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Opinioni e commenti
 

Il PD e la sindrome di Parma
Pubblicato il 02-11-2015


È maturata sottotraccia. È la proposta di legge numero 3385: vuole modificare l’Italicum abolendo il ballottaggio, nel caso in cui nessuna lista ottenga il 40% dei voti per incassare il premio di maggioranza. Il progetto l’ha presentato alla Camera Giuseppe Lauricella, deputato del Pd, che da mesi indica la necessità di rivedere la legge elettorale per le politiche.

È il cosiddetto “ritocchino” all’Italicum approvato dal Parlamento nei primi giorni dello scorso maggio. Ma il ballottaggio non è stato sempre un cavallo di battaglia del Pd? Lauricella invita a distinguere: «In Francia il secondo turno è di collegio e non nazionale». Indica la necessità di evitare il rischio di “forzature” con ricadute come “l’effetto Parma”. È il richiamo alla città emiliana che fu una bruttissima sorpresa per il Pd: è divenuta un caso perché lì al primo turno era nettamente in testa il candidato sindaco del centrosinistra mentre al secondo vinse il M5S, raccogliendo tutti i voti di protesta a sinistra, nel centrodestra e tra quelli prima rifugiatisi nell’astensione.

Dunque sì al premio di maggioranza alla lista che ottenga almeno il 40% dei voti (dà diritto al 55% dei seggi della Camera), sì alla soglia di sbarramento del 3%, no al ballottaggio e no al premio alle coalizioni. Lauricella argomenta: «Va garantita la stabilità politica e anche la rappresentanza delle forze minori, ma se il premio di maggioranza si desse alla coalizione elettorale e non alla lista, si rischierebbero le dinamiche ‘ricattatorie’ dei piccoli partiti». Ma se nessun partito raggiungesse il 40% dei voti e non scattasse il premio di maggioranza, non arriverebbe l’ingovernabilità? La risposta è no: «Si formerebbe un governo di coalizione. Lo ha fatto la Merkel in Germania e ha seguito questa strada Cameron in Gran Bretagna nella precedente legislatura».

Le pressioni per cambiare l’Italicum sono sempre più ampie, stanno diventando fortissime. Il Coordinamento democrazia costituzionale ha avanzato ricorso contro la legge elettorale presso 15 Corti d’appello: nel mirino c’è il ballottaggio e il premio di maggioranza. Silvio Berlusconi, la sinistra del Pd, i partiti minori della maggioranza e delle opposizioni da tempo sono sul piede di guerra per assegnare il premio di maggioranza alla coalizione e non al partito più forte.

Ad insistere è soprattutto Angelino Alfano, presidente del Nuovo Centrodestra, il maggiore alleato di governo di Matteo Renzi. Il motivo è semplice: il Ncd, nato alla fine del 2013 da una scissione di Forza Italia, oscilla intorno al 4% dei voti. Ora gli addii, come quelli di Gaetano Quagliariello e Nunzia De Girolamo, si stanno moltiplicando e rischia l’estinzione se nelle elezioni politiche non potrà contare su un accordo di coalizione. Riccardo Nencini, segretario del Psi, rilancia: «Chi sostiene la coalizione vincente non può che godere del premio di maggioranza».

Anche Berlusconi, ferito dalle scissioni di Alfano, Giorgia Meloni, Denis Verdini, Raffaele Fitto, punta ad ottenere il premio di maggioranza per le coalizioni: «Sono abbastanza fiducioso che si possa cambiare la legge elettorale nel senso di dare il premio di maggioranza non alla lista, ma alla coalizione». Il presidente di Forza Italia ha spiegato il motivo: «Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia insieme superano di un punto percentuale il Pd. Possiamo tornare a vincere».

La sinistra Pd una volta considerava un rischio autoritario “il combinato disposto” tra Italicum e riforma costituzionale, perché concentrava troppo potere nelle mani del presidente del Consiglio. Adesso i dissidenti democratici, dopo aver spuntato da Renzi nella riforma costituzionale l’elezione dei futuri senatori “in conformità” con le scelte dei cittadini, hanno aggiustato il tiro anche se dei “ribelli” restano. Per Vannino Chiti «ora diventa prioritaria la legge elettorale per il nuovo Senato» che deve essere approvata «il prima possibile» senza attendere il referendum sulla riforma costituzionale previsto per l’autunno del 2016. L’esponente della minoranza democratica, invece, per quanto riguarda l’Italicum ha previsto tempi più lunghi: «Realisticamente una riconsiderazione potrà aver luogo dopo il referendum, al termine dell’iter della riforma costituzionale».

Beppe Grillo, invece, non spinge per cambiare l’Italicum che diventerà operativo dal prossimo luglio. Chiede sempre le elezioni politiche anticipare e vede «il tacchino del Pd nel forno». Il leader del Movimento 5 Stelle ha detto ai giornalisti: «L’Italicum? Probabilmente penalizza più chi l’ha scritta che noi». Sembra piacergli il premio alla lista e non alla coalizione perché, se nessuno conseguisse il 40% dei voti, ci sarebbe il ballottaggio e «se andremo al ballottaggio vedremo». Grillo rifiuta le alleanze: in un ballottaggio tra Pd e M5S conta di vincere.

Renzi, però, per ora conferma il no a cambiare l’Italicum. Vuole realizza le riforme strutturali per far risvegliare “la bella addormentata”, come ha definito l’Italia. Punta a far svolgere le elezioni politiche regolarmente nel 2018, alla fine della legislatura. E niente modifiche all’Italicum perché garantirà la stabilità politica: “Qualcuno ha avanzato questa idea. Mi sembra assurdo…A me, peraltro, la legge piace così com’è”.

Rodolfo Ruocco
dal blog di Rai News 24

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Commenti all'articolo
  1. «Va garantita la stabilità politica e anche la rappresentanza delle forze minori, ma se il premio di maggioranza si desse alla coalizione elettorale e non alla lista, si rischierebbero le dinamiche ‘ricattatorie’ dei piccoli partiti».

    Ho stralciato questo passaggio dell’articolo perché mi porta a fare una considerazione, che diviene anche un interrogativo, riguardo alle forze minori.

    L’entità numerica di una forza politica viene normalmente decisa dal consenso elettorale che riceve di volta in volta alla prova delle urne, tanto che partiti “minori” possono semmai crescere inaspettatamente, com’è nelle sue legittime aspirazioni, talvolta fino a “tallonare” quelli “maggiori”, e nel corso degli anni abbiamo anche assistito a percorsi inversi o quasi.

    Viene da supporre che chi vuole garantire la rappresentanza delle forze minori, ma si oppone nel contempo al premio di coalizione, intenda che il partito “maggiore” debba includere nella propria lista una rappresentanza di quello “minore”, e si può ragionevolmente immaginare che la quota di tale rappresentanza corrisponda grosso modo al quoziente di voti raccolto nell’ultima consultazione elettorale.

    Questo meccanismo può effettivamente far sì che un partito “minore” abbia la propria rappresentanza, specie se riuscirà ad ottenere candidati in posizione di capolista, ma “congelerà” tuttavia il proprio peso elettorale, dal momento che rinuncia di fatto a misurarsi col voto e dunque a conoscere se può eventualmente aumentare il gradimento elettorale nei suoi confronti.

    E potrebbe altresì succedere che si vada mano a mano a perdere il suo “potere negoziale” – non più suffragato ed alimentato dal voto – rispetto al partito “maggiore”, e mi chiedo quindi, per andare a concludere, come si possa garantire la rappresentanza delle forze minori senza il premio di coalizione, a meno che queste ultime non ritengano di aver esaurito il proprio ruolo o pensino di non avere più un futuro elettorale come soggetti autonomi (ma non escludo comunque che vi sia una risposta che a me sfugge).

    Altro si potrebbe aggiungere su governabilità, stabilità politica e ballottaggio, ma non è questa la sede, anche perché qui mi sono già dilungato abbastanza.

    Paolo B. 02.11.2015

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