mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Italia da ‘resettare’
ci serve un progetto
Pubblicato il 17-11-2015


bandiera italiana e europaGiovanni Brauzzi e Luigi Tivelli, diplomatico di lungo corso il primo e civil servant al servizio di vari Governi il secondo, hanno recentemente condotto un’analisi lucida ed imparziale sulle “ombre” politiche e sociali che da venti anni a questa parte si stendono sull’Italia. I due autori non si sono limitati solo a descrivere i cattivi costumi, hanno anche evidenziato le “luci” che possono illuminare un progetto di rifondazione e rinascita del nostro Paese. Ed è proprio questo progetto, che dovrebbe nascere dalla collaborazione di tutte le classi dirigenti del Paese, il fulcro del loro bel libro intitolato “Reset Italia”, edito da Guerini e Associati.

L’ultimo ventennio è stato per il nostro Paese una sorta di brutte époque in cui abbiamo registrato la più bassa crescita fra i Paesi OCSE, la forte caduta dell’etica pubblica, il chiaro degrado dei rapporti civili, l’ulteriore dissesto idrogeologico del territorio, la frantumazione del Mezzogiorno, l’impoverimento delle famiglie e dei ceti medi, segnati dalla netta discesa dell’occupazione, specie giovanile. L’Italia non può dunque continuare ad essere una sorta di “società mangiagiovani”, che ruba il futuro ad intere generazioni, e non può nemmeno ambire ad avere un ruolo leader in Europa fin quando più di un terzo del Paese è incluso fra le aree più arretrate e depresse del continente.

Ciò detto, il Belpaese ha anche tutta una serie di punti di forza sui cui occorre far leva: dalle risorse legate ai beni ambientali, artistici e culturali, a quelle legate alla valorizzazione del turismo; da un tessuto imprenditoriale e manifatturiero fatto di molte imprese competitive ed orientate all’esportazione, alle start-up innovative, anche giovanili, ad altri fattori.

Il quadro è dunque quello di un’Italia a luci ed ombre, in cui però manca una idea organica, una visione del Paese. Lampante è il deficit culturale nella politica del giorno per giorno, del carpe diem. E, seppure vada dato atto al premier Renzi di aver avviato una serie di riforme da troppo tempo rinviate e necessarie, superando il cosiddetto “riformismo immobile”, secondo gli autori non è con alcune isolate riforme che si può dare la scossa ad un Paese afflosciato dopo venti anni di sostanziale “non-governo”. Soprattutto non è con le riforme che nascono dalla logica dell’uomo solo al comando che si riavvia realmente il nostro Paese e si supera definitivamente la politica politicante, il cicaleccio fine a se stesso, il dilettantismo imperversante.

È invece responsabilità di tutte le classi dirigenti, politiche e non, del Paese non lasciare solo il premier, facendosi portatrici di “una nuova idea dell’Italia” nell’ambito di un progetto a medio lungo termine.

Il messaggio che Brauzzi e Tivelli cercano di diffondere è chiaro: è giusto ridare alle istituzioni ed alla politica il potere e la capacità di decidere, ma si deve restituire lo scettro al “Principe-cittadino”.  Occorre dunque cominciare a gettare al più presto fondamenta solide, basate su un progetto coerente che si sviluppi in un arco quanto meno decennale, altrimenti il degrado del Paese è destinato a continuare.

E di qui a un decennio l’Italia ha due scadenze: una certa, il Giubileo del 2025, e una probabile, le Olimpiadi del 2024. Secondo gli autori si tratta dunque di cogliere queste scadenze come opportunità per condurre in porto un progetto di rifondazione del Paese. Un progetto a medio-lungo termine, molto ben articolato in “Reset Italia”, che nei primi due anni può già dare effetti significativi sul piano economico e che al termine del primo quinquennio produrrebbe la gran parte del suo impatto sull’amministrazione, l’economia e la società italiana.

Un progetto che dovrebbe essere predisposto col contributo delle migliori forze vive del Paese, da convocare in una sorta di Stati Generali dell’Italia. Ne parliamo con Luigi Tivelli, già consigliere parlamentare, civil servant al servizio di vari Governi ed editorialista, autore di una ventina di libri in materia di politica ed economia.

Dott. Tivelli, quali sarebbero le tre principali priorità del nuovo progetto globale per il Paese?
Direi che le tre priorità principali sono: primo, ridurre al massimo il peso ed il perimetro del settore pubblico nell’economia italiana, tagliando al massimo la spesa pubblica, ciò che non fa assolutamente la politica economica dei vari Governi e anche del Governo Renzi, come dimostra questa pessima legge di stabilità, in cui i tagli alla spesa pubblica sono ridicoli ed in cui  si finanzia in deficit la riduzione delle imposte. La seconda priorità riguarda il Mezzogiorno, che, come evidenziato da Svimez, negli ultimi dieci anni ha avuto una performance nettamente peggiore di quella della Grecia: come si può pensare di essere leader in Europa se più di un terzo del Paese sta peggio della Grecia? La terza priorità riguarda l’occupazione giovanile perché con quasi tre milioni di giovani che né studiano né lavorano, e con oltre il 40% di disoccupazione giovanile, non si va da nessuna parte. Per tutte e tre queste priorità nella terza parte del libro formuliamo progetti e programmi concreti e fattibili.

Cosa intende per Stati Generali dell’Italia?
Quello che più mi allarma è che è la prima volta nella storia italiana che praticamente tutti e quattro i leader delle principali forze politiche hanno un’impronta populista: dal populismo di origine padana di Salvini a quello poggiato sulla sabbia di Grillo, al populismo mediatico di Berlusconi a quello riformista di Renzi. Ed è tipico del populismo, ad ogni latitudine, oscurare, e non voler o saper affrontare i problemi reali, tramite continue invenzioni di nuovi idola fori e continui appelli al popolo, scavalcando i corpi intermedi. Occorrerebbe invece finalmente coinvolgere i rappresentanti delle imprese e delle varie forze sociali, dei sindacati, del mondo del lavoro, le élite intellettuali, tutti oggi un poco dormienti, depressi o latitanti, in un progetto di rifondazione e rilancio del Paese. Perché è vero che si è diffuso un facile ottimismo di comodo, ma rispetto al 2007 abbiamo perso una decina di punti di PIL, più di un milione di posti di lavoro, un quinto della produzione industriale. Non è che li recuperiamo grazie al fatto che nel 2015 il PIL crescerà dello 0,9% … Quindi l’emergenza c’è ancora tutta, e senza un progetto, con il coinvolgimento più largo possibile, non se ne esce.

Alfonso Siano

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