioranza dei temi e problemi suscitati dalla discussione di due giorni c’è ed è ancora forte un comune sentire, resta sullo sfondo la necessità di approfondire le questioni che riguardano il Partito, la sua struttura, le sue attività, la sua natura ed il suo spazio naturale che non può essere ridotto ad essere un segmento stanco del presupposto cambiamento altrui, specie quando il cambiamento è ancora tutto da dimostrare.

Bobo Craxi

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Commenti all'articolo
  1. Mi par di capire che sono stati esaminati con buon esito, se non risolti, gli aspetti programmatici, mentre resta abbastanza in sospeso il nodo più squisitamente politico, pur se la sede naturale e propria per affrontare la materia resta ovviamente quella congressuale, ma in ogni caso il discuterne non fa mai male.

    E proprio a quest’ultimo riguardo, mi domando come possa configurarsi, quanto ad azione politica, l’attrezzare “una polemica scomoda verso chi governa senza venire meno ad un dovere di lealtà nel senso di responsabilità che ci deriva dalla nostra storia”, parole che traduco, salvo averle fraintese, come la fedeltà all’alleanza, cioè al Governo, pur con riserva di critica, esercitata anche, se del caso, con toni duri e determinati.

    Sarebbe un po’ come il riscoprire la formula “partito di lotta e di governo”, che ogni tanto qua e là fa di nuovo capolino, ma se poi si deve ammettere che “qualsiasi contropotere si fosse affacciato per contrastare o per condividere le azioni dell’esecutivo si sarebbe trovato di fronte un muro, con la conseguenza dell’emarginazione dalle scelte politiche”, verrebbe da dire che qualsivoglia rilievo possa esser mosso a chi sta attualmente governando è destinato già in partenza a cadere nel vuoto, e a non avere dunque alcuna efficacia.

    Ci si può anche compiacere e accontentare del fatto di “averlo detto”, senza che nulla poi succeda, ma non credo che ciò possa bastare ad una forza politica che intende mantenere od acquisire “centralità”, e deve pertanto marcare la sua presenza e far valere in qualche modo le proprie ragioni, che ritiene degne di ascolto, pena il divenire ininfluente o essere percepita come tale, ossia come entità sostanzialmente “gregaria”.

    Mentre un partito “piccolo” o “intermedio”, quanto a forza numerica – che proprio in virtù della sua storia e dell’esperienza maturata abbia argomentazioni solide e credibili da poter spendere, per far fronte ai tanti problemi in cui si dibatte la nostra società – può avere invece un ruolo oltremodo importante, vuoi nell’aiutare responsabilmente il governo del Paese, proprio attraverso la sua capacità di proposta, vuoi sapendo correggere e calmierare un eventuale “strapotere” dei partiti maggiori, agire cioè da fattore di riequilibrio, ma a me sembra che per far questo, assumere cioè una tale funzione, non possa “blindare” e “irrigidire” le sue alleanze.

    Sarebbe del resto abbastanza contradditorio, almeno a mio giudizio, .che possano esservi partiti “maggiori” i quali, in virtù o col pretesto della caduta delle ideologie”, cerchino legittimamente di allargare il rispettivo alveo elettorale, e pure l’arco delle alleanze politiche, oltre il perimetro tradizionale, mentre, al contrario, un partito “minore” dovrebbe sentirsi in colpa, e “fuori posto”, se concepisce le alleanze guardando soprattutto alla maggiore affinità in ordine ai programmi e alle soluzioni da adottare rispetto alle odierne vicende, piuttosto complesse, interne ed internazionali.

    Paolo B. 06.11.2015

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