venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Lea storia di giustizia, libertà e ribellione
Pubblicato il 22-11-2015


Vanessa Scalera

Vanessa Scalera (Lea)

Ha aperto la nona edizione del Roma Fiction Fest 2015 (nella sezione ‘Fuori concorso’) e Rai Uno l’ha mandato in onda mercoledì 18 novembre, in prima serata. A pochi giorni dalla ricorrenza della sua scomparsa il 24 novembre 2009. Stiamo parlando di “Lea”, il film del regista Marco Tullio Giordana, ispirato alla storia vera di Lea Garofalo, che si oppose alla ‘ndrangheta. Tra l’altro, curiosità, c’è qualcosa che la lega al regista: Lea ha accompagnato Denise più volte a vedere “I cento passi”. Fu rapita, uccisa, il corpo portato a San Fruttuoso (un quartiere di Monza), qui bruciato per tre giorni fino alla totale distruzione (sciogliendolo in 50 litri di acido): verranno rinvenuti più di 2000 frammenti ossei e la collana di questa donna coraggio; protagonista del film insieme alla figlia Denise. A riassumere bene lo spirito di Lea è il titolo del libro sulla sua vita, uscito nel dicembre 2012: Il coraggio di dire no. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta.

A spiegare il significato di quei ‘no’ è il magistrato Domenico Airoma: “una scelta rivoluzionaria, la peculiarità della ‘ndrangheta è il vincolo di sangue. È quello il nucleo fondante del vincolo associativo. Anche all’estero tende a stabilizzarsi, a riprodurre il nucleo della famiglia. La garanzia della sua impermeabilità. Lei rompe questo vincolo e lo fa anche come donna. Una scelta doppiamente coraggiosa”. Sicuramente il film, al di là sia dei consensi e delle critiche, appare bene quale la storia di una lotta per la giustizia e la libertà, una storia di un rapporto madre e figlia forte, di un Sud del mondo che cerca il suo riscatto, di una famiglia divisa a metà dalle regole ferree di fedeltà alla ‘ndrangheta: da servire, sempre.

Gli ascolti certo sono andati bene: 4 milioni 170mila spettatori e uno share del 16,24%; in Calabria addirittura si è raggiunto il 40% di share, un record. La sorella Marisa, però, si è lamentata che Lea e la sua famiglia non siano state rappresentate nel modo dovuto, pur condividendone il messaggio sociale che è passato. Lea non ha voluto abbassare la testa e sottomettersi al potere della ‘ndrangheta, pur sapendo il rischio che correva: “chi tradisce, paga tutto” viene detto nel film; tanto che ricevette, oltre a messaggi intimidatori, anche molti “agguati” e le verrà bruciata l’auto più volte e sarà aggredita in casa. Lei stessa non voleva tornare nel paese d’origine perché sapeva che sarebbe stata uccisa. Tuttavia si è sempre ritenuta una testimone e non una collaboratrice di giustizia. Soprattutto, però, ha sempre rivendicato la propria integrità umana, personale e di donna: “io sono Lea Garofalo, di nessuna famiglia” o meglio clan. Nel film viene descritta come “intelligente, furba e sveglia” e lo era. Più volte disse di avere paura, ma è sempre andata avanti con coraggio. Lo ha fatto soprattutto per sua figlia, cui era molto unita. Non si fidava più di nessuno eppure non ha mai sottratto la figlia Denise al padre Carlo Cosco. Neppure quando le hanno ucciso il fratello Floriano nel giugno del 2005. Dopo che perdette nel 1975 il padre Antonio. Lea si tatuò persino la “A” di Antonio per ricordarsene sempre. Forse per la mancanza della figura paterna ha cercato di far frequentare a Denise il padre. O forse perché sapeva che “rompere” questo legame di sangue avrebbe significato la fine per lei. Così fu, quando la figlia raccolse il suo esempio e si ribellò anche lei a Carlo Cosco. La sua storia divenne la storia di un Paese, l’Italia; la sua vicenda personale, una nazionale. Ci si sposta dal Sud al Nord; dal piccolo paese di Petilia Policastro, in provincia di Crotone dove viveva da giovane, a Milano. Intanto per ogni città nuova in cui si trasferisce c’è come un progredire e svilupparsi della vicenda che si evolve, e cresce come Denise, che cambia imparando a capire sempre più cose; tanto da voler studiare legge per togliere la madre dai guai. La stessa Lea diceva che la figlia era la sua “polizza di assicurazione” sulla vita, la sua “salvezza”, la sua “forza” perché con lei accanto non le sarebbe successo nulla. Questo sin da quando Denise era piccola; nel momento in cui pensò di fuggire in Australia era consapevole che ce l’avrebbe fatta da sola a mantenersi e sarebbe stata sua figlia ad aiutarla. Bella la scena tra le due in cui, per entrare a far parte del programma di protezione, dovettero cambiare nomee Denise non voleva, allora la madre le spiegò che era solo per gioco e così diventarono rispettivamente Sara (Denise) e Alessandra (Lea). Del resto il film si chiude con le parole pronunciate da Denise al funerale della madre: “per lei e per tutti coloro che lottano. La forza me l’hai data tu. Se è successo tutto questo è stato per il mio bene”. Una presa di consapevolezza lucida di chi comunque ha deciso di non ascoltare le intimidazioni e gli avvertimenti, di non abbassare la testa, di non sottomettersi al potere mafioso, alle regole di quello che è un vero e proprio “disegno criminoso” rigido; che coinvolge tutta l’Italia, da Nord a Sud: tanto che calabresi della cosca di Carlo spacciavano e praticavano l’usura a Milano. Quasi un cliché che cade per cui la mafia è solo al Sud. Interessante e su cui riflettere l’affetto paterno per Denise, nonostante per i mafiosi spesso la donna è considerata oggetto dell’uomo. Anche per lui Denise è la “sua ragione di vita” e non le farebbe mai del male. Perché, ciononostante, la famiglia, anche per un mafioso, è tutto. Buone le interpretazioni dei protagonisti: innanzitutto Vanessa Scalera (Lea) e poi Linda Caridi (Denise) ed Alessio Praticò (Carlo Cosco). Ma a quale famiglia dare più peso? A quella mafiosa o a quella di legami acquisiti coi sentimenti?
Barbara Conti

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