martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Israele tra pace e radicalismo
Pubblicato il 27-11-2015


La contesa tra ebrei e musulmani riguardo la sovranità su un luogo sacro, qual è il Monte del Tempio, ha sempre rivestito una centralità mai attenuata tra i due opposti schieramenti, dall’origine dello Stato d’Israele sino ai giorni nostri. Poiché il conflitto annoso tra ebrei e musulmani si sta ora inasprendo, secondo modalità mai sperimentate in passato, occorrerebbe affievolire o rimuovere l’importanza sinora rivestita dal “Monte”; ma lo status quo non può essere mutato unilateralmente, anche a causa della continua pressione dei gruppi religiosi di entrambi gli schieramenti. Per capire il ruolo che continua a svolgere il Monte del Tempio tra ebrei e musulmani, occorre accennare brevemente alla sua storia per evidenziare, osserva Paolo Peraccini (“Monte del Tempio. La disputa infinita”, in Limes, 10/2015), le ragioni per cui si è “trasformato in un così importante simbolo nazionale e religioso per entrambi i popoli”.

La storia del Monte Moriah, il sito nel centro di Gerusalemme sul quale sono sorti, in tempi successivi, il Primo ed il Secondo Tempio, è iniziata sostanzialmente con re Salomone (970-931 a.C.), che ha edificato il Primo Tempio ebraico, rendendo Gerusalemme, capitale del regno e città santa. Da questo momento, per Israele, il nome dell’insieme delle tribù costituenti il popolo degli ebrei, il Monte è divenuto un sito venerato, in quanto luogo della presenza di Dio nel Tempio.

Il santuario è stato distrutto dai babilonesi nel 586 a.C., ma nel 539, dopo che i persiani hanno occupato Babilonia, agli ebrei è stato concesso di ritornare a Gerusalemme e di ricostruirlo, tra il 520 e il 515 a.C., per tornare a regolare la loro vita, se non dal punto di vista politico, da quello religioso, sociale, giuridico, culturale ed economico. Successivamente, con la dominazione dei Seleucidi, una dinastia che ha regnato sulla parte orientale dei domini macedoni, dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C.), ha imposto al popolo di Israele un processo di progressiva ellenizzazione, provocando la profanazione e la devastazione del Tempio, sino a che Giuda Maccabeo, patriota e capo militare ebreo, ha assunto, tra il 166 e il 160 a.C., la conduzione del movimento antiellenico degli Ebrei, liberando Gerusalemme, riconsacrando il Tempio e fortificando la Spianata del Monte Moriah, perché i pagani non tornassero a profanarla.

Dal 37 a.C., la Giudea, la regione storica coincidente con il territorio assegnato alla biblica tribù di Giuda, avente in Gerusalemme la sua città principale, è stata governata da Erode il Grande, posto sul trono dai Romani; Erode ha ampliato e rinforzato tutta la Spianata, sviluppando in altezza il Tempio, successivamente distrutto dalle legioni romane di Tito nel 70 d.C., a seguito della rivolta giudaica antiromana; la distruzione ha costretto il popolo ebraico a perdere di nuovo il luogo sacro cui riferirsi come centro della nazione, della fede e della vita politica e culturale. Tutto ciò ha originato la seconda grande diaspora del popolo ebraico, dopo quella seguita alla conquista babilonese. Con la dispersione degli ebrei dal loro luogo d’origine, i rabbini hanno incominciato ad insegnare ai fedeli che, poiché il Tempio era stato distrutto, si poteva continuare a servire Dio con le preghiere; per cui, sul piano spirituale, il culto del Tempio è stato sostituito dai “Sacri testi dell’ebraismo”, dai rabbini, subentrati alla casta dei sacerdoti come guide spirituali, e dalle sinagoghe, come luogo di preghiera e d’insegnamento dei precetti delle Torah. La nuova forma della spiritualità ebraica non ha negato, tuttavia, l’importanza del Tempo, ma ne ha rimandato la ricostruzione ad un’epoca successiva indeterminata.

Nel 638, i musulmani hanno conquistato Gerusalemme, ritenendo santa la città, in quanto il Monte Moriah era stato teatro dell’estasi mistica di Maometto, durante la quale era asceso in cielo al cospetto di Allah, per ricevere la rivelazione dei precetti delle religione musulmana. Per questo motivo, sul Monte sono sorti, in momenti successivi, santuari musulmani, quali la Cupola della Roccia e la Moschea al-Aqsa; fatti, questi, che hanno portato i fedeli musulmani a considerarsi legittimi eredi del messaggio delle rivelazioni divine precedenti, riferite ai grandi profeti dell’ebraismo e del cristianesimo. Agli ebrei ed ai cristiani è stato vietato l’ingresso alla Spianata; questa interdizione, salvo la breve occupazione crociata (1099-1187), è stata conservata sino a metà dell’Ottocento, quando il sultano ottomano ha permesso l’accesso limitato a determinati visitatori occidentali.

Anche durante il mandato britannico (1917-1948), la Spianata è rimasta sotto il controllo islamico; ma, proprio durante la presenza britannica, il gran muftì di Gerusalemme (responsabile della gestione dei Luoghi Santi islamici), per contrastare la promessa fatta nel 1917 agli ebrei di costituire un loro “focolare nazionale” (dichiarazione Balfour) ha fomentato la contesa tra ebrei e musulmani sul Muro del Pianto e la Spianata, che ha raggiunto il suo acme nel 1929, anno in cui si è avuta una prima grande rivolta araba.
Dopo la seconda guerra mondiale e la Shoah, allo scopo di cercare di porre rimedio agli scontri tra ebrei e musulmani, il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato un piano di ripartizione della Palestina, che prevedeva la costituzione di due Stati indipendenti, uno ebraico e l’altro arabo. Nel dicembre del 1947, la Gran Bretagna ha annunciato la fine del proprio mandato sulla Palestina e il 14 maggio 1948 David Ben Gurion ha proclamato la nascita dello Stato di Israele. Il giorno dopo la dichiarazione d’indipendenza, Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania hanno invaso il nuovo Stato, originando la prima guerra arabo-israeliana; guerra vinta da Israele, che ha occupato anche una parte di Palestina, assegnata dall’ONU ai Paesi arabi, originando così il problema dei profughi palestinesi.

La nascita dello Stato di Israele e la guerra che ne è seguita hanno aperto un solco tra israeliani ed arabi, che successivamente non è stato più possibile colmare. Le conseguenze del solco caratterizzeranno la storia contemporanea di tutto il Medio Oriente; né le guerre che si succederanno, né l’impegno diplomatico mondiale sono riusciti fino ad oggi ad assicurare condizioni di pace in quei territori. Semmai, quel solco, con la Guerra dei sei giorni del 1967 (terza guerra arabo-israeliana), si è ulteriormente approfondito, a seguito soprattutto dell’occupazione da parte dello Stato di Israele di Gerusalemme e della Cisgiordania.

In particolare, il controllo di Gerusalemme è divenuto il principale motivo della contesa tra israeliani ed arabi, sempre per via del fatto che la città incorporava i luoghi sacri, sia per la religione ebraica che per quella musulmana. Israele ha sempre rivendicato, dopo l’occupazione, l’intera Gerusalemme come sua “completa e unita” capitale; mentre, nella prospettiva “due popoli due stati”, l’Autorità Nazionale Palestinese ha sempre rivendicato la parte Est di Gerusalemme, come capitale del futuro stato arabo di Palestina. Sul piano del diritto internazionale però la pretesa, sia di Israele che dell’Aurorità Nazionale Palestinese non è mai stata riconosciuta. Tuttavia, lo Stato di Israele, di fatto, ha intrapreso, negli anni, una politica tendente a dare seguito alla sua aspirazione ad annettersi Gerusalemme, favorendo la colonizzazione dei territori occupati della Cisgiordania, sorretta dal movimento dei partiti religiosi che, dopo la sconfitta elettorale nel 1977 del Partito laburista, hanno iniziato a condizionare la politica generale dello Stato.

In Israele, i partiti religiosi, pur essendo minoritari, hanno concorso ad assicurare, assieme a quelli nazionalisti di destra, la vittoria al Likud, il partito fondato nel 1973 da Menachem Begin, divenuto protagonista nel 1977 della sconfitta del Partito laburista, che era rimasto al potere sin dalla costituzione dello Stato di Israele. Il Likud, liberale in campo economico, ma portatore di un rigido nazionalismo, è stato infatti, negli anni successivi, il punto di coagulo, oltre che dei partiti sionisti religiosi, anche di quelli di destra, la cui base elettorale era composta dagli immigrati dai Paesi dell’Europa dell’Est. Il Likud è divenuto così il partito dominante della politica israeliana dalla fine del secolo scorso ad oggi, consentendo al suo attuale leader, Benjamin Netanyahu, di condurre nei confronti degli arabi delle trattative che non gli hanno mai permesso di realizzare l’obiettivo di conseguire la sicurezza di Israele attraverso l’ottenimento del tanto agognato riconoscimento in cambio dei territori occupati; al contrario, il nazionalismo del Likud, congiuntamente ai condizionamenti dei partiti religiosi e di quelli di destra, ha reso sempre più realistico ciò che, riguardo alle proposte che in passato venivano offerte agli arabi, Moshe Dayan pessimisticamente affermava: il massimo che Israele è propenso a concedere agli arabi è meno del minimo di ciò che essi sono disposti ad accettare.

La situazione che è venuta così a determinarsi, dopo la Guerra dei sei giorni del 1967, è diventata sempre più precaria, originando una forte instabilità interna, che lo Stato di Israele mai aveva vissuto in passato, come denunciano suoi autorevoli esponenti, responsabili di funzioni istituzionali; come riporta l’Editoriale di Limes 10/2015, “Una giungla nella villa?”, un ex capo dell’agenzia di intelligence per gli affari interni dello Stato (Shin Bet), non ha esitato a denunciare che ormai nel “focolare domestico” realizzato esistono due Stati ebraici, Israele e Giudea, la repubblica democratica e lo “staterello” di fatto dei coloni; quest’ultimo, a differenza del primo, risulta “dotato di due sistemi giuridici, uno per gli ebrei (legge israeliana) e uno per i palestinesi (legge marziale)”.

Per chi volesse documentarsi sulla tragica situazione maturata all’interno dello Stato di Israele non avrebbe che da procurarsi il documentario del 2012 “I guardiani di Israele”, diretto dal regista israeliano Dror Moreh. Il film che ha ricevuto una nomination ai Premi Oscar 2013, nella categoria miglior documentario, racconta la storia dello Shin Bet, attraverso interviste a sei ex dirigenti dei servizi di sicurezza e di informazione israeliani e materiale di repertorio relativo al periodo dalla Guerra dei sei giorni, del 1967, ad oggi.

Nello Stato di Giudea, dacché il Likud è al potere, sono fiorite ideologie condivise da movimenti violenti e razzisti, i quali, tollerati dall’apparato giudiziario israeliano, aggrediscono e vessano i palestinesi che vivono nei territori occupati. In queste condizioni, per i palestinesi è divenuto difficile accettare le visite dei coloni, ovvero di coloro che attentano alla loro vita, alla Spianata delle Moschee. Da qui è derivato il ricorrente scoppio di tumulti e di sollevazioni arabe, quando le visite avvengono soprattutto in forme ufficiali.

E’ ormai opinione largamente diffusa tra gli ebrei laici della generazione del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, ucciso nel 1995 a Tel Aviv da un fanatico religioso ebreo, che se il solco approfonditosi tra israeliani e palestinesi non verrà in qualche modo colmato, la questione della Spianata continuerà ad alimentare la rivolta degli abitanti originari dei territori occupati. Dopo l’accordo sul nucleare iraniano, la percezione della sicurezza dello Stato di Israele si è ulteriormente affievolita, per via della terza “intifada” (detta degli accoltellatori) che, a differenza delle prime due, è interna a Israele. Fatto, quest’ultimo, non di poco conto, in quanto espone lo Stato ebraico al rischio strategico che la minaccia esterna, non più rappresentata soltanto dal movimento islamico di resistenza (Hamas), ma anche da quanto sta accadendo al di fuori della Striscia di Gaza, si connetta a quella interna, prefigurando uno scenario che suscita terrore solo a pensarlo.

Dal momento stesso in cui si sta prendendo coscienza dell’esistenza di forze che, se congiunte, potrebbero realmente rappresentare una minaccia incontenibile, lo Stato di Israele è giunto a un bivio: o esso pensa seriamente di poter concludere un trattato di pace, scorporando da questo la questione della Spianata, rimandandone la soluzione ad un momento futuro; oppure, il radicalismo dei partiti religiosi e di quelli nazionalisti di destra cui va ad aggiungersi l’aggressività dei coloni, lo condurranno, con molta probabilità, in un “cul-de-sac” senza ritorno.

Gianfranco Sabattini

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