martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il Giardino dei Ciliegi.
Al teatro Quirino l’opera sul rifiuto della realtà
Pubblicato il 05-11-2015


“Il Giardino dei Ciliegi” è un’opera di Anton Čechov con tratti ora farseschi ed ora drammatici. L’ultima commedia scritta dal grande drammaturgo russo, rappresentata a Mosca per la prima volta nel 1904.

il-giardino-dei-ciliegiProtagonista della vicenda è l’aristocratica Ljuba, di ritorno in Russia dopo una lunga residenza a Parigi. Qui si era innamorata di un uomo poi rivelatosi un approfittatore. Ljuba, appresa la gravissima situazione debitoria e lo stato in cui versa il patrimonio di famiglia, è costretta a mettere all’asta la proprietà con il suo bellissimo giardino. Ljuba e la usa famiglia prendono in considerazione le varie possibilità per conservare la tenuta, ma senza troppa convinzione e senza adoperarsi concretamente in questo senso, preferendo continuare a vivere nel lusso, come se nulla fosse. Ciò avviene perché la famiglia di Liuba è fondamentalmente incapace di adattarsi ad un nuovo contesto sociale, in cui la nobiltà, che aveva precedentemente goduto di una posizione privilegiata, decade. Una nobiltà che, invece di darsi da fare e lavorare per sopravvivere, favorisce l’emergere di una borghesia affaristica e mercantile. Dunque Ljuba e la sua famiglia, capaci solo a sperperar denaro, alla fine dovranno rinunciare alla proprietà ed a tutto ciò che essa rappresenta, dalla memoria al rispetto. Ad acquistarla sarà proprio il figlio di un vecchio servo della nobile casata, l’arricchito commerciante Lopachin.

L’opera contiene il tema della incapacità dell’aristocrazia a mantenere la relativa condizione, ma anche quello della futilità della borghesia nel trovare i significati del materialismo appena scoperto. Riflette inoltre le forze culturali che interagiscono nel mondo in quel periodo, incluse le dinamiche socio-economiche del lavoro in Russia alla fine del XIX secolo, e la nascita della borghesia dopo l’abolizione nel 1861 del sistema feudale.

Il regista napoletano Luca De Fusco, che ha messo in scena il Giardino dei Ciliegi con il Teatro Stabile di Napoli ed il Teatro Stabile di Verona, affronta il testo con un approccio mediterraneo: «ho sempre pensato – dichiara il regista – che il Giardino dei Ciliegi fosse una storia “nostra”: questi nobili decaduti che vivono nell’inerzia, incapaci di reagire ai problemi posti dalla vita, questi dandy che si “sono mangiati il patrimonio in caramelle” o sono “morti di champagne”, somigliano a tanti racconti sull’aristocrazia napoletana incapace di entrare nella modernità». L’opera di Čechov affresca una civiltà aristocratica che dunque non è solo quella russa, ma anche in buona parte quella italiana, soprattutto del Mezzogiorno, che, incapace di vivere la rivoluzione industriale ed entrare nel Novecento, ha saltato a pié pari la modernità.

Nell’opera in scena al Quirino la protagonista Ljuba è interpretata dalla sensuale Gaia Aprea, mentre i panni del ricco commerciante Lopachin sono vestiti dall’attore napoletano Claudio Di Palma, che rende il personaggio meno cattivo e contraddittorio di quello che vorrebbe il testo originario. Il cast è composto da ben dodici attori che impersonano i vari personaggi che ruotano intorno alla famiglia: da un efficace Paolo Serra che interpreta Gaev, il fratello di Ljuba, alla giovane e bella Alessandra Pacifico Griffini che veste i panni di Anja, figlia di Ljuba.

La scena si svolge in un cortile di una villa di campagna in un Paese del Mediterraneo, che potrebbe essere l’interno di una masseria. Ci troviamo in una stanza in rovina di quella stessa villa, forse la stanza dei giochi di infanzia. Niente ciliegi, solo muri finiti a calce. Una scala, anch’essa in rovina, è l’elemento dominante dello spazio scenico: attraverso quella scala si entra e si esce, si arriva e si parte. Tutti i personaggi la occupano all’inizio e alla fine dello spettacolo come in un fermo immagine. Per rispettare la didascalia, la scena unica viene poi definita con piccoli cambi scenici che portano sul palco ora un armadio, ora una panchina. Ma ad un certo punto dello spettacolo, per aumentare il realismo scenico, un muro si frappone tra i personaggi sul palco e gli spettatori, un muro con un’ampia fessura da cui lo spettatore è messo in condizioni di spiare attraverso. Le luci mettono in evidenza uno spazio bianco, abbacinante, che si stempera in dettagli appena rilevati dal chiarore di una fiamma di candela o che trascolora e svela i personaggi che, come nella memoria di un sogno, emergono senza che la volontà possa interferire. Il biancore implacabile non concede riparo. Le musiche originali che accompagnano tutta la composizione si ispirano ai movimenti melodici ed armonici della musica partenopea.

Questo straordinario capolavoro, l’ultimo grande testo naturalista, non è solo un affresco sociale. È anche un poema in cui si racconta della incapacità di diventare adulti, di uscire dalla dimensione del gioco, del puro piacere, del sogno, rifiutando ostinatamente di fare i conti con la realtà razionale.

In questo senso il Giardino dei Ciliegi è un grande mistero, perché se da un lato porta al limite che sfiora la perfezione l’affresco naturalista del disegno dei caratteri con un continuo concertato che somiglia più che mai alla vita, dall’altro contiene elementi assolutamente simbolici, come la stanza dei bambini, il rumore metafisico che chiude il secondo atto, il fragore degli alberi abbattuti che accompagna il finale.

Il messaggio che porta sembra però sempre meno attuale: se nel Novecento la nobiltà doveva adattarsi ad un nuovo contesto in cui la rendita veniva meno, oggigiorno, a fronte dell’apparentemente inesorabile accentramento delle ricchezze che interessa le società occidentali contemporanee, è il lavoro a perdere progressivamente importanza. Si potrebbe quasi dire, la rivincita storica di Ljuba e della sua famiglia. Vale comunque la pena di vedere Il Giardino dei Ciliegi, che sarà al Teatro Quirino di Roma fino al 15 novembre.

Al. Sia.

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