domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La sinistra e la spesa pubblica
Pubblicato il 05-11-2015


Il nostro premier, in una delle sue recenti esternazioni, si è chiesto retoricamente se abbassare le tasse fosse una cosa di destra. Una esternazione accolta con un silenzio tombale dal destinatario del messaggio polemico: l’opposizione interna al Pd. Il che sembra corrispondere ad una sorta di tacito assenso. In parole povere ad un “bollino blu” nei confronti della linea di Renzi: se ridurre le tasse non è più una roba di destra (e non ancora una roba di sinistra…) significa che è comunque la linea giusta o comunque inevitabile.

Un giudizio che, nel contesto attuale, si applica automaticamente all’altro volano della manovra: la riduzione della spesa pubblica. Anch’essa, almeno apparentemente, né di destra né di sinistra. Perché giusta o (il che è sostanzialmente lo stesso) inevitabile.

Ora non c’è bisogno di essere “vecchi” o, peggio, ideologicamente orientati per sentirsi perplessi di fronte ad un approccio del genere. Perché la questione delle entrate e delle spese è stata, nel corso della storia, un discrimine fondamentale tra destra e sinistra. E lo è anche oggi; sino a tornare prepotentemente al centro dello scontro politico e sociale; e proprio nei paesi guida del mondo occidentale, come negli Stati Uniti. Cento anni fa l’odio inestinguibile dei ceti privilegiati verso il socialismo riformista; era l’odio verso chi tassava i ricchi per innalzare la condizione dei poveri. Oggi, negli Stati Uniti, lo scontro frontale tra i democratici e i repubblicani egemonizzati dal tea party è tra chi rivendica il ruolo centrale dello stato nel ridurre le disuguaglianze e nel garantire la disponibilità di beni pubblici e chi invece tende ad azzerarlo.

In Italia, invece, l’atteggiamento della sinistra diessina è quello del “sì ma”. Insomma, non si contesta la linea del “meno tasse meno spese”. Salvo però a lamentarsi per la sua concreta applicazione. Sì alla diminuzione delle tasse sulla casa ma “perché solo la casa” e poi “le ville e i castelli no”. O, per altro verso, sì alla diminuzione della spesa pubblica ma “tagliando gli sprechi” (quali non si dice) e “senza colpire la sanità e gli enti locali”.

Insomma “d’accordo sull’insieme ma non sui dettagli”. Oppure “d’accordo sulle scelte ma non sulle loro conseguenze”. Al di là di ogni valutazione di merito, una posizione di una debolezza impressionante. Derivante da cosa?
Qui le possibili spiegazioni sono di due tipi. C’è la denuncia dell’”agente esterno”: leggi la penetrazione delle ideologie liberiste, del pensiero unico eccetera eccetera. E c’è la constatazione delle debolezze strutturali dell’edificio: e cioè degli strumenti (appartenenti, per dirla in breve, si alla teoria che alla prassi) con cui la sinistra italiana ha affrontato la crisi di fine secolo.
E di queste ultime intendiamo parlare qui. Per sottolineare un dato apparentemente incomprensibile: l’incapacità della sinistra non dico di prendere di petto ma anche solo di affrontare il tema della spesa pubblica.

Mero istinto di conservazione? Difficoltà di misurarsi con l’unica grande componente del vecchio blocco sociale rimasta fedele alla sinistra (quella del pubblico impiego)? E’ quello che sostiene Renzi. Ma è solo una parte della verità.

La realtà è, come sempre, molto più complessa. Ed è quella di una sinistra che reagisce, nelle varie situazione specifiche, a misure che colpiscono o rischiano di colpire la sua base elettorale. Ma che non riesce a contrapporsi alla “linea generale”(che non è solo di Renzi ma di quasi tutti i governi della seconda repubblica – e soprattutto al “senso comune”che l’alimenta – “privato buono, pubblico cattivo”) perché ha via via smarrito, strada facendo, le ragioni della propria lotta. Fino a non capire che la dilatazione abnorme e, insieme, il deterioramento qualitativo della spesa pubblica non erano la conseguenza dell’”eccesso di stato”ma, al contrario, del progressivo venir meno del suo ruolo di direzione e, quando necessario, di gestione del sistema. Un processo che, ecco il punto decisivo, che essa stessa aveva contribuito a promuovere.

A Roma le cose sono andate esattamente così. Perdita di controllo del territorio, della macchina comunale e del sistema di aziende. Rinuncia a qualsiasi disegno in base al quale orientare l’uso delle proprie risorse. Privatizzazione incontrollata del pubblico: dalla scelta delle grandi opere da realizzare affidata ai privati, alla esternalizzazione insensata delle funzioni spettanti al comune, allo svuotamento del ruolo del consiglio comunale ridotto ad una serie di microfrazioni politico-affaristiche.

E Roma è stata gestita, per la maggior parte del tempo, dalla sinistra. Una sinistra che non è né sarà mai in grado di cancellare né alla pubblica opinione né, soprattutto, a sé stessa, la sua identificazione con la causa della spesa pubblica. Ma che deve, a questo punto, modificare la sua linea di difesa. Può continuare a rimanere in trincea, opponendosi ai tagli; ma è una guerra che è destinata a perdere. Può, invece, tentare da una trincea in cui essa stessa si era cacciata, in nome della difesa del ruolo del ruolo dello stato e del servizio pubblico; ma sapendo di dover pagare, preventivamente, il prezzo di una riscoperta, profondamente autocritica, della propria ragione sociale.
Abbiamo, colpevolmente, ignorato il problema dello stato. Ne stiamo pagando le conseguenze.

Alberto Benzoni

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